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  VITA, OPERE E MIRACOLI di: Andrea Romeo e David Saltuari
Robert De Niro Ci si potrebbe immaginare che sia nato nella parte più degradata del Bronx, cresciuto tra una famiglia di italo americani da fame, col padre in canotteria unta e la madre sui fornelli e ad accudire nove o dieci figli, svezzato da qualche gang di teppistelli da quartiere e finito a fare l'attore per caso. In realtà Robert De Niro è nato nel 1943 si a New York, ma in una famiglia di ben altra estrazione sociale. Innanzitutto sfatiamo un mito: De Niro è italiano solamente per un quarto. Il padre, Robert De Niro Sr., era italiano solo da parte paterna e irlandese da parte di madre, mentre la signora De Niro era una bianca anglosassone protestante tutta d'un pezzo. E' vero che Robert è cresciuto nel Bronx, ma i genitori erano pittori, espressionisti astratti, e dunque il futuro interprete di Taxi Driver è cresciuto più tra colori e acqua ragia che non tra coltelli a serramanico e gang giovanili. Da bambino è inoltre abbastanza gracilino e pallido tanto da meritarsi il sopranome Bobby Milk. A sedici anni inizia a frequentare corsi di recitazione, prima con Stella Adler e dopo qualche anno all'Actor's Studio di Lee Strasberg, dove conosce Harvey Keitel. Il suo debutto lo fa come tutti gli attori newyorkesi di belle speranze in un teatro molto Off Broadway interpretando Checov, mentre la sua prima volta sul grande schermo avviente niente popò di meno che in Tre camere a Manhattan di Marcel Carnè, film in concorso alla mostra del cinema di Venezia del 1965. La parte è però talmente piccola che non il suo nome non viene neppure inserito nei titoli di coda.
I suoi primi tre ruoli da protagonista glieli da Brian De Palma in Greetings - Ciao America (1968), The Wedding Party - Oggi Sposi (1969) e Hi Mom (1970), tre commedia sui ventenni americani alla fine degli anni sessanta. Il successo internazionale lo raggiunge però solo tre anni dopo con Mean Streets di Martin Scorsese al fianco di Harvey Keitel, il film che tra l'altro crea il mito del De Niro duro di periferia. L'anno successivo interpreta don Vito Corleone da giovane in Il padrino parte II. Quello che praticamente è l'imitazione di Marlon Brando con quaranta anni di meno gli fa vincere l'Oscar come miglior attore non protagonista e lo lancia definitivamente. Il film di Coppola è tra l'altro uno dei pochi film in cui De Niro recita nel vero senso della parola. Mento pronunciato in fuori, voce bassa e cavernosa, un chilo di cerone in faccia, le denirate a cui siamo abituati si svelano raramente. In compenso si rifà due anni dopo, nel 1976, quando arriva in Italia per girare Novecento di Bernardo Bertolucci. Nella parte del giovane rampollo emiliano Alfredo Berlinghieri De Niro da pieno sfogo alle sue espressioni favorite: lo sguardo languido perso nel vuoto, il sorrisetto melanconico appena accenato, la camminata lenta e ciondolante verso il lontano. Ma come già detto prima non serve nulla di più, l'attore americano ha una tale presenza scenica da adattare quello che gli sta attorno alla sua recitazione. Nello stesso anno interpreta il suo personaggio più celebre: Travis Bickle, il tassista psicopatico e paranoico di Taxi Driver. E' la cristallizzazione del De Niro che tutti conosciamo; il De Niro di "sei solo chiacchere e distintivo". Il secondo Oscar arriva dopo tre anni e dopo venti chili acquistati per interpretare il declino dell'ex pugile Jack La Motta in Toro Scatenato. Il film non è un granchè ma l'autodistruzione fisica a cui si sottopone De Niro è impressionante e crea il mito dell'attore completamente sottomesso al personaggio, disposto a qualunque sacrificio e a una preparazione maniacale. Gira Il Cacciatore di Michael Cimino, Gli ultimi fuochi di Elia Kazan, New York, New York di Martin Scorsese, tante situazioni diverse sempre per la stessa faccia. Fino all'apoteosi finale: il delirio baroccheggiante ed epico di Sergio Leone C'era una volta in America. A questo punto De Niro non può più fare piccoli personaggi: dal Al Capone degli Intoccabili al Satana di Angel Heart di Alan Parker sul grande schermo si denireggia a tutto spiano. Fortunatamente alla fine degli anni ottanta si da una calmata, fonda la TriBeCa, la sua casa di produzione e si mette ad interpretare piccoli ruoli; completamente agli antipodi di quelli precedenti. Elimina tutte le sue espressioni tipiche e mantiene solo quella deltipo ottuso, forse buono, ma non sveglio. Gira il sofferto e sottovalutato Jacknife di David Jones, Lettere d'amore insieme a Jane Fonda, Non siamo angeli di Martin Ritt. Tutti personaggi un po sfigati, dall'analfabeta bonaccione al galeotto dal cuore d'oro, che nulla hanno a che fare con i suoi vecchi film. Tanto se lo puo permettere, il suo mito è talmente forte che non viene intaccato da questa svolta. Solo per il vecchio amico Martin Scorsese veste i panni del vecchio De Niro. In Quei bravi ragazzi e Casinò veste i panni del mafioso violento, spietato, ma a modo suo anche buono, quasi sofferente, mentre in Cape Fear crea uno psicopatico palestrato (e di nuovo modifica il proprio corpo per adattarsi al personaggio). Si concede una regia con Bronx, apprezato dalla critica e alla fine degli anni novanta si puo dire che fa le prove generali della pensione. Divenuto un'icona, un monumento a se stesso decide di diventare la propria parodia: Terapia e pallottole e Ti presento i miei sono le migliori prese in giro del mito De Niro viste negli ultimi anni. Ma è soprattutto il killer rincoglionito e fumato di Jackie Brown a smantellare il mito De Niro: il personaggio ha la sua faccia, il suo corpo, ma manca completamente delle sue espressioni e smorfiette, riesce a reagire sempre nel modo più sbagliato e meno denireggiante possibile, si fa fatica a riconoscerlo. Il buon Bob ci svela cosi di averci preso in giro per anni, non era così, lui si è creato quell'immagine e solo lui può distruggerla. E si diverte anche a farlo.


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