Manoel de Oliveira non è, come molti dicono, un monumento alla storia del cinema.
Il regista portoghese, nato nel 1908 a Porto sta per compiere novantadue anni, ma non sta certo comodamente
appoggiato sugli allori a ricevere gli onori che di solito si attribuiscono agli ottuagenari della settima arte.
E' si venuto al Festival di Torino per presenziare alla retrospettiva che gli è stata dedicata, ma
soprattutto per promuovere il suo ultimo film Palavra e Utopia, già presentato a Venezia. A quelli
che considerano questa pellicola come il suo testamento spirituale ha risposto buttandosi a capofitto in ben tre
nuovi progetti, in modo da poter consolidare la tradizione che lo vuole presente, quasi tutti gli anni,
sia al festival di Cannes, sia a quello di Venezia, con due film diversi.
Non si tratta però di un fenomeno da baraccone, de Oliveira non è il simpatico vecchietto
che gira i suoi film. E' invece un autore che, nel bene e nel male, ha sempre voglia si ripresentarsi
in una chiave nuova. La sua fame di set è probabilmente anche dovuto al fatto che ha iniziato
a lavorare a cinquant'anni, dopo che i suoi esordi di giovane di belle speranze negli anni 40 erano stati stroncati
dalla critica portoghese.
E' solo alla fine degli anni cinquanta che de Oliveira viene riscoperto e ricomincia a lavorare dietro la macchina
da presa. La rassegna torinese ha presentato tutta la sua opera, dal suo esordio come attore
in un "musicariello" degli anni trenta, in cui interpreta il bel gagà, fino ai suoi ultimi film La lettera
e Palavra e Utopia.
Seven Men from now (I sette assassini) è il film western che segna l'inizio della collaborazione tra
Budd Boetticher, regista cui il Torino Film Festival ha dedicato una sezione, e Randolph Scott, Burt Kennedy e
Harry Joe Brown. Nomi sconosciuti al grande pubblico oggi (tranne forse quello di Scott) anche se il frutto
della loro fatica passa spesso e volentieri sui nostri teleschermi nelle afose giornate estive quando
non c'è niente come un western per riempire un buco di palinsesto. I film di Boetticher, autore
esaltato suo malgrado dalla critica francese, sono dei solidi western girati a cavallo tra gli anni
cinquanta e gli anni sessanta, epoca in cui il genera stava tramontando. Non ci sono più gli eroi
alla John Wayne, uomini tutti d'un pezzo, capaci di fare le scelte giuste o sbagliate, ma sempre nell'epica della conquista.
I western di Boetticher sono brevi e secchissime (i suoi film non durano per principio mai più di
un ora e diciasette) cronache di uomini in fuga travolti da eventi imprevedibili. Gli eroi, sempre
interpretati dal granitico Randolph Scott, si vedono così rubata la scena dal villain di turno,
persone ben più conscie della realtà che li circonda. Per la prima volta il pubblico inizia
a tifare per il cattivo nel duello finale, aprendo la strada ai personaggi dei film di Sergio Leone,
vere carogne, da cui alla fine esce vincitore il meno peggio.
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