Data la quasi omonimia che lega il mio nome al suo, sin da bambino ho sentito parlare spesso di George Andrew Romero, ma non amando particolarmente il genere horror non ho mai trovato l'occasione di vedere un suo film. Di Romero mi avevano detto che era un mestierante, creativo, ma assolutamente discontinuo e ripetitivo, che i suoi film di zombi erano divertenti ma tutti uguali, poi è arrivata la retrospettiva al Festival di Torino e come ogni hanno l'occasione di scoprire l'intera filmografia di un grande autore in proiezioni di qualità e sotto una nuova luce critica che in questo caso attribuisce al suo cinema anche una grande attualità. Non è per fare retorica ma veramente il festival di Torino è una di quelle occasioni che anno dopo anno regalano a migliaia di cinephile l'occasione di scoprire o confermare la passione per autori da scoprire come Makhmalbaf, Skolimovsky, Toback e da riscoprire come Romero o Carpenter due anni fa.
Tornando alla retrospettiva di quest'anno, oltre a titoli originalissimi come Knigthriders e There's Always Vanilla, la grande scoperta per molti neofiti del genere come il sottoscritto è stata la marcata valenza politica dei titoli della serie dedicata agli Zombie, che si apre nel '68 con Night of the Living Dead, claustrofobico racconto in bianco e nero di una prima lotta contro gli zombie di un eterogeneo e disgregato gruppo di persone asserragliate dentro una tipica casetta di legno della campagna americana, nella vana speranza di resistere all'imperterrito assalto dei morti viventi, mossi dalla propria rapacità alla ricerca di carne umana. Già in questo primo film, la valenza politica della vicenda e l'analisi della società americana sempliciona, individualista e ancora profondamente razzista prendono il sopravvento sull'estetica orrorifica che inaugura con questa pellicola il genere splatter, e nel finale introduce uno dei temi cari a tutto il cinema di Romero: spesso la reazione al pericolo è più letale del pericolo stesso. Proprio su questo tema Romero torna nel 1973 con The Crazies (La città verrà distrutta all'alba) in cui un aereo militare che trasporta un'arma batteriologica si schianta su una piccola cittadina contaminandone le falde acquifere, i cittadini vengono infettati e colti da follia omicida permanente; interviene l'esercito che mette in quarantena la città e gli scenziati che cercano un vaccino al micidiale flagello che hanno creato. Ma evidentemente la follia che travolge i primi contagiati è poca cosa rispetto al violento cinismo dei militari e dei loro apparati burocratici, veri responsabili di un'ecatombe che assume proporzioni globali. E se in The crazies i pazzi omicidi potevano comunque essere fermati con la morte, in Zombie (Dawn of the living Dead, 1978) appare ancora più marcata l'inutilità della risposta militare alla minaccia delle orde di morti viventi il cui numero non fa che essere accresciuto dalle continue uccisioni. Il secondo film di Zombie si svolge dentro un centro commerciale e va alle radici della violenza e della rapacità della società capitalista raccontando a colori e con effetti granguignoleschi la lotta tra un gruppo di sopravvissuti, una banda di pirati e una schiera infinita di zombie per il controllo del supermarket, una satira feroce del consumismo e dello shopping come rito collettivo dell'adesione a-critica ad un modello sociale volto all'autodistruzione.
Ancora il rapporto tra azione e reazione è il tema che sottende la vampiresca vicenda di Martin, moderno vampiro con lamette da barba e narcotici che agisce per reazione ad un esorcismo praticato contro di lui dallo zio, da sempre convinto della sua possessione trasnsilvana, che fa apparire un ragazzino spaventato come un Nosferatu a caccia di sangue. Day of the dead (Il giorno degli zombi, 1985) chiude la trilogia dei morti viventi. In una base sotteranea in un mondo oramai completamente dominato dagli zombi si combatte l'ultima inutile guerra tra viventi. Un gruppo di scienziati cerca invano una soluzione al problema, ma i militari messi li, chissà quando, a sorvegliarli assumono il controllo della base e inizia un'inutile e patetica guerra di potere. Protagonista l'unica donna assediata da uomini malati di superomismo assediati a loro volta da orde di morti viventi. Ma come in I'm a legend di Mattheson, una delle fonti di ispirazione di Romero, il mondo fuori continua come se nulla fosse, e forse è l'inizio di una nuova civiltà di morti viventi. La critica agli apparati militari si estende fino a coprire tutto il pensiero marziale e machista dell'epoca reaganiana (e, come vediamo oggi, nella nuova epoca Bush). La soluzione non è nel sistema, ma al di fuori di esso, magari su un'isola deserta come suggerisce il finale di questo bellissimo e sottovalutato film di George A. Romero.