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Mr.Crowe, non le sembra che il film semplifichi un po' la vita di Nash e la rappresentazione della sua malattia? E qual'era il suo rapporto con la matematica da bambino? «Certamente Nash ebbe altre relazioni prima di conoscere la moglie Alicia, tanto che da una di queste ebbe anche un figlio. E' vero che ha divorziato dalla moglie e l'anno scorso si sono risposati, tutti elementi che nel film non ci sono. E' vero anche che io non sono né lo sceneggiatore né il regista, ma a mio parere ogni biografia è un campo minato. C'è sempre qualcosa che resterà fuori. L'importante però è che questo film cattura lo spirito di Nash. Ho letto molto accuratamente la biografia della Nasar ed è vero che Nash è stato arrestato in un bagno pubblico per atti osceni ma lui ha sempre respinto le accuse di omosessualità e nessuno si è mai fatto avanti per dire di aver avuto con lui una relazione: non sarebbe difficile visto che siamo letteralmente immersi nei media. Del resto i suoi comportamenti insoliti per quell'America degli anni '50 potevano anche essere considerati di devianza sessuale pur non essendoli. Nel film non si parla neanche del suo soggiorno di alcuni anni in Europa e di tante altre cose. Bisogna però considerare che si tratta di una persona nota agli addetti ai lavori ma che il grande pubblico non conosceva abbastanza. Se lo fosse stato sarebbe stato più facile prendere alcuni episodi della sua vita che tutti conoscevano e metterli nel film. Credo poi che Ron Howard,che è così accurato nella preparazione di un film, abbia voluto evitare il binomio schizofrenia-omosessualità, due concetti che avrebbero potuto rimanere attaccati impropriamente l'uno all'altro. C'erano poi molte difficoltà oggettive nel dover rappresentare un personaggio così: il 92% dei pazienti di schizofrenia ha allucinazioni uditive e non visive ma il film è fatto anche di immagini così il regista è dovuto ricorrere anche alle immagini. Lo stesso dicasi per la rappresentazione delle sue formule matematiche. Per quanto riguarda la rappresentazione della malattia non si sono certo nascosti gli shock insulinici che doveva subire 5 giorni alla settimana. In Usa l'Associazione delle Famiglie dei malati di schizofrenia ha avuto commenti positivi. Ricordiamoci che Nash deve ancora prendere farmaci, anche se quelli di nuova generazione. In sostanza non si trattava di fare un documentario sulla malattia, ma di raccontare una grande storia d'amore (e lo dice proprio in italiano) ed è proprio quello che in fondo ha spinto me e Jennifer Connelly ad accettare la parte. In quanto alla matematica: le nostre strade si sono divise quando ero ragazzo. Ho preferito la storia e la letteratura.» Sembra esserci un filo conduttore nei suoi personaggi: la vulnerabilità; inoltre la colonna sonora del film, anch'essa candidata all'Oscar è molto bella. Che importanza ha per lei la musica dei film che interpreta? «La musica è un elemento molto importante nei film in generale. Per quando riguarda A beautiful mind sapevo che il compositore James Horner ha una grande abilità nel tirare fuori emozioni anche da un sasso ed allo stesso tempo sa evitare di spingere l'acceleratore fino all'eccesso. Questo lo si può vedere nella scena dell'inseguimento in macchina in cui la musica non è preponderante e può suggerire diverse interpretazioni di quello che sta accadendo. Naturalmente non ho competenza nello scegliere i compositori: posso dire che quella di L.A. Confidential era straordinaria ed erano belle anche quelle di Insider e di Il Gladiatore. Per quanto riguarda la prima parte della domanda: tutti siamo vulnerabili. Anche quelli che sembrano molto forti hanno il loro punto debole. Io voglio portare il pubblico ad una lettura meno superficiale del personaggio. Mi piacciono molto le parti forti, quelle in cui c'è crisi, dramma. La regola ferrea con cui scelgo le parti è questa: se non mi emozionano non le considero proprio. Ed il rapporto è più o meno: 40 copioni letti, uno solo valido. Per il resto si tratta di un lavoro difficile, esigente e quindi se non c'è niente che mi emoziona non mi alzo proprio dal letto.» Come è stato il suo incontro sul set con Nash? E come si prepara ai suoi personaggi? «Avevamo
17 fotografie in b/n che ritraggono Nash da giovane. Nessun filmato
ne' audio. In mezzo un buco nero di 35 anni. Nelle ricerche che ho fatto
sugli schizofrenici ho scoperto che cambiano sia fisicamente che nella
voce. I suoi colleghi di corso a Princeton ricordano che parlava
in maniera molto forbita. Il terzo giorno di riprese del film ho incontrato
Nash. Il regista non lo aveva assolutamente previsto. Voleva che fossimo
in grado di avere una struttura interpretativa a prescindere dal personaggio.
Ma lui è arrivato all'improvviso, senza essere invitato. Sapevo
che aveva delle dita e delle unghie lunghe, così me le ero fatte
crescere anche io. Siccome con le unghie più lunghe è
più difficile afferrare le cose, ti muovi con più grazia.
Lui l'ha notato ed ha detto: ha le mani come le mie! Poi gli
ho chiesto se voleva té o caffè. E lui analizzando tutte
le possibili risposte ci ha messo 15 minuti, facendo anche una disquisizione
sui vari té e concludendo che quelli dell'india settentrionale
erano più adatti al suo palato: le stesse disquisizioni che ho
usato nella scena finale della consegna delle penne nella sala dei professori
dove Nash entrava per la seconda volta in vita sua. Nash era molto preoccupato
che si facesse un film sulla sua vita. Comunque ho cercato di non farmi
influenzare da quell'incontro perché non volevo che la mia interpretazione
di lui giovane avesse la premonizione di quello che sarebbe diventato.
Le foto che lo ritraggono verso i 21-23 anni mostrano un ragazzone con
grandi spalle, grandi braccia. Per niente l'aspetto del matematico.
Appena dopo 6 anni, quando era già malato il suo corpo si era
come ritirato. Quali saranno i suoi prossimi progetti: è vero che si dedicherà alla regia? «A giugno inizierò le riprese di The First Side of the World diretto da Peter Weir. Il film è ambientato nel 1806 ed io interpreto un capitano inglese. C'è poi il progetto del mio primo film da regista: Long Green Shore che ha visto coinvolto uno sceneggiatore di Melbourne e Michelangelo Petroni. Siccome non ero tanto soddisfatto dello script, siamo un po' in ritardo. La storia è ambientata verso la fine del 1944 nel Pacifico: il conflitto si sta spostando verso il Giappone ed il governo australiano per non essere tagliato fuori dalle decisioni decise di mandare i suoi soldati migliori: il famoso 6° Battaglione australiano. Non è una storia di guerra ma su quello che provano i soldati e sull'arroganza del governo australiano che solo per un calcolo politico mandò a morire i suoi uomini migliori, quelli che si erano già distinti in tante battaglie in Europa. Io mi sono ricavato una piccola parte di un colonnello inviso alla sua truppa. Credo che fosse il ruolo migliore per entrare nei panni del regista.» Quali sono i suoi sentimenti verso l'Oscar? «In questo
momento non mi sento particolarmente impressionato dalla candidatura.
Ne ho già avuto uno di Oscar e non aspiro al secondo. Ma sono
molto contento che questo film abbia avuto così tanto successo
soprattutto per Ron che ha avuto la sua prima candidatura come regista
e per Jennifer Connelly che ha dovuto recitare 3 settimane sotto piogge
torrenziali assolutamente non previste.
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