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recensione di Alessandro Bencivenni per la rubrica in collaborazione con Kino
  GIUDIZIO: DELUDENTE MEDIO BUONO OTTIMO

K-19
(K-19 The Widowmaker) di Kathryn Bigelow, con Harrison Ford, Liam Neeson, Peter Sarsgaard, Joss Ackland.
Distribuzione: O1, durata: 140'

LA TRAMA: Durante la guerra fredda, l'eroico sacrificio dell'equipaggio di un sommergibile nucleare russo in avaria.

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Ma chi glielo ha fatto fare? Bella e brava, Kathryn Bigelow aveva già ampiamente dimostrato di essere in grado di dirigere un film di azione come e meglio di un uomo. Per un insensato gusto della sfida, si è cimentata stavolta nell'unico tema che sembrerebbe congenitamente precluso al gentil sesso: quello dell'amicizia virile, del cameratismo fra uomini in un ambiente senza donne. Priva, per ovvi motivi, di esperienza personale in proposito, la regista ha così finito per scimmiottare i classici del genere: un paio di Bounty per raccontare l'ammutinamento, Il massacro di Fort Apache per descrivere il conflitto fra il militare di carriera e quello di buon senso, film assortiti sui sommergibili per ricostruire le atmosfere claustrofobiche e la suspence delle immersioni al limite. Risultato, una antologia di cliché: dal gioiello della tecnologia che si trasforma in trappola mortale al codardo che si trasforma in eroe. Peccato, perché la storia meritava effettivamente di essere raccontata: un emblema della corsa agli armamenti durante la Guerra Fredda. Il 4 luglio del 1961, nel sommergibile nucleare russo K-19 si aprì una falla nel sistema di raffreddamento del reattore. Di fronte a una situazione impensabile, e con l'altrettanto impensabile alternativa dì accettare l'aiuto americano, l'equipaggio del K-19 fece il possibile per riparare la falla, con costi terribili: nelle settimane e nei mesi seguenti morirono venti uomini a causa delle radiazioni. L'incidente venne tenuto segreto dai Sovietici, lasciando così nell'ombra per 30 anni l'eroismo dell'equipaggio, simile per certi versi a quello degli uomini sacrificatisi a Chernobyl. Secondo il produttore Joni Sighvatsson, «è il dramma umano di persone profondamente attaccate al loro paese e al loro lavoro, ai loro compagni e all'umanità» che doveva essere raccontato. Ma forse sarebbe stato meglio che fossero stati i russi a raccontarlo, anziché gli americani ad appropriarsi dell'eroismo altrui. Alla fine, dopo aver dedicato enormi risorse e cinque anni del suo tempo a questo progetto, la Bigelow ha finito per scontentare tutti: dai russi, offesi di venire rappresentati sì come eroi ma eroi malconci e pasticcioni; agli americani, spiazzati dal vedere il loro attore-simbolo Harrison Ford nelle vesti del vecchio nemico. E' vero che tutti avevano accettato Sean Connery in Caccia a Ottobre Rosso, ma stavolta l'effetto di Ford nei panni di un russo è davvero un po' grottesco. Dopo aver deluso al botteghino, il film è stato presentato a Venezia: assimilando così il nostro malandato festival a quelle discariche russe dove giacciono colossali relitti in disarmo.

LA BATTUTA: La Siberia per noi è una tradizione di famiglia.

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