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L'ORA DI RELIGIONE
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recensione di Alessandro Bencivenni per la rubrica in collaborazione con Kino
  GIUDIZIO: DELUDENTE MEDIO BUONO OTTIMO

L'ORA DI RELIGIONE
IL SORRISO DI MIA MADRE

(Id.) di Marco Bellocchio, con Sergio Castellitto, Jacqueline Lustig, Chiara Conti, Gianni Schicchi, Toni Bertorelli e Piera Degli Esposti.
Distribuzione: Istituto Luce, durata: 102'

LA TRAMA: Un pittore ateo apprende dalle gerarchie vaticane che vogliono fare santa sua madre.

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La generazione dei cosiddetti sessantottini è accomunata dalla coscienza del fallimento dei propri sogni rivoluzionari, ma si differenzia nelle reazioni: chi ha avuto modo di riflettere sugli errori, chi di pentirsi degli orrori, chi continua a sperare nei valori. In qualche modo cineasta ufficiale di quella generazione, Bellocchio in questo film raffigura e riassume tutti questi punti di vista, ma al tempo stesso li travalica: va oltre il piano della realtà per porsi dei fondamentali quesiti di ordine estetico, etico e morale, avventurandosi verso i confini della trascendenza ma senza varcarli. Nei confronti del divino, non si dimostra né un irriducibile né un pentito ma si limita a confrontarsi da laico con il fenomeno più estremo e in qualche modo più rivoluzionario per un credente: la santità. Il punto di partenza è il paradosso misterioso e assurdo di un non credente al quale si comunica che è in corso il processo di santificazione di sua madre. A una lettura superficiale, L'ora di religione potrebbe sembrare una satira del mercato delle beatificazioni: e certamente offre un quadro impietoso dell'intrico di interessi che porta un gruppo di ipocriti a investire per opportunismo su valori nei quali non credono. Ma il tono onirico, irrazionale, quasi psicoanalitico del film ci obbliga a una lettura più profonda, dove il sorriso sarcastico lascia spazio ad emozioni più intense: la rabbia, la pietà, la meraviglia. Come ne L'udienza di Marco Ferreri, ci si inoltra in una specie di giallo metafisico. Il Padre, la Madre, le figure archetipiche che da sempre popolano il tormentato immaginario di Bellocchio si arricchiscono di nuove implicazioni, oltre quelle offerte dalle vecchie interpretazioni marxiste o freudiane, indirizzandoci verso suggestivi paradossi. Il protagonista rifiuta infatti di credere a quella che giudica una falsa esperienza mistica, ma al tempo stesso ne vive una vera, in nome di quel valore che per un laico ha la stessa forza della fede per un credente: e cioèla coerenza nei confronti dei suoi principi morali. Come dice il regista a proposito del suo alter-ego (interpretato da un ottimo Castellitto): «Quest'uomo laico, lontano dalla religione da tanto tempo, scopre di non essersene ancora separato del tutto. Direbbero i preti: perché è impossibile. Io la penso diversamente e, simpatizzando col protagonista, in cui in buona parte mi riconosco, riprendo con lui, nel film, il cammino lunghissimo, ma forse non interminabile, di una definitiva separazione: con il conforto del Santo Padre, che riconosce comunque al giusto, anche se non credente, un posto in Paradiso». Insomma Bellocchio potrebbe oggi sottoscrivere quel che diceva di sé il grande Buñuel: sono ateo, grazie a Dio.

LA BATTUTA: L'eternità è un investimento sicuro.

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