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CONCORRENZA SLEALE
(Id.) di Ettore Scola, con Diego Abatantuono, Sergio Castellitto,
Gerard Depardieu, Antonella Attili, Claudio Bigagli, Sabrina Impacciatore.
Distribuzione: Medusa, durata: 110'
LA
TRAMA: 1938. La rivalità fra due commercianti di stoffe
si tramuta in amicizia quando uno dei due, ebreo, diviene bersaglio
delle leggi razziali.
Il film è scandito dai disegni di uno dei due piccoli protagonisti,
che mette in caricatura sul suo quaderno il mondo risibile degli
adulti. Si può leggere forse come un omaggio affettuoso
di Scola e Scarpelli alla loro giovinezza (entrambi esordirono
come disegnatori umoristici e il padre
di Scarpelli fu uno dei grandi illustratori italiani a cavallo
fra 800 e 900) ma anche come una dichiarazione di poetica. «Concorrenza
sleale» guarda infatti alla Storia con l'acutezza e la semplicità
di uno sguardo infantile. E' proprio questa leggerezza il pregio
maggiore del film, che compensa ampiamente quel tanto di tradizionale
e a tratti un po' risaputo che inevitabilmente traspare nello
stile di due decani del cinema italiano. E' il film di due grandi
vecchi, ma scritto con l'apporto di due giovani (Silvia Scola
e Giacomo Scarpelli, figli del regista e dello sceneggiatore)
e indirizzato, almeno nelle intenzioni, ai giovani che poco o
nulla sanno delle leggi razziali promulgate dal fascismo contro
gli ebrei italiani: regole e divieti imposti nella vita quotidiana,
umilianti, assurdi e anche - come spesso succede nel nostro Paese
- tragicamente buffi e grotteschi. Era dai tempi de «La
famiglia» che Scola non faceva un film pienamente riuscito.
Quello si svolgeva in un appartamento di Prati (il quartiere ottocentesco
di Roma assai caro al regista), questo ha per palcoscenico un'intera
strada: una via immaginaria fra Prati e Borgo sulla quale troneggia
a distanza la cupola di San Pietro, simbolo di un Vaticano colpevolmente
indifferente alle sorti degli ebrei. Questa strada diventa il
teatro naturale di una commedia umana divertente e amara. C'è
molto affetto nella ricostruzione del passato, molta finezza nella
recitazione di Abatantuono e Castellitto, molta misura nella scelta
di raccontare piccoli fatti quotidiani e persone assolutamente
comuni. Eppure, proprio grazie a tutto questo, degli umili episodi
familiari assurgono senza retorica ad una dimensione esemplare
e tragica: come nella bellissima scena finale, dove il trasloco
della famiglia ebrea acquista la drammaticità profetica
di una vera e propria deportazione. Un po' stonata appare invece
la volenterosa partecipazione di Depardieu in un ruolo minore,
che esprime in maniera eccessivamente didascalica e programmatica
un tema molto caro agli autori: la responsabilità morale
di quegli intellettuali che non fanno seguire alcuna azione concreta
alle loro indignazioni verbali e alle loro astratte e teoriche
dissidenze.
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LA BATTUTA: Sai qual'è l'amaro paradosso?
Io sono poco eppure sono di troppo.
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