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VIAGGIO
A KANDAHAR
(Safar é Ghandehar) di Mohsen Makhmalbaf, con Niloufar
Pazira, Hassan Tantaï, Sadou Teymouri, Hayatalah Hakimi.
Distribuzione: B.I.M., durata: 85'
LA
TRAMA: Una donna afgana rifugiata all'estero torna nel suo
Paese per soccorrere la sorella, disperata al punto di meditare
il suicidio.
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Ci sono film le cui qualità estetiche ed espressive sono
scavalcate dalla forza stessa della realtà e degli eventi
che raccontano. E non potrebbe risultare più drammatica
ed attuale la sconvolgente descrizione che questo film ci offre
della vita del popolo dell'Afghanistan. Non esistendo un cinema
afgano (il regime dei Talebani vieta a tutti di guardare film,
televisione e video, come d'altronde sono proibite anche la musica
e la pittura), tale testimonianza ci è offerta da un regista
del vicino Iran, Mohsen Makhmalbaf, che ha varcato clandestinamente
il confine tra i due Paesi per approfondire quella realtà
in prima persona. Ispirato ad una storia vera, Viaggio a Kandahar
ricostruisce l'arduo e rischiosissimo itinerario percorso da una
donna afgana riparata da tempo in Canada, allo scopo di rientrare
segretamente in Afghanistan attraverso il confine con l'Iran per
dare una speranza di vita alla sorella. Il fatto che la protagonista
sia una donna è di per sé emblematico in un contesto
nel quale la condizione femminile appare orribilmente mutilata
dal regime integralista. I Talebani, infatti, non solo hanno introdotto
l'obbligatorietà del burqa (o burka, la veste integrale
con la grata davanti agli occhi), ma tutta una serie di allucinanti
divieti: le donne non possono lavorare, andare a scuola, frequentare
i bagni pubblici, lavare vestiti al fiume, camminare da sole,
viaggiare se non accompagnate da un maschio adulto della loro
famiglia, calzare scarpe con tacchi che emettano un qualche peccaminoso
ticchettio, praticare sport, affacciarsi al balcone o alla finestra,
addirittura essere assistite da un medico durante il parto. Espatriata
per ribellarsi alla gabbia di divieti che imprigionano la donna
afgana, la protagonista si trova dunque costretta a sottomettervisi
nuovamente, indossando il burqa per rimpatriare. Alcune immagini
del film sono viste in soggettiva attraverso le maglie del velo:
il burqa diventa così la metafora di una condizione umana
spersonalizzata e soffocante. Attraverso gli occhi della protagonista,
lo spettatore deve confrontarsi con una realtà scioccante
per la miseria e per la violenza fisica e psicologica che vi imperversa.
Tra le sequenze più impressionanti, quella della scuola
coranica (madras) dove i bambini imparano feroci filastrocche
(la spada è un arma fredda che assicura l'adempimento
della volontà di Dio) e la scena tragicamente surreale
nella quale alcuni dei tanti afgani con le gambe amputate dalle
mine anti-uomo attendono nei campi della Croce Rossa la distribuzione
di arti artificiali, che piovono dal cielo, lanciati dagli elicotteri
coi paracadute. Impossibile non pensare a quant'altro piove dal
cielo in queste giornate drammatiche sul martoriato popolo afgano
e i suoi scellerati governanti.
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LA BATTUTA: L'amore riesce a passare attraverso
i fori del burqa?
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