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VIAGGIO A KANDAHAR
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recensione di Alessandro Bencivenni per la rubrica in collaborazione con Kino
  GIUDIZIO: DELUDENTE MEDIO BUONO OTTIMO

VIAGGIO A KANDAHAR
(Safar é Ghandehar) di Mohsen Makhmalbaf, con Niloufar Pazira, Hassan Tantaï, Sadou Teymouri, Hayatalah Hakimi.
Distribuzione: B.I.M., durata: 85'

LA TRAMA: Una donna afgana rifugiata all'estero torna nel suo Paese per soccorrere la sorella, disperata al punto di meditare il suicidio.

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Ci sono film le cui qualità estetiche ed espressive sono scavalcate dalla forza stessa della realtà e degli eventi che raccontano. E non potrebbe risultare più drammatica ed attuale la sconvolgente descrizione che questo film ci offre della vita del popolo dell'Afghanistan. Non esistendo un cinema afgano (il regime dei Talebani vieta a tutti di guardare film, televisione e video, come d'altronde sono proibite anche la musica e la pittura), tale testimonianza ci è offerta da un regista del vicino Iran, Mohsen Makhmalbaf, che ha varcato clandestinamente il confine tra i due Paesi per approfondire quella realtà in prima persona. Ispirato ad una storia vera, Viaggio a Kandahar ricostruisce l'arduo e rischiosissimo itinerario percorso da una donna afgana riparata da tempo in Canada, allo scopo di rientrare segretamente in Afghanistan attraverso il confine con l'Iran per dare una speranza di vita alla sorella. Il fatto che la protagonista sia una donna è di per sé emblematico in un contesto nel quale la condizione femminile appare orribilmente mutilata dal regime integralista. I Talebani, infatti, non solo hanno introdotto l'obbligatorietà del burqa (o burka, la veste integrale con la grata davanti agli occhi), ma tutta una serie di allucinanti divieti: le donne non possono lavorare, andare a scuola, frequentare i bagni pubblici, lavare vestiti al fiume, camminare da sole, viaggiare se non accompagnate da un maschio adulto della loro famiglia, calzare scarpe con tacchi che emettano un qualche peccaminoso ticchettio, praticare sport, affacciarsi al balcone o alla finestra, addirittura essere assistite da un medico durante il parto. Espatriata per ribellarsi alla gabbia di divieti che imprigionano la donna afgana, la protagonista si trova dunque costretta a sottomettervisi nuovamente, indossando il burqa per rimpatriare. Alcune immagini del film sono viste in soggettiva attraverso le maglie del velo: il burqa diventa così la metafora di una condizione umana spersonalizzata e soffocante. Attraverso gli occhi della protagonista, lo spettatore deve confrontarsi con una realtà scioccante per la miseria e per la violenza fisica e psicologica che vi imperversa. Tra le sequenze più impressionanti, quella della scuola coranica (madras) dove i bambini imparano feroci filastrocche (la spada è un arma fredda che assicura l'adempimento della volontà di Dio) e la scena tragicamente surreale nella quale alcuni dei tanti afgani con le gambe amputate dalle mine anti-uomo attendono nei campi della Croce Rossa la distribuzione di arti artificiali, che piovono dal cielo, lanciati dagli elicotteri coi paracadute. Impossibile non pensare a quant'altro piove dal cielo in queste giornate drammatiche sul martoriato popolo afgano e i suoi scellerati governanti.

LA BATTUTA: L'amore riesce a passare attraverso i fori del burqa?

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L'home page del film
Lo speciale di Cinehall


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