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MOULIN
ROUGE
(Id.) di Baz Luhrmann, con Nicole Kidman, Ewan McGregor, John
Leguizamo, Jim Broadbent, Richard Roxburgh.
Distribuzione: Fox, durata: 124'
LA
TRAMA: 1899. Satine, la vedette del Moulin Rouge, è
divisa fra l'amore verso un povero artista e l'interesse nei confronti
di un ricco mecenate.
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A sentir lui, la ricetta del cinema di Baz Luhrmann - uno
tra i più affascinanti e complessi del panorama attuale
- è in realtà estremamente semplice: «Prendiamo
una storia essenziale, basata su un mito primario facilmente identificabile,
e la riambientiamo in un mondo esasperato, ricreato, al contempo
esotico e riconoscibile». In questo caso basta prendere
il mito di Orfeo, il giovane poeta-musicista che scese nell'Ade
alla ricerca dell'amore ideale, e lo si proietta fra i peccati
e i lustrini della Montmartre di fine secolo. Quanto ai dosaggi
della ricetta, non c'è da sbagliare: basta metterci tutto.
E così nel Moulin Rouge di Parigi c'è anche lo Studio
54 di New York, in Orfeo c'è anche la Bohéme, nel
Can Can c'è la musica pop, nella Kidman c'è anche
Marlene Dietrich. La magia sta nel combinare gli ingredienti,
e qui Luhrmann fa appello alla complicità del pubblico,
invitato a farsi partecipe nel gioco delle citazioni e a shakerare
tutto nel suo immaginario personale. «La maggior parte delle
pellicole naturalistiche», spiega il regista, «pongono
il pubblico in uno stato di sogno, costringendolo ad osservare
la realtà, diciamo così, attraverso il buco della
serratura. Noi, al contrario, stimoliamo lo spettatore a restare
sveglio, ricordandogli sempre che si tratta di un film a cui vogliamo
che lui stesso partecipi. Questa continua sollecitazione in Ballroom
era l'uso della danza, in Romeo+Giulietta l'uso della lingua
arcaica di Shakespeare, in Moulin Rouge è la musica:
una storia raccontata attraverso le canzoni. Un po' musical, un
po' opera, un po' video-clip, il film è un cocktail di
musiche le più disparate: da Placido Domingo a José
Feliciano, dai Beatles a Sting, da Elton
John a Bono, da Dolly Parton a Christina
Anguilera. Un tripudio di cover, di duetti, di riletture
in chiave hip-hop di canzoni classiche: il tutto introdotto e
concluso da David Bowie che reinventa un grande successo
degli anni Quaranta, «Nature Boy». Insomma, un collage
della musica popolare del XX secolo, composto all'insegna dello
stesso delirio visionario col quale il regista furoreggia nell'aspetto
visivo del film. Complice la moglie Catherine Martin (scenografa
e costumista), Luhrmann reinventa Parigi prendendola dalle pellicole
tremolanti del cinema muto e pennellandola di bianchi, di rosa,
di arancioni e di rossi: i colori acidi della tavolozza di Toulouse-Lautrec.
Una certa virtuosistica freddezza non consente al film di emozionare
in profondità e di esprimere quell'amore di cui continuamente
si parla e si canta, ma ciò non impedisce di proclamare
solennemente il Moulin Rouge di Baz Luhrmann monumento internazionale
del kitsch, luogo deputato del nostro immaginario collettivo.
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LA BATTUTA: La cosa più grande che tu
possa imparare è amare e lasciarti amare.
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