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MOULIN ROUGE
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recensione di Alessandro Bencivenni per la rubrica in collaborazione con Kino
  GIUDIZIO: DELUDENTE MEDIO BUONO OTTIMO

MOULIN ROUGE
(Id.) di Baz Luhrmann, con Nicole Kidman, Ewan McGregor, John Leguizamo, Jim Broadbent, Richard Roxburgh.
Distribuzione: Fox, durata: 124'

LA TRAMA: 1899. Satine, la vedette del Moulin Rouge, è divisa fra l'amore verso un povero artista e l'interesse nei confronti di un ricco mecenate.

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A sentir lui, la ricetta del cinema di Baz Luhrmann - uno tra i più affascinanti e complessi del panorama attuale - è in realtà estremamente semplice: «Prendiamo una storia essenziale, basata su un mito primario facilmente identificabile, e la riambientiamo in un mondo esasperato, ricreato, al contempo esotico e riconoscibile». In questo caso basta prendere il mito di Orfeo, il giovane poeta-musicista che scese nell'Ade alla ricerca dell'amore ideale, e lo si proietta fra i peccati e i lustrini della Montmartre di fine secolo. Quanto ai dosaggi della ricetta, non c'è da sbagliare: basta metterci tutto. E così nel Moulin Rouge di Parigi c'è anche lo Studio 54 di New York, in Orfeo c'è anche la Bohéme, nel Can Can c'è la musica pop, nella Kidman c'è anche Marlene Dietrich. La magia sta nel combinare gli ingredienti, e qui Luhrmann fa appello alla complicità del pubblico, invitato a farsi partecipe nel gioco delle citazioni e a shakerare tutto nel suo immaginario personale. «La maggior parte delle pellicole naturalistiche», spiega il regista, «pongono il pubblico in uno stato di sogno, costringendolo ad osservare la realtà, diciamo così, attraverso il buco della serratura. Noi, al contrario, stimoliamo lo spettatore a restare sveglio, ricordandogli sempre che si tratta di un film a cui vogliamo che lui stesso partecipi. Questa continua sollecitazione in Ballroom era l'uso della danza, in Romeo+Giulietta l'uso della lingua arcaica di Shakespeare, in Moulin Rouge è la musica: una storia raccontata attraverso le canzoni. Un po' musical, un po' opera, un po' video-clip, il film è un cocktail di musiche le più disparate: da Placido Domingo a José Feliciano, dai Beatles a Sting, da Elton John a Bono, da Dolly Parton a Christina Anguilera. Un tripudio di cover, di duetti, di riletture in chiave hip-hop di canzoni classiche: il tutto introdotto e concluso da David Bowie che reinventa un grande successo degli anni Quaranta, «Nature Boy». Insomma, un collage della musica popolare del XX secolo, composto all'insegna dello stesso delirio visionario col quale il regista furoreggia nell'aspetto visivo del film. Complice la moglie Catherine Martin (scenografa e costumista), Luhrmann reinventa Parigi prendendola dalle pellicole tremolanti del cinema muto e pennellandola di bianchi, di rosa, di arancioni e di rossi: i colori acidi della tavolozza di Toulouse-Lautrec. Una certa virtuosistica freddezza non consente al film di emozionare in profondità e di esprimere quell'amore di cui continuamente si parla e si canta, ma ciò non impedisce di proclamare solennemente il Moulin Rouge di Baz Luhrmann monumento internazionale del kitsch, luogo deputato del nostro immaginario collettivo.

LA BATTUTA: La cosa più grande che tu possa imparare è amare e lasciarti amare.

IL LINK
L'home page del film

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