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Tutto
su mia madre
di Pedro Almodovar, con Cecilia Roth, Marisa Paredes, Penelope
Cruz
Distribuzione:
Cecchi Gori Group, durata: 101'
LA
TRAMA: Perduto il figlio in un incidente, una donna fa da
madre a una monaca incinta, che aspetta un figlio dallo stesso
ex-marito della donna: un transessuale malato di Aids.
Personalmente
ho avuto sempre qualche imbarazzo nel commuovermi ai film di Almodovar.
E questo non per un pudore verso la lacrima facile di fronte allo
schermo, bensì per la caratteristica particolare dei suoi
film: che sono sì melodrammi, ma al tempo stesso anche
parodie di melodrammi. Così, fa un singolare effetto rimanere
profondamente coinvolti da storie tanto passionali quanto ironiche,
da conflitti tanto struggenti quanto improbabili. «Tutto
su mia madre» non fa eccezione, visto che la trama potrebbe
riassumersi più o meno così: Una donna sposa
un uomo che, stanco del suo sesso, decide di farsi crescere le
tette. Poi questi mette incinta una monaca, che morendo affida
il bambino alla moglie del travestito, il cui figlio nel frattempo
è morto nel chiedere l'autografo a una diva scontrosa.
Sembra incredibile poter piangere per una storia del genere, assurda
ed eccessiva come una caricatura. Ma la spiegazione del mistero
la offre il film stesso, quando il personaggio del travestito
Algado intrattiene il pubblico sui rapporti paradossali fra verità
e finzione. Elencando gli innumerevoli interventi chirurgici ai
quali si è sottoposto, conclude: Per essere autentici
non è importante essere sé stessi, ma avvicinarsi a ciò
che si è sempre sognato di essere. E' un'epigrafe che
sintetizza il miracolo del cinema di Almodovar, sincero e autentico
proprio nella misura in cui è dichiaratamente artificiale
e artificioso. Frutto di un collage delirante di citazioni, che
vanno da Mankiewicz a Tennesse Williams passando per altri film
dello stesso Almodovar, «Tutto su mia madre» è
uno dei film più belli e coinvolgenti del geniale regista
spagnolo. E' un'opera che sembra venire dal profondo dell'anima
del regista, ormai tanto celebre e padrone dei suoi mezzi espressivi
da poter giocare con malinconica leggerezza coi suoi fantasmi
e col suo stesso successo. Il successo - si dice infatti
nel film - non ha sapore né odore, e quando ti ci abitui
è come se non esistesse. Un concetto che Almodovar
ha chiosato, in confereza stampa, con ancora più amaro
sarcasmo: Il successo non si cerca, arriva. Come la morte.
LA BATTUTA:
Mi piace dire addio alla gente che amo.
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