Al di fuori di una ristretta cerchia di esperti, appassionati e studiosi, il nome Mario Brega non ha mai riscosso un successo elevato. Mentre la figura e la rappresentazione corporea dell'attore erano notissime ai più, il nome ha sempre galleggiato al confine tra indifferenza e oblio. E poi, improvvisamente, grazie alla citazione di una canzone del rapper romano Er Piotta e a un refrain dell'artista Frankie Hi Energy Mc, la massa ha capito chi fosse Mario Brega, collegando il suo nome alla sua immagine. Non è cosa da poco. Grazie a questo processo, l'immaginario collettivo del nostro Paese ha acquisito un nuovo simbolo: quello, nella fattispecie, del genere Trash, che finalmente ha un volto, un nome e un cognome. Mario Brega deve essere considerato non solo il massimo esponente del nobile pattume cinematografico targato anni Settanta, ma anche un simbolo per una intera generazione. Brega è, per dirlo con le parole di Umberto Eco, un feticcio, un 'entità che accorpa su di sé molteplici significati.
Se dalla persona passiamo invece all'opera, il discorso di complessifica e si fa, per certi versi, più entusiasmante. Osserviamo la filmografia dell'attore romano: le sue intepretazioni sono innumerevoli, sia in termini di quantità che di qualità. Passando dalla macchina da presa di Sergio Leone fino a quella del giovane Carlo Verdone, Mario Brega ha raccolto su di sé una vastissima esperienza di frequentazioni e recitazioni. Possiamo dunque affermare in tutta franchezza che Mario Brega rappresenta il cinema italiano o, meglio ancora, che è il cinema italiano. Potremmo quasi definirlo come una scheggia intertestuale impazzita che neppure il semiologo russo Bachtin sarebbe in grado di catalogare.
Onore e gloria a Mario Brega, dunque, per quanto ha fatto per noi e per il nostro cinema.
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