Macché ribelle: l'animale era solo imbizzarrito Torna allo zoo re Leka d'Albania
TIRANA - Un incubo di meno: re Leka Zogu, l'ex monarca inselvatichito che terrorizzava la capitale albanese, è tornato nella sua gabbia al giardino zoologico di Londra, dove spaventerà solo ragazzini e bambinaie in libera uscita. Leka, un anziano e rarissimo esemplare di capobranco balcanico, era fuggito qualche settimana fa approfittando della distrazione dei sorveglianti ed era ritornato nel suo paese natale in cerca dei tipici germogli di cui è ghiotto. Ma, spaventato dal confuso clima preelettorale e dalle continue esplosioni d'arma da fuoco, è stato colto da una crisi di furia, seminando il panico fra gli albanesi anche a causa della sua stazza gigantesca (più di 2 metri, esclusa la coda).
«Voleva riprendersi il paese - racconta un testimone -, così gli abbiamo detto di mettersi in fila dietro Berisha, Nano e i gangster di Valona. È stato a quel punto che si è messo a spaccare tutto». In realtà il povero animale aveva solo chiesto qualche banana e forse un pò d'affetto. Prontamente avvertiti, gli zoologi londinesi sono accorsi a Tirana armati di lazo e di fucili caricati a sonnifero. Non è stato facile snidare Leka Zogu che, arrampicato sul tetto di un alto condominio, respingeva a manrovesci gli elicotteri che tentavano di avvicinarlo. Per fortuna uno dei soccorritori ha avuto l'idea di fargli sentire un carillon che suonava una tipica ninna nanna albanese. A quelle dolci note, Leka ha cominciato a emettere strazianti ululati e si è finalmente calmato. Un esito prevedibile, secondo i politologi albanesi, che citano un antico proverbio locale: «Un bel Zogu dura pogu». Insieme a lui, sono stati catturati a scopo di studio alcuni monarchici albanesi, una specie di pitecantropi sanguinari fino ad oggi sconosciuta, per la quale ha mostrato un grande interesse l'Istituto Darwin. L'accaduto ha destato impressione del comandante della missione italiana Alba, Michele Forlani: «Leka chi? Come? È successo qualcosa?»
Dopo via Rasella, un altro attentato tutto da rivedere
Riaperto a Torino
il caso Pietro Micca
TORINO - Nobile sacrificio o strage impunita? Dopo quasi trecento anni, la giustizia italiana vuole andare a fondo su uno dei più mistificati episodi della storia patria. Il 28 agosto 1706, durante la guerra franco-piemontese, una mina esplose in una galleria della cittadella, uccidendo decine di soldati francesi. Fra le vittime, anche l'attentatore, Pietro Micca, oscuro milite sabaudo della compagnia minatori, il cui nome venne in seguito circonfuso da un'equivoca aura di eroismo.
«Difensore del suo paese? Un momento - si legge nel dispositivo che riapre l'inchiesta sull'attentato -. Il Micca era nativo di Vercelli: cosa gliene fregava se i francesi assediavano Torino? E poi, quali francesi: è stato accertato che i ragazzi periti nella strage venivano dalla Provenza e dal Delfinato, dove si mangia un intingolo molto simile alla bagna cauda». Pietro Micca, dunque, in un raptus sadico-esibizionistico, avrebbe fatto strage di semipiemontesi disarmati, a parte qualche centinaio di spingarde, colubrine, archibugi e baionette.
Sereno e distaccato l'atteggiamento delle forze politiche, dalla Fiamma Tricolore di Rauti («Micca, un bombarolo? Strano che in sezione non l'abbiamo mai visto») al Pds, che per bocca di Fabio Mussi ricorda come all'indomani dell'attentato il Pci prese pubblicamente le distanze da Micca. Le firme per la petizione «Giù le mani dal compagno Micca» vanno inviate a «Liberazione», al «Manifesto» e al «Conciliatore» di Silvio Pellico.
Il povero paese tentava di rifarsi una vita in Europa
Niente grazia per l'Italia: condannata a tenersi Toni Negri
ROMA - «Ho commesso molti errori, lo so, ma non posso continuare a pagare per sempre». Con questo appello disperato la Repubblica Italiana, oggi un'avvizzita cinquantenne dal passato turbolento, sperava di scongiurare la punizione che incombeva su di lei: riprendersi Toni Negri, l'insopportabile professore padovano assegnato per anni, a causa di un clamoroso errore giudiziario, all'incolpevole Francia. Ma la Corte di Cassazione Storica ha detto no. La condanna al Toni Negri a vita si aggiunge alle altre (sorbirsi i reclami di lagnosi ex terroristi di mezz'età e le prediche tritaballe dei loro paladini) che l'Italia dovrà scontare per altrettanti delitti commessi fra gli anni Cinquanta e Settanta: amnesia colposa, furto di democrazia, oscuri legami con i servizi segreti Usa, criptofascismo.
Dal 1991 in poi lo sciagurato paese aveva tentato di rientrare nella vita civile, affrontando perfino difficili interventi di chirurgia estetica, dalla craxotomia (o asportazione delle tangenti) a cura dell'équipe milanese del prof. Borrelli, alle iniezioni sottocutanee di legalità, operazione eseguita dal dottor Antonio Di Pietro senza tener conto delle inevitabili reazioni allergiche. Da ultimo, un lifting alle istituzioni eseguito dalla Clinica Bicamerale con effetti deturpanti. Un calvario che non ha salvato l'Italia dalla severità della Cassazione Storica: il povero mostro è stato fermato sulla via di Maastricht, dove sperava di trovare un posto insieme ad altri paesi europei. Ora è sottoposto agli arresti domiciliari.
|
l'archivio
|
Se vuoi segnalarci un sito, gestire una rubrica o inviarci un suggerimento clicca qui.
|

|
 |
|