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  1999
Paga pantalone 1/ Plauso dall'estero alla sentenza sui jeans
I talebani: «Ai giudici della Cassazione
la cittadinanza onoraria afghana»


ROMA - La Levi-Strauss ha annunciato il ritiro della sua delegazione dall'Italia, i rivenditori di blue-jeans, pur di vendere la loro merce, assicurano che i loro pantaloni sono «raper-friendly», possono cioè essere facilmente lacerati dal violentatore senza sospetti di complicità da parte della vittima. Ma nella generale riprovazione per la sentenza della Corte di Cassazione secondo cui una ragazza in jeans non può essere stuprata senza la sua attiva collaborazione, non manca una nota positiva: il telegramma di congratulazioni giunto ai nostri magistrati dalla lontana Kabul. «Allah ha illuminato le vostre menti - si legge nel messaggio inviato dai talebani -. Un tribunale di mullah fanatici non avrebbe saputo escogitare di meglio. Certo, se poi aveste anche condannato la sgualdrina alla lapidazione i nostri cuori avrebbero palpitato di gioia, ma siete sulla strada giusta, e siamo certi che la prossima volta andrete fino in fondo». Oltre ai complimenti, gli agguerriti studenti di teologia hanno offerto ai giudici della Cassazione la cittadinanza onoraria afghana, ma i severi togati avranno solo l'imbarazzo della scelta: la stessa onorificenza è stata loro decretata anche dal Gia algerino.


Paga pantalone 2/ La Cassazione colpisce ancora
Marta Russo: «Portava i jeans, non fu omicidio»

ROMA - Il casual è chiuso. Questo il parere della Corte di Cassazione, che, in base all'abbigliamento indossato da Marta Russo il giorno della sua morte, ha invitato i giudici ad archiviare il giallo della Sapienza. «E' evidente - si legge nella sentenza - che se la ragazza portava i jeans, aveva intenzione di farsi saltare addosso da qualcuno, non di farsi uccidere. Il fatto che sia stata assassinata è solo un malinteso di cui nessuno può essere ritenuto responsabile. Sorprende piuttosto il fatto che nell'istituto di Filosofia del Diritto non ci fosse nessuno in grado di interpretare correttamente un messaggio così chiaro, il che denuncia una drammatica carenza di preparazione. Se quella mattina la signorina Russo avesse incontrato un giudice della Cassazione, questi avrebbe capito subito e le avrebbe chiesto di togliersi i pantaloni».


The Shoah must go on: i cineasti romani sulle orme di Benigni
I Vanzina: «Anche noi faremo un film sull'Olocastro»

ROMA - «Olocas... Oslocaz... ahò, ma come se dice?» La voce di Enrico Vanzina inciampa nell'emozione, mentre, insieme al fratello Carlo, presenta il film che probabilmente bisserà il successo planetario de «La vita è bella» di Benigni, candidato a sette Oscar. «Robberto è stato bravo - osserva il regista -, ma ci ha fregato l'idea. Era un po' che ci avevamo ner cassetto la sceneggiatura di "A spasso ner lager" con Massimo Boldi e Christian De Sica che faceva er tedesco panzone. Ma poi ci abbiamo rinunciato perché la troupe al secondo ciak ce voleva menà». Dopo il capolavoro di Benigni, non è più sacrilegio tentare di raccontare la Shoah anche con il sorriso. Il film dei Vanzina, titolo provvisorio «Sapore di gas», racconta le storie incrociate di tanti simpatici personaggi riuniti, per uno scherzo del destino, in un campo di sterminio. Flirt, equivoci, musica, corna, belle donne e tanta allegria all'italiana: «Questo è l'Olocausto che piace ar pubblico - spiegano i Vanzina -. Benigni ha fatto er finale triste pe' dà soddisfazzione a la critica de sinistra. E poi 'sta fantasia morbosa de li forni che dentro ce bruciavano la ggente, ma dove l'è annata a pescà? Ner nostro firm i forni serviranno solo a coce la pizza, e tutto finisce co 'na bella magnata».

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