Paga pantalone 1/ Plauso dall'estero alla sentenza sui jeans
I talebani: «Ai giudici della Cassazione
la cittadinanza onoraria afghana»
ROMA - La Levi-Strauss ha annunciato il ritiro della sua delegazione
dall'Italia, i rivenditori di blue-jeans, pur di vendere la loro merce,
assicurano che i loro pantaloni sono «raper-friendly», possono cioè essere
facilmente lacerati dal violentatore senza sospetti di complicità da parte
della vittima. Ma nella generale riprovazione per la sentenza della Corte
di Cassazione secondo cui una ragazza in jeans non può essere stuprata
senza la sua attiva collaborazione, non manca una nota positiva: il
telegramma di congratulazioni giunto ai nostri magistrati dalla lontana
Kabul. «Allah ha illuminato le vostre menti - si legge nel messaggio
inviato dai talebani -. Un tribunale di mullah fanatici non avrebbe saputo
escogitare di meglio. Certo, se poi aveste anche condannato la sgualdrina
alla lapidazione i nostri cuori avrebbero palpitato di gioia, ma siete
sulla strada giusta, e siamo certi che la prossima volta andrete fino in
fondo». Oltre ai complimenti, gli agguerriti studenti di teologia hanno
offerto ai giudici della Cassazione la cittadinanza onoraria afghana, ma i
severi togati avranno solo l'imbarazzo della scelta: la stessa onorificenza
è stata loro decretata anche dal Gia algerino.
Paga pantalone 2/ La Cassazione colpisce ancora
Marta Russo: «Portava i jeans, non fu omicidio»
ROMA - Il casual è chiuso. Questo il parere della Corte di Cassazione, che,
in base all'abbigliamento indossato da Marta Russo il giorno della sua
morte, ha invitato i giudici ad archiviare il giallo della Sapienza. «E'
evidente - si legge nella sentenza - che se la ragazza portava i jeans,
aveva intenzione di farsi saltare addosso da qualcuno, non di farsi
uccidere. Il fatto che sia stata assassinata è solo un malinteso di cui
nessuno può essere ritenuto responsabile. Sorprende piuttosto il fatto che
nell'istituto di Filosofia del Diritto non ci fosse nessuno in grado di
interpretare correttamente un messaggio così chiaro, il che denuncia una
drammatica carenza di preparazione. Se quella mattina la signorina Russo
avesse incontrato un giudice della Cassazione, questi avrebbe capito subito
e le avrebbe chiesto di togliersi i pantaloni».
The Shoah must go on: i cineasti romani sulle orme di Benigni
I Vanzina: «Anche noi faremo un film sull'Olocastro»
ROMA - «Olocas... Oslocaz... ahò, ma come se dice?» La voce di Enrico
Vanzina inciampa nell'emozione, mentre, insieme al fratello Carlo, presenta
il film che probabilmente bisserà il successo planetario de «La vita è
bella» di Benigni, candidato a sette Oscar. «Robberto è stato bravo -
osserva il regista -, ma ci ha fregato l'idea. Era un po' che ci avevamo
ner cassetto la sceneggiatura di "A spasso ner lager" con Massimo Boldi e
Christian De Sica che faceva er tedesco panzone. Ma poi ci abbiamo
rinunciato perché la troupe al secondo ciak ce voleva menà». Dopo il
capolavoro di Benigni, non è più sacrilegio tentare di raccontare la Shoah
anche con il sorriso. Il film dei Vanzina, titolo provvisorio «Sapore di
gas», racconta le storie incrociate di tanti simpatici personaggi riuniti,
per uno scherzo del destino, in un campo di sterminio. Flirt, equivoci,
musica, corna, belle donne e tanta allegria all'italiana: «Questo è
l'Olocausto che piace ar pubblico - spiegano i Vanzina -. Benigni ha fatto
er finale triste pe' dà soddisfazzione a la critica de sinistra. E poi 'sta
fantasia morbosa de li forni che dentro ce bruciavano la ggente, ma dove
l'è annata a pescà? Ner nostro firm i forni serviranno solo a coce la
pizza, e tutto finisce co 'na bella magnata».
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