Grazie al nuovo decreto, anche i killer rischiano di morire. Di noia Mafia, no ai giudici senza scorta: «Così non c'è più gusto»
PALERMO. «Altro che favore. E' un insulto». Tutti d'accordo, camorra,
mafia, 'ndrangheta: il nuovo decreto del governo, che priva delle scorte i
giudici e gli investigatori che non hanno ricevuto minacce di morte nelle
ultime ventiquattr'ore, umilia la loro professionalità e rende inutile quel
pizzico di strategia che distingue il killer mafioso da uno sparatore da
lunapark. «Tutti sanno che quando vogliamo ammazzare qualcuno, non c'è
scorta che tenga - afferma uno degli assassini del commissario Ninni
Cassarà -. Ma più gente c'è da ammazzare, più ci divertiamo. A vedere
questi poveri gorilla tutti seri che guardano di qua e di là come cagnoni
da caccia e ci hanno una fifa boia, c'è da scompisciarsi. E adesso il
governo vuole toglierci tutto il gusto. Dai nostri amici di Forza Italia
non ce l'aspettavamo».
Ma il vero problema è un altro. Uccidere un giudice con scorta finora era
un'operazione che richiedeva una pianificazione lunga e accurata, commandos
numerosi e fiancheggiatori fidati. Solo la grande criminalità organizzata
poteva permettersi di mantenere tanto personale. Il decreto anti-scorte
rischia di favorire la concorrenza più selvaggia e a buon mercato, e, coi
tempi che corrono, è difficile che i grandi boss resistano alla tentazione
di licenziare tecnici e stragisti che potrebbero essere comodamente
sostituiti da un sicario a basso prezzo. I più preoccupati sono gli
artiglieri di Cosa Nostra, specializzati nel confezionamento di autobombe
in grado di far fuori almeno quattro persone. «Che ne sarà dei nostri posti
di lavoro? - singhiozza uno degli autori della strage di Capaci - Quale
sarà il nostro futuro, se per uccidere un magistrato basterà l'ultimo
venuto? Non è facile riciclarsi, per un costruttore di autobombe. Non mi
vogliono né gli elettrauto né le industrie di armi. Pensi che avevo
un'autobomba già pronta, ho dovuto svenderla ai palestinesi di Hamas».