Medio Oriente: e se provassimo col metodo Montessori? Nuova mediazione fra Sharon e Arafat:
arriva una maestra d'asilo
GERUSALEMME - Dove hanno fallito Zinni e Powell potrebbe riuscire una donna.
Condoleeza Rice? No, Albertina Poluzzi, 54enne educatrice di scuola materna
a Reggio Emilia, pugno di ferro in guanto di velluto, una vita passata a
sedare contese territoriali e zuffe all'ora della merenda. A lei le Nazioni
Unite affidano l'ultima speranza di ricomporre il dialogo fra Sharon e
Arafat. Una scelta avvenuta sulla base di due considerazioni: primo, i due
vegliardi sono regrediti all'età mentale di quattro anni, ed è inutile
tentare di farli ragionare da adulti; secondo, tanto peggio di Colin Powell
e Anthony Zinni Albertina non potrà fare. «A dirla tutta, quando l'Onu mi
ha proposto questa missione ho esitato - commenta sorridendo la
protagonista dell'inedita missione di pace -, non volevo abbandonare i miei
alunni. Per fortuna Kofi Annan si è offerto di sostituirmi a scuola».
Sulla genesi del conflitto israelo-palestinese l'intraprendente Albertina
ha una personale teoria, dettata dalla sua lunga esperienza
psicopedagogica: «Da piccolo, negli anni Cinquanta, Israele non è stato
seguito correttamente nel delicatissimo periodo dell'inserimento nel nuovo
ambiente, e per superare il suo senso di inferiorità ha sviluppato un
atteggiamento aggressivo nei confronti dei compagni, i paesi arabi. Questi,
da parte loro, non sono stati preparati da genitori e insegnanti ad
accogliere un "diverso" e hanno cominciato da subito a fargli la guerra».
Ma, tornando al presente, quali sono le intenzioni della signora Poluzzi
per placare la furia di Sharon e il rancore di Arafat? «Prima di tutto, li
manderò a fare un bel riposino. Quando due sono così arrabbiati è prima di
tutto perché sono stanchi. Poi, niente merenda né cartoni animati finché
uno non porta via i suoi carri armati e l'altro non condanna i terroristi.
Mi creda, funziona sempre, e mi sorprende che né Zinni né Powell ci abbiano
pensato. Sharon e Arafat hanno bisogno di sentirsi dire dei "no" chiari e
tondi, altrimenti non cresceranno mai». E per indurre i due nemici a
riaprire le comunicazioni reciproche (per ora avvengono solo in inglese,
lingua che entrambi parlano ma non capiscono), la Poluzzi ha già pronto un
piano. La sua arma segreta sono fogli e pastelli: «Se non vogliono
parlarsi, gli chiederò di fare dei disegni. Così potranno esprimere i
propri sentimenti senza sovrastrutture verbali». Una cosa è certa:
Albertina Poluzzi intende risolvere la questione nel più breve tempo
possibile, per tornare fra i suoi bambini di Reggio Emilia: «Kofi come
supplente non se la cava male, però non può chiamare i Caschi blu tutte le
volte che i bambini rifiutano di mangiare la verdura».