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  IL FAN CLUB - LE RECENSIONI
Angelo Guglielmi
da "l'Espresso" del 15 ottobre 1995
Te la do' io una bella copertina...

In un momento di decadenza, di usura dei meccanismi della satira, Lia Celi, con un'alzata d'ingegno, prova un contro-movimento. E se finora la satira sembrava impegnata a giocare con l'ambiguità delle parole (scoprendone, sornionamente, il fondo di vergogna, Lia Celi, conscia che la leva dell'ambiguità è ormai rotta, prende su di sé' le parole della vergogna (già tutte pronunciate, non c'è più nulla di osceno da mettere in mostra) e le fa a pezzi, le massacra mettendo a nudo i meccanismi della loro corrosione (perversione) interna. Così, dovendo dileggiare la pretesa della stampa italiana (sto parlando di quella seria) di sedurre il lettore con foto di tette e di culi (da qualche tempo non solo di donna) Lia Celi (nelle vesti del direttore di un settimanale) non cerca (rifiuta) vie traverse e allusive (per esempio affiancare al volto di un politico impudente un sedere di donna) ma stampa così e semplicemente un gran culo (un culone divino) sulla copertina del settimanale (di cui il padrone, pena la chiusura, ha ordinato il rilancio) e poi, incassato fin dal primo numero un forte rialzo delle vendite, nei numeri successivi, quasi a sua (del direttore) insaputa, accade che quello straordinario culo di per sé, per autoriproduzione spontanea, si moltiplichi, invadendo via via le altre pagine del settimanale fino a diventare l'unica illustrazione ammessa (perfino a corredo del massacro provocato dalla bomba serba al mercato di Sarajevo). A questo punto il settimanale ha vinto, il padrone è in estasi e il pubblico (che corre sempre più numeroso ad acquistarlo) è felice. Si, anche il pubblico, giacchè' la satira di Lia Celi non seleziona i buoni dai cattivi certo i cattivi sono cattivi ma i buoni non esitano a fornire alimento alla cattiveria dei cattivi. Così l'accetta della Celi scende decisa senza chiedersi a chi può far male; il suo bersaglio è il linguaggio, le bugie delle parole in cui gli uomini si arrotolano, si esaltano, si giustificano, s'ingannano. Nei cinque racconti c'è un personaggio che passa dall'uno all'altro nel ruolo di "deus ex machina". Porta a tracolla una sega a motore che tiene sempre accesa per affettare, tagliare, massacrare. Quel personaggio si chiama Cedric. Ma Cedric è Lia Celi che, scrive Michele Serra, "con una passione depravata (...) trascina (...) il groviglio dei discorsi "attuali" sul tavolo di anatomia, li rovescia e li seziona, li ricompone in una sarabanda infernale il cui esito è tecnicamente esilarante e moralmente cristallino".

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