document.write('QUARANTADUE (22 NOVEMBRE)
QuarantadueVoglio coinvolgervi in un esperimento, una pratica che, storicamente, alla sinistra riesce benissimo. A me meno. L’esercizio consiste nello sdoganare presso i progressisti un personaggio pubblico reputato (a volte a torto, altre a ragione) totalmente privo di qualità umane e/o intellettuali e/o artistiche. Ma non basta: deve anche essere considerato (anche qui: a torto o a ragione) un’icona della cultura di destra. Posto che ne esista una. Gli esempi si sprecano: dall’Indro Montanelli deberlusconizzato dell’era post-Il Giornale al Jovanotti di “Yo!” e “1,2,3 Casino” che, alla Festa di Cuore, vede la luce grazie a Fabio Fazio e improvvisa un duetto con Walter Veltroni intonando “La Locomotiva” (tra parentesi: Lorenzo cantò la frase “trionfi la giustizia proletaria!”, Veltroni no). Ora tocca a me. Basta prendere un lungo respiro, fare il vuoto attorno a sé, e spararla lì: a me piace Max Pezzali. L’ho detto. Ce l’ho fatta. Esagero: credo che “Gli anni” sia una bella canzone. E che in fondo lo siano anche “Come mai” e “Io ci sarò”. Per chiarire ulteriormente, “mi piace” è in effetti un’espressione un po’ forte. Credo sia una persona perbene, ecco. Uno che è così, come lo si vede: timido, a disagio davanti alla telecamera, bruttino, alle prese con un sorriso impresentabile e la calvizie incombente. Uno che scrive canzoni per raccontare storie sulla vita di provincia e gli amici del bar, paragonabili (per temi trattati e fatte le dovute proporzioni) a quelle di Guccini o Ligabue. Liberi di non essere d’accordo o pensare che stia virando verso destra. Però se vi becco vi torturo nel modo spietato che in Cile utilizzano per i dissidenti: mettendo in loop il cd singolo di “Hanno ucciso l’uomo ragno”.
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