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(27/04/2004 - 15:53)
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[da Intervista con Gabriel García Márquez di Peter Stone, edito nel '96 presso minimum fax]

gabo.jpgCome ha cominciato a scrivere?

Disegnando. Disegnando vignette. Prima ancora di imparare a leggere e a scrivere disegnavo fumetti a scuola e a casa. La cosa curiosa è che ora mi rendo conto che quando ero alle superiori avevo la fama di essere uno scrittore, sebbene in realtà non avessi mai scritto niente. Se c’era un pamphlet da scrivere o una lettera di petizione, io ero quello che doveva farlo perché ero apparentemente “lo scrittore”. Quando cominciai l’università avevo in generale un ottimo background letterario, considerevolmente al di sopra della media dei miei amici. All’università di Bogotà iniziai a fare nuove amicizie e conoscenze, persone che mi introdussero agli scrittori contemporanei. Una sera un amico mi prestò un libro di racconti di Kafka.


Inviato da giuseppe genna , Venerdì 29 Agosto 2003


heaneycolor.jpgDi Seamus Heaney, uno dei massimi poeti viventi, premio Nobel per la letteratura nel 1995, Mondadori sta per pubblicare nella collana Lo Specchio una raccolta ancora inedita in Italia, Electric Light. Ce ne occuperemo debitamente quando il libro uscirà. Nel frattempo, per restare allenati alla straordinaria visionarietà di questo genio irlandese, recuperiamo parte di un intervento di Francesco Giardinazzo che Bollettino '900 pubblicò tempo fa: una profonda incursione nei timbri e nei temi di quello che è ormai riconosciuto come uno degli apici della poesia mondiale contemporanea.
Inviato da giuseppe genna , Venerdì 29 Agosto 2003


palahniuklulla0.jpgNon soltanto Eugenides (vedi l'1.0 di questo speciale) compone il fronte vasto dei brillantissimi "giovani" americani che, se ne rendano conto o meno, stanno inoculando il virus dissociativo nella narrativa di area anglosassone. Va ripetuto: sto parlando comunque di grandi autori, di scrittori che, come nel caso del tizio qui a fianco, amo visceralmente da sempre. Non si tratta però di un discorso che ha a che vedere semplicemente col fatto letterario o stilistico; piuttosto, di un'osservazione solo in parte scriteriata a proposito di una deriva che la civiltà americana sta prendendo e che implica una sorta di evaporazione dell'umanesimo a favore di un umanesimo della fiction, di un umanesimo fiction - il che implica una letteratura in parte schierata contro la totalità sintetica dell'uomo, del suo pensare e del suo sentire compresi come unità ambigua, erronea, mai medicabile. E' proprio il caso del penultimo romanzo di Chuck Palahniuk, Lullaby, che sta per essere pubblicato in Italia.
Inviato da giuseppe genna , Giovedì 28 Agosto 2003


di Giuseppe Iannozzi

rioartu.jpgMichel Rio è nato nel 1945 in Bretagna, quella che potremmo definire la culla dell'epopea arturiana, ed è cresciuto in Madagascar. Oggi, Michel Rio vive a Parigi, dove però rifugge le luci della ribalta, opponendo alla mondanità della capitale la quiete della propria ricerca letteraria. Autore molto apprezzato in patria, raffinatissimo e mai banale, ha ridisegnato le vicende arturiane con un aplomb inedito, metafisico, pur non disdegnando di accogliere inserti fantastici all’interno delle sue opere. La narrativa di Michel Rio è tutta tesa alla possibile ricostruzione della geografia umana e per questo motivo è impossibile tentare di inquadrarlo in una etichetta letteraria necessaria o di comodo. In patria, Michel Rio ha ricevuto numerosi e prestigiosi premi letterari ed è da molti corteggiato per la sua verve unica; la sua è voce che ritrae l’uomo e lo smembra, è voce capace d’indagare nello spirito e ridurlo a brandelli e allo stesso tempo, paradossalmente, ricomporlo per restituirlo all’umanità.
Inviato da giuseppe genna , Giovedì 28 Agosto 2003


tcooper.jpgSta per uscire Ognuno di loro, il libro della geniale T Cooper che ha conquistato l'America e ha entusiasmato la critica. Justin Cronin lo giudica "una storia d'amore originalissima per la nostra assolutamente originale epoca. Un romanzo meraviglioso" e Kate Bornstein ne parla in termini travolgenti: "T Cooper torce, intreccia e fa scontrare con grande abilità, generazioni, identità e orientamento sessuali in modo così delizioso che non credo nessuno possa leggere questo libro senza identificarsi dolorosamente con almeno uno dei suoi personaggi e senza innamorarsi perdutamente di uno degli altri. Splendido!". Ce ne occuperemo approfonditamente in un prossimo speciale. Nel frattempo diamo il benvenuto a tipi tosti di Scritturapura (qui il sito ufficiale), di cui riproduciamo il manifesto.
Inviato da giuseppe genna , Giovedì 28 Agosto 2003


eugenidesms10.jpgC'è da concordare con quello che scrivono di Middlesex i Bravi Ragazzi di Blackmailmag (a proposito: è probabilmente la zine letteraria migliore d'Italia): "Questo romanzo contiene almeno trecento pagine in eccesso e dimostra come l’altra faccia di una produzione narrativa sovrabbondante possa essere talvolta quella dello scrittore che tace per dieci anni e poi partorisce l’opera elefantiaca che gira intorno a se stessa". Non sono così radicale nello stroncare il romanzone con cui Jeffrey Eugenides si è aggiudicato il Pulitzer: il romanzo è comunque un testo fondamentale del nostro tempo presente ed Eugenides sa toccare tutti i tasti - non è questo, dunque, il punto su cui vorrei insistere. Però qualche osservazione vorrei farla - e non riguarda soltanto Eugenides. Riguarda una crisi, anzi: la Crisi. La Crisi della letteratura americana contemporanea, che finora non sembra esplodere in patologie evidenti e in sintomatologie conclamate. Diciamo che è un'indigestione: di brillantezza e di fibrillazione cognitiva. La letteratura americana contemporanea, se svolta, svolta in questo: annuncia la riduzione della complessità umana in brillantezza. Sta spalancando le porte al proprio inferno privato che è, ahimè, un inferno collettivo - e che peraltro riguarda tutti noi.
Inviato da giuseppe genna , Mercoledì 27 Agosto 2003


varela.jpgLa scomparsa di Francisco Varela, nel 2001, ha lasciato un vuoto solo apparentemente incolmabile nel panorama dell'umanesimo contemporaneo. Le sue ricerche in àmbito neuroscientifico ed epistemologico stanno fruttando una sorta di rivoluzione copernicana: è anche grazie a Varela che, tra cinquant'anni, l'uomo percepirà se stesso e il mondo in modi che, attualmente, sembrano distantissimi dal sentire comune in Occidente. L'incontro tra teorie psichiche e ultrapsichiche, di chiara matrice orientale, con la scienza forgiata in secoli di tradizione occidentale comporteranno uno smottamento che soltanto le menti più acute hanno individuato quale frontiera di sviluppo della nostra cultura di specie. Non avendo avuto l'opportunità di celebrare degnamente la figura di Varela, riproduciamo un intervista che lo scienziato cileno rilasciò all'Enciclopedia Multimediale delle Scienze Filosofiche.
Inviato da giuseppe genna , Mercoledì 27 Agosto 2003


di Fernanda Pivano

pivanobeat.jpgGinsberg lo incontrai a Parigi sei anni dopo. Era fermo con Peter Orlovsky e Gregory Corso davanti al Café Le Conti, sotto la scritta dell'Hotel Petit Trianon, dove la rue Dauphine si incrocia con la rue Mazarine, la rue de Buci e la rue Saint-André des Arts. Sottsass e io eravamo andati in rue Dauphine a portare una scatola di marron glacé ad Alice B. Toklas e stavamo tornando in albergo quando dall'altra parte della strada Gregory Corso, che era stato di recente nostro ospite a Milano, si mise a gridare perché ci aveva riconosciuti. Ginsberg, con il quale avevo scambiato molte lettere, non mi aveva mai vista e mi guardava sorpreso; poi mi venne incontro con quel suo sorriso paziente.

Inviato da giuseppe genna , Giovedì 24 Luglio 2003


forestcover.jpgE' uscito per i tipi HoldenMaps di Rizzoli un interessantissimo saggio del romanziere e critico francese Philippe Forest: si intitola Il Romanzo, il Reale (11 euro, traduzione di Gabriella Bosco). Partendo dalla domanda che la critica post-strutturalista, soprattutto europea e soprattutto nichilista, si pone da anni, se cioè sia ancora possibile il romanzo, Forest elabora alcune folgoranti categorie critiche della fiction. Una di queste è l'autofiction. Traduciamo parte di un'intervista (qui l'originale) che Philippe Forest ha rilasciato a Audrey Cluzel sulla nozione di autofiction.

Cosa distingue l'autobiografia dall'autofiction?
L'autofiction altro non è che l'autobiografia sottoposta al sospetto. Per sospetto intendo la messa in questione da parte della coscienza critica. Se si racconta un'esistenza, la si trasforma in romanzo e si penetra nel dominio incantato della favola. Si pensa di dire il vero della propria vita e, appena ci si riflette sopra, ci si rende conto che tutto il racconto, anche il più intimo, ha assunto la forma obbligata della fiction. Ognuno degli episodi vissuti si configura spontaneamente secondo le regole che organizzano il grande dominio immaginario dei racconti, delle epopee, delle tragedie, dei romanzi. "La verità ha la struttura della fiction" diceva Lacan.
Inviato da giuseppe genna , Giovedì 24 Luglio 2003


giuliani.jpgdi Tommaso De Lorenzis

La mattina del 20 luglio 2001, in piazza Manin, a Genova, la venticinquenne Caterina Ramat, inviata di un’emittente bolognese, potrebbe aver incrociato lo sguardo di un uomo dalla corporatura massiccia impegnato a distribuire datteri iracheni. È probabile che abbia assunto un’espressione perplessa, osservando quel mastodonte dedito al commercio equo e solidale. tassinaricover.jpgLui deve aver sorriso, notando quella ragazza, decisa ed esitante al tempo stesso, impegnata in una corrispondenza. Il gioco di sguardi è durato qualche secondo. Poi, l’inferno: il rumore sordo dei lacrimogeni, l’anfetaminica carica della polizia, l’accanimento gratuito. I due non si incontreranno più. Forse, per un attimo, sono fianco a fianco in corso Montegrappa, con la medesima preoccupazione: sganciarsi al più presto dalla piazza tematica delle associazioni pacifiste, trasformatasi in una gigantesca tonnara. Nessuno, tra quanti parteciparono nel luglio di due anni fa alla contestazione anti-G8, può ricordare Caterina o il gigantesco Max, perché la prima è la protagonista de I segni sulla pelle (Marco Tropea Editore, 2003) di Stefano Tassinari, il secondo è uno dei due soci di Marco Buratti, investigatore privato senza licenza, figlio della penna di Massimo Carlotto.
Inviato da giuseppe genna , Mercoledì 23 Luglio 2003


ginsbergapp1.jpgdi Fernanda Pivano
Allen Ginsberg nacque nel 1926 a Newark, New Jersey da un poeta professore di liceo e da una comunista russa. A sette anni vide impazzire sua madre e l'accompagnò in una casa di salute, a dieci aiutò una zia a raccogliere fondi per la guerra antifranchista. Frequentò il liceo a Paterson, New Jersey fino a diciassette anni; lesse Poe, Shelley, Dostoevskij. Si iscrisse alla Columbia University dove conobbe Jack Kerouac, col quale andò a vivere in una specie di comunità urbana nell'appartamento dove abitava William Burroughs con la moglie.
Inviato da giuseppe genna , Mercoledì 23 Luglio 2003


bevilacquaapp1.jpgE' uscito in allegato col Corriere della Sera uno dei romanzi formidabili del Novecento italiano: La Califfa di Alberto Bevilacqua. E' un'occasione per ripensare attentamente quanto sostengono alcuni: che, cioè, la tradizione narrativa italiana è debole. La straordinaria, barocca, fantasmagorica narrazione di Bevilacqua resta una delle acquisizioni per sempre della letteratura italiana. Pubblichiamo la prefazione che Barbara Palombelli ha scritto per questa nuova edizione della Califfa e proponiamo un intervento di Bevilacqua a proposito dell'opera critica di Giacomo Debenedetti. In chiusura, alcuni brani da interviste dell'autore de La polvere sull'erba: credete, vale la pensa di leggersele...
Inviato da giuseppe genna , Mercoledì 23 Luglio 2003


burroughs1.jpgdi Fernanda Pivano

Burroughs conosce bene la società borghese alla quale si è sottratto in modo così decisivo. E' figlio del famoso Burroughs progettista e produttore di macchine da calcolo e contabili, così passò un'infanzia felice, o per lo meno economicamente felice, a Saint Louis. La depressione intaccò la situazione economica della sua famiglia, ma non fino alla rovina; e infatti egli continuò regolarmente i suoi studi. Ancora per il decennio che seguì la depressione continuò a vivere inserito nella società; studiava seriamente poesia e etnologia, e all'università di Harvard si laureò in letteratura inglese con una tesi in antropologia. Nella scia di tanti espatriati americani andò a trascorrere un anno in Europa; ma nel 1936 si ritrovò in America, con un assegno mensile di centocinquanta dollari che gli veniva dall'eredità paterna e il peso di ventidue anni di angosce e di andirivieni psicilogici che né la rispettabilità della sua famiglia né l'ottimismo del New Deal americano né gli psicanalisti nascenti riuscirono a risolvere.
Inviato da giuseppe genna , Martedì 22 Luglio 2003


villalta.jpgGian Mario Villalta, nato a Visinale di Pasiano (Pordenone) nel 1959, è uno degli scrittori e intellettuali emergenti in Italia, una sicura risorsa creativa e critica per la società culturale che si sta rapidamente trasformando nel nostro Paese. Poeta, narratore, critico letterario e filosofico, Villalta ha alle spalle un nutrito curriculum di titoli, tra cui spiccano sicuramente la curatela parziale del Meridiano dedicato ad Andrea Zanzotto, la raccolta di poesie L'erba in tasca (Scheiwiller 1992) e i racconti di Un dolore riconoscente (Transeuropa 2002). E' tra i fondatori e curatori di Pordenonelegge. Pubblichiamo qui un'intervista che Gian Mario Villalta ha rilasciato a Christian Sinicco di Fucine mute, oltre che alcuni testi poetici e un intervento dello stesso Villalta sul compito dello scrittore nel nostro presente.
Inviato da giuseppe genna , Martedì 22 Luglio 2003


kerouacapp1.jpgdi Fernanda Pivano

Forse l'errore è stato chiamarla beat generation: ai tempi che Kerouac mise in moto tutta questa baracca era soprattutto una go generation. Dove andassero non lo sapevano di certo, quei dolci insopportabili patetici insolenti hipsters dal volto d'angelo che zigzagavano per gli Stati Uniti come noi più tardi le nostre varie piazze del Duomo, in cerca di altri amici con cui andare, dove, chi lo sa, ma andare. Per un po' di tempo un Kerouac asciutto, intenso e disperato cercò di difendersi dicendo che la beat generation non esisteva, era solo un gran chiasso che avevano fatto intorno a una sua frase, che in realtà beat non erano soltanto gli adolescenti del rock and roll ma anche i tossicomani sessantenni, che beat voleva dire essere degli hip del Ventesimo Secolo, vale a dire hip della vita e di visioni mistiche. Ma già allora, nei primi giorni del 1958, mentre lo stavano leonizzando a New York e cercava di sfuggire allo stereotipo che lo avrebbe ucciso, Kerouac disse in un'intervista di essere enormemente triste, in una grande disperazione, perché vivere era un gran peso, un grande faticosissimo peso, e avrebbe voluto essere al sicuro, già morto: avrebbe voluto avere la certezza che noi in cielo come vuoti fantasmi ci siamo già, davvero.
Inviato da giuseppe genna , Lunedì 21 Luglio 2003


kubrickcolor.jpgNel mese di ottobre Falsopiano pubblicherà un saggio di Simone Ciaruffoli (webmaster del blog di cinema pickpocket) sull'ultimo capolavoro kubrickiano con il titolo Stanley Kubrick - Eyes Wide Shut. Anticipiamo intanto l'introduzione al testo.

STANLEY KUBRICK O QUALCOSA
CHE FACCIA TREMARE LA TERRA

di Simone Ciaruffoli

Quando ci apprestiamo a vedere un film di Stanley Kubrick sappiamo già che le successive due ore saranno impiegate a decifrare, a svelare un corpo e a farsi vedere dallo stesso. Insomma, sappiamo già che più che una semplice visione, la nostra seduta sarà di carattere esperienziale. Chi di noi di fronte a una sua opera non ha sentito almeno una volta una sorta di avvicinamento a quelle che sono le nostre più ancestrali paure, ai reconditi e forse imperscrutabili desideri, a una cosmogonia del nostro inconscio?
Inviato da giuseppe genna , Lunedì 21 Luglio 2003


millerapp.jpgdi Fernanda Pivano

pivanomiller.jpgNon c'è dubbio che il tema fondamentale della poetica di Miller resterà il suo straripante, incontenibile amore per la vita. Della vita ama tutto, il bello e il brutto, il sordido e il meraviglioso, in un'aderenza senza riserve, in uno slancio senza incertezze verso quel flusso vitale che egli considera l'unica realtà valida dell'uomo. La sua anarchia e il suo nihilismo, la precisione quasi brutale di certe sue descrizioni, hanno creato infiniti equivoci nella definizione della sua poetica; eppure per lui quella brutalità è un'esaltazione della realtà, quel nihilismo non si basa sul pessimismo ma sulla fiducia in realizzazioni migliori, quell'anarchia non è una negazione ma l'accettazione della realtà naturale contro le sovrastrutture di uomini asserviti a fini privi di significato. Il Tropico del Cancro incomincia (o quasi) così: «Sono senza denaro, senza risorse, senza speranze. Sono l'uomo più felice del mondo. Un anno fa, sei mesi fa, pensavo di essere un artista. Ora non lo penso più, lo sono. Tutto ciò che era letteratura mi è caduto di dosso... Questo non è un libro... lo canterò per voi, un po' stonato forse, ma canterò. Canterò mentre voi gracchiate».
Inviato da giuseppe genna , Venerdì 18 Luglio 2003


di Alessandro Baricco

mccarthy.jpgbariccocolor2.jpgOgni tanto qualche scrittore riesce a cambiare le carte in tavola. A creare nuovi paesaggi. Non si limita a scrivere libri belli. Scrive libri che sono mondi radicalmente inediti. è come se aprisse ai viaggi dell' esperienza territori inesplorati. Spalanca la geografia della scrittura. Negli ultimi vent' anni, di tipi del genere non ne sono mancati: uno è Cormac McCarthy. Se siete pigri o non avete tempo di pensare, potete cavarvela dicendo che è poi sempre un Faulkner rivisitato, e liberarvi dall' incombenza. Ma se vi importa di capire qualcosa, allora leggete McCarthy rimanendo in ascolto: quella musica non la suonava nessuno, prima di lui. Non in quel modo, almeno.
Inviato da giuseppe genna , Venerdì 18 Luglio 2003

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