Saggista, romanziere, sceneggiatore teatrale e cinematografico, portavoce politico, candidato al Congresso e al Senato (e per due volte trombato), Gore Vidal è uno dei maggiori scrittori americani e forse - insieme a Tom Wolfe - il più polemico e il più narciso della cricca.
E' nato nel 1925 presso l'accademia militare di New York (suo padre ne era un istruttore) e ha debuttato a diciannove anni - mentre ancora indossava l'uniforme dell'esercito -, con Williwaw. Intanto stava maturando l'idea di entrare in politica. Suo nonno T.P. Gore, con cui è cresciuto, era il senatore dell'Oklahoma, e l'aveva da sempre educato ai traffici e alle diplomazie di Washington. Se la letteratura è stata dall'inizio una vocazione, la politica è divenuta ben presto più che un know how: è stata un'autentica passione. Però l'istinto è selvaggio e GV decide presto di andare a vivere in un posto assurdo (il Guatemala) per un periodo assurdo (due anni) della sua assurda esistenza.
La pubblicazione del suo primo titolo - che risente pesantemente di echi hemingwayani - viene salutata dalla critica con apprezzamenti diffusi, ripetuti in occasione dell'uscita del secondo libro, il leggendario The city and the pillar (1948), un autentico outing di uno scrittore omosessuale, che scandalizza l'America puritana.
Il successo critico è altalenante per il terzo libro, The judgement of Paris ('53) e si tramuta in implicita e silenziosa censura per i lavori che seguono. Scoraggiato, Gore Vidal si dà alla produzione di sceneggiature teatrali, televisive e cinematografiche.
Torna soltanto nei Sessanta alla letteratura. Inizia a meditare un progetto di history fiction sull'America. E' del 1964 Julian (dal nome dell'imperatore romano), a cui seguono Washington D.C. ('67) e il suo capolavoro, Burr ('74). Fino all'ultimo The Golden Age (2000), con cui chiude quest'epica americana di vastissimo respiro, Gore Vidal dà alla luce libri non sempre all'altezza, da 1876 ('76) a Lincoln ('84), avvicinando la narrativa della sua immaginifica storia al lessico e alle tematiche delle Sacre Scritture, rivisitate con una disinibizione coinvolgente e senza dubbio emulata dal Mailer del Gospel according to the Son.
Le attività collaterali di Gore Vidal subiscono alterne fortune. Si va dal successo cinematografico dello script tratto da Myra Breckenridge (del '68, dedicato a Isherwood, dove il tema genderista è affrontato nel momento in cui infuria la rivolta dei campus) ai fallimenti delle due candidature politiche (sempre in campo democratico, prima al Congresso e poi al Senato).
Trasferitosi in Italia negli anni Sessanta, Gore Vidal diviene un outsider importante dell'intellighentsia americana. Presule volontario, acido e scostante, si accapiglia in polemiche violentissime con Updike, Mailer e lo stesso Wolfe. Premiato col National Book Award nel '93, Gore Vidal non si fa problemi a sproloquiare in tv (è stato sfortunatamente plurintervistato da Minoli), ad apparire in film (da Roma di Fellini a Gattaca), a sguaiare in memorie vanesie ma preziose (per esempio, nel '95, in Palinsesto, racconta della sua attiva partecipazione alle feste del clan Kennedy, del duello con Paul Newman per sposare Joanne Woodward, del rapporto omosessuale con Kerouac e della seduzione di Anaïs Nin).
Dall'eremo di Ravello (sulla costa amalfitana): non ha risparmiato Mailer dall'appellativo di "macho writer" (Dio ce ne scampi: ne è sorta una polemica assurda e furibonda); ha dichiarato che il suo sogno di sempre è diventare Presidente degli Stati Uniti; ha sbugiardato suo cugino Al Gore durante l'affare Clinton; ha lanciato strali praticamente contro ogni scrittore del suo Paese.
Però, con l'uscita di The Golden Age, ha dato le miglia a tutti: è uno dei maggiori scrittori dell'America contemporanea.
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