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Pincio: un amore dell'altro mondo

pincioamore.jpgTutti ad accusare, a detrarre. Oppure a lodare, a soffocare di zucchero. Tutti, comunque, intenti a strangolare il bimbo nella culla. Il bimbo sarebbe Tommaso Pincio - in particolare, il Pincio dell'ultimo romanzo, il suo primo einaudiano. Gli strangolatori sono invece i critici, che hanno inscenato un mesto teatrino intorno a uno dei più formidabili romanzi della nostra più recente letteratura e che hanno tentato stolidamente di qualificare una sedicente "giovane critica" allacciandola a una supposta "giovane narrativa". I più mesti e tristi figuri di questa schiera, di per sé mesta e trista, sono senza dubbio Bruno Pischedda e Franco Brevini.

L'uno è la versione anagraficamente aggiornata dell'altro. Entrambi frustrati dall'accademia universitaria, eterni contemplatori di uno spettacolo indecente a cui ambirebbero partecipare dal vivo, questa sineddoche binaria della critica italiana parla e scrive con gergo baronale, pensando che veramente qualcuno la stia a sentire, proprio come veramente la massa di editor dà loro credito. Ahimè, la gente non è una massa di editor, e Pischedda & Brevini non se li bada nessuno. Non per questo, desistono: essi vivono, e ci tengono a farcelo sapere. Come? Magari stroncando nella solita maniera furbetta, fintogiovanile, emancipata come può esserlo la Borboni o una scatoletta di cipria. Più candidati che candidi, questi due Jachin e Boaz della sottocultura extraccademica si piccano di saperla lunga: dalla cotonatura dei sempiterni divani da salotto made in Turin al postmoderno, la spettroscopia della loro critica di gusto lascia un sapore amaro sulla lingua di chi li legge, al pari di quello che deve avere colpito, in più occasioni, le loro stesse papille gustative. Scherani di Nessuno, i due moquettati Stizzosi di paese (il nostro), hanno tenuto a fare conoscere il loro parere su Un amore dell'altro mondo, uno degli apici del romanzo italiano contemporaneo. Per colpire il Pincio - che è il nostro Aventino - colpiscono tutto ciò che non è Pincio: l'America, la cultura popolare, la globalizzazione, la Pepsi Cola, David Lynch e l'eroina. Siccome il nomignolo del Pincio ricorda loro Pynchon, eccheli lì a fare il paragone, la convergenza parallela, la similitudine mancata con il genio di Gravity's Rainbow.
C'è da sottolinearlo? Sono tutte idiozie. Come idiozia è la marchiatura di "romanzo generazionale" posta a etichetta in coda al romanzo dell'autore dello Spazio sfinito. Non c'è generazione, non c'è compleanno, addirittura non c'è tempo che tenga in questa favola goetheana che è Un amore dell'altro mondo. Se qualcuno pensa che si tratti del grande romanzo italiano, sbaglia: qui siamo di fronte a un apice della letteratura, sempre identica a se stessa pur aggiornata nella forma e nello stile, voce bianca che fa baluginare la presenza di un altro mondo tutto interno a questo nostro. Non c'è sviluppo tematico se non per finta, non c'è densità bensì rarefazione, non c'è psicologia ma neppure fumettistica, non c'è emotività se non per evocazione distante e immemore. Pincio aveva già dimostrato con M., e ancor più con Lo spazio sfinito, di riuscire a varcare la soglia tra esistenza ed essenza (quintessenza, in effetti), alla ricerca di una riedizione per nulla melanconica della grande tradizione "eterea" della poesia e prosa occidentale. Come in un laicissimo Timeo, l'antilogica del koan (che gioca uno scherzo all'"io", lo sorpassa, permette l'accesso a una psiche vuota da cui l'"io" stesso sembra prendere vita) compie in Un amore dell'altro mondo un'estrema rappresentazione della profondità. Meglio: dello sfondamento della profondità, che non trascende mai la superficie delle cose, poiché il vuoto origina al tempo stesso profondità e superficie. Sembra di assistere all'incontro parabolico tra Nakiketas e la Morte nella Scrittura indù, o a una reprise benjaminiana di qualche racconto esemplare haggadico. Se non si avverte come l'aria sia rarefatta, a grandi altezze si rischia l'ipossia o il soffocamento: che è appunto ciò che è capitato ai critici italioti nell'accogliere o nel respingere il romanzo di Pincio con troppa disinvoltura. Beninteso, non si tratta di un fraintendimento in cui è incappato soltanto lo scrittore romano. Questo indicativo misunderstanding ha virato la percezione di cosa fossero in realtà gli scritti danteschi, le favole di Bruno, l'affondo di Leopardi, la poesia totale di Pascoli e, in tempi più recenti, le visioni di Moresco. Per un'allergia alla metafisica, che si ritiene esogena rispetto alla realtà, i parailluministi nazionali, con tanto di fossetta al mento e forfora sulle spalle, si attengono alle svolte sintattiche per non vedere sfondamenti ontologici. Piuttosto che osservare neutralmente ciò che appare in una letteratura à la Pincio, intessono teoremi e corollari sul "pop", panacea di tutti i mali della critica. Si scordano che i nomi e le forme sono originate da una sostanza di coscienza che, ovviamente, viene "prima" dei nomi e delle forme, e quindi non è formalizzabile né nominabile - e che la letteratura non è un assoluto proprio per questa scaturigine, sostanziandosi di nomi e di forme, ma accudendo in sé la possibilità di alludere a quella stessa scaturigine, se non altro per via allegorica, estrema risorsa dello sfinimento della retorica. Da questo sfinimento, che stava in bella mostra nel titolo del precedente romanzo di Pincio, l'autore parla al di là del proprio "io" psicologico, che tollera emorroidi e disordini ghiandolari al pari di infelicità presunte. Perciò è improbabile aggredire la narrativa di Pincio con categorie tutte attinenti alla mimesi del mondo: un conto è osservare il mondo (anzi: osservare se stessi mentre si osserva il mondo), un altro conto è imitarlo.
Il trappolone, va detto, è davanti agli occhi di tutti. Il personaggio principale si chiama contemporaneamente Homer e Boda e Alienson, vive senza dormire (va sottolineato che la metafisica neoplatonica ragiona essenzialmente sul "sonno senza sogni"), il suo unico amico è Kurt Cobain, sopravvive trafficando in commercio di giocattolini spaziali, guarda Twin Peaks, partecipa a talk show, si fa di eroina. "Che figata - pensano i critici -, commentare Pincio è facile facile: egli si occupa del mondo. Diamogli dentro: che ci piaccia o meno, Pincio parla del Pop. Non a caso si chiama Pincio come Pynchon che, ci dicono da Oltreoceano, si occupa di Pop anche lui". Nulla di più falso: non c'è un momento uno che a Pincio passi per la testa di dirci che la ragazza trovata morta e piazzata un gelido mattino in un sacco di plastica si manifesti in un telefim intitolato Twin Peaks; non accade mai che il nome Homer sia messo in relazione col cartoon più popolare d'America. È un impegno etico verso il Pop chiamare i film "filmati" e i serial tv "saghe familiari con risate"? E i talk show, dopotutto, non vengono per caso registrati nelle fantasie presonno di un tossico che si vomita addosso e immagina violenze implacabilmente eseguite su di sé?
Spiacenti per la critica alla Pischedda & Brevini: non ha capito una briciola della grandezza di Un amore dell'altro mondo. Questa grandezza risiede nello sguardo testimoniale che lo scrittore assume su di sé per raccontare, senza menate metalivelle o ermeneutiche osservativopartecipanti. Quella neutralità è mitica ed è colma di amore - mito e amore essendo la medesima potenza della coscienza, e costituendo essa stessa il calor bianco della letteratura. Se non si è capito perché Beatrice si chiama beatrice nell'immensa allegoria dantesca, non si può comprendere minimamente lo statuto dell'"altro mondo" in cui Pincio fa umile e profetico ingresso. "Profetico" non è aggettivo casuale: Pincio parla per altri. Per noi? No. Parla per le ombre dell'altro mondo, ripetendo il gesto di catabasi ultramortuaria che l'epica ha segnalato quale livello di accesso a uno spazio che non finisce, nemmeno con il decesso del mondo grossolano, essendo spazio sfinito. Hai voglia a dire che queste ombre sembrano fumetti. Chiedere psicologia per i finti personaggi di Pincio appare piuttosto una domanda d'affetto da parte di chi, alla psicologia, deve ancora pervenire. Massì, Pischedda Brevini & compagnia bella: state tranquilli, vi vogliamo bene. Prima o poi, se hanno ragione i rabbini, Pincio arriverete a capirlo anche voi.
Tommaso Pincio - Un amore dell'altro mondo - Einaudi Stile Libero - 8,50 euro

Inviato da giuseppe genna , Giovedì 9 Gennaio 2003
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