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Genna a Wu Ming: j'accuse moi
La bufala net.gener@tionNel 1996 ero disoccupato. Cercavo di cavarmela con collaborazioni varie ed eventuali, alcune delle quali irriferibili. Tra queste collaborazioni, per atto pietoso di un amico che lavorava in Mondadori, stendevo anonime prefazioni a classici della letteratura. Mondadori è un posto strano. Non è nulla di quanto si pensi. C'è una macchinetta del caffè davanti alla quale accade tutto. Si cazzeggia e si lavora, si pensa e si discute davanti alla macchinetta del caffè. Mettere una cimice in quel luogo permetterebbe di conoscere lo svolgimento reale di un comitato editoriale permanente. Alla macchinetta del caffè, ricevetti una proposta, grosso modo questa: "Perché non fai un libro a firma Luther Blissett?". Conoscevo il Luther Blissett Project. Lo consideravo, nella forma e nella struttura, una delle variabili più interessanti di un'ipotetica rivoluzione sociale in un Paese negletto a qualunque rivoluzione. Mi interessava il fatto che la cultura, anzitutto, ritrovasse rapporto con la base vivente di una comunità. Pensavo ai tempi, e penso tuttora, che la questione dell'esistenza di una comunità intellettuale fosse un punto centrale della vita di una nazione agli sgoccioli - una nazione il cui tessuto sociale, alla fine dei Settanta, era stato stracciato, con l'introduzione di massicce dosi di droga a basso costo e di veline che incitavano alla creazione di categorie immaginarie e perniciose: il privato, i giovani, il consumo, il mercato.Ricevuta la proposta, ci pensai. Non ero, ovviamente, un esperto del LBP. Non frequentavo i centri sociali. Annoveravo tra le mie amicizie gente di destra e sinistra che non apparteneva alla mia generazione (farò i nomi dopo). Riflettevo sull'impatto che certi portati del Progetto Luther Blissett potevano ottenere. C'erano falle, secondo me. Essenzialmente, una: di carattere filosofico. Il multiple name, così come certe zone del no copyright, confliggeva con un aspetto politico, di pura prassi. Se infatti qualcuno si fosse impossessato del multiple name e lo avesse scagliato all'opposto dell'intenzione originaria, cosa sarebbe successo? La seconda perplessità: si poteva, con i mezzi messi a disposizione da LB, incidere sulla realtà? Perché intervenire esteticamente (seppure alla grande) sulla realtà comporta rischi: una specie di dannunzianesimo postmoderno. In base a queste premesse, scrissi net.gener@tion: il tentativo di pervertire Luther Blissett. Lo firmai Luther Blissett, obbligai Mondadori a mettere il copyright, utilizzai la vecchia strategia narrativa del "manoscritto disperso e ritrovato". E aspettai. Aspettai cosa? Che Luther Blissett, sconfessando me, la Mondadori e se stesso, voltasse a proprio vantaggio quell'operazione. Il che accadde. Luther Blissett aveva tirato una bufala a Segrate. Era un gioco significativo: un gioco di significati. In questo gioco, io mettevo soltanto l'unica cosa che potevo mettere e perdere: la mia faccia. Non voglio farla lunga su questo punto, enuncio soltanto in breve la mia verità: a me interessa perdere la faccia. Non per masochismo, bensì per una sorta di ascesi laicissima e grottesca, del tutto personale. Infatti accadde questo: persi la faccia. Genna? È un fascista Ecco come persi la faccia. Fu diramato un comunicato a firma Luther Blissett, in cui si raccontava che LB aveva beffato Mondadori circuendo un idiota di destra, un fascista. Lessi quel comunicato, arrivato via fax in Calusca, perché me lo diede Primo Moroni, ridendo e sfottendomi. Non ero un intimo di Primo Moroni, ma ci conoscevamo bene, per via del fatto che abitava in piena Calvairate, il quartiere milanese in cui ero nato, e la comunità di Alfabeta (da Sassi a Porta, che era il mio punto di riferimento letterario) erano praticamente suoi fratelli. Nulla di scandaloso, quindi, nel gioco significativo di LB. LB aveva anche ragione a dire che il signor Genna era un idiota che aveva pubblicato due articoli sulla rivista di estrema destra Orion; che aveva fatto uscire presso la casa editrice Barbarossa, la stessa che editava Orion, due libri (scritti inediti di Drieu LaRochelle e il Trattato di Vanaigem). Tutto vero, con un eccezione di oggettività: il signor Genna non era di destra, non aveva mai votato a destra, tantomeno era fascita. Aveva amici fascisti, aveva amici comunisti (peraltro costoro, capitanati da Galmozzi, scrivevano su Orion), ex br, ex nar. Egli si definiva come si definisce tuttora: un anarchico puro. Va detto che LB non era l'unico a tacciarmi di fascismo. I miei compagni di università, per esempio, storcevano il naso o rompevano i contatti perché non nascondevo che studiavo, insieme a Benjamin e Foucault, anche Guénon, Evola e Jünger. Per me erano tematiche fondamentali, non comprendevo assolutamente come la società culturale italiana si autoemendasse rispetto a certe questioni più che rispetto a certi nomi. Ero convinto che non si trattasse, per gli anni a venire, di interpretare le idee in base a categorie di destra/sinistra, ma rispetto al binomio periferia/centro. Che poi questo fosse un dibattito portato avanti da Cacciari e la Nuova Destra di Tarchi, davvero, non mi fregava nulla. Come arrivare a un pensiero antiautoritario era la preoccupazione priincipale. Un mio amico dei tempi dava di sé e di me una definizione azzeccata: siamo socialisti andreacostiani. Invece, se leggevo Evola, secondo i più ero un simpatizzante di Ordine Nuovo - quando a me interessava capire che fine avesse fatto il coté spiritualista alchemico e neoplatonico occidentale nel tempo in cui vivevo. Leggevo Jünger? Ah, simpatizzavo per Hitler - quando mi interessava comprendere tutta la fenomenologia del Leviatano novecentesco. Tuttavia, poco m'importava: che mi dessero pure del fascio, a me non interessava - mi interessava pensare. Le reazioni non erano omogenee. Per esempio, proprio con Antonio Porta, mi capitò di scoprire che Rivolta contro il mondo moderno veniva da lui considerato un testo pre-Eliade. Milo De Angelis faceva collassare il guénonismo nella comprensione di un occidente poetico del tutto inindagato. Frequentavo principalmente la scena della poesia contamporanea, allora. Per cui non mi preoccupai quando, in casa della mia vicina, mi trovai un Raf Valvola Scelsi stizzito che, patentemente e con una certa violenza verbale, mi disse: sei un nazista. Dopo Questa specie di leggenda a uso e dispiacere personale montò, divenne vera, secondo i meccanismi delle profezie che cercano di autorealizzarsi. Evidentemente, le ambiguità che ravvisavo nel Luther Blissett Project erano le mie stesse ambiguità. La strategia naturale del discredito dell'io faceva acqua. Quindi, in forma che ancora dovevo bene chiarire, in qualche modo, l'io mi interessava. Il successo letterario di Luther Blissett (con il capolavoro Q) si tramutò per me in un dibattito personale, condotto con facce di cazzo impressionanti, che mi tempestavano di "fascista", "nazista", "destro", "infame". Beh, non si può dire che non me la fossi cercata, e continuo a pensare: era fondamentale che me la cercassi. Con la trasformazione da Luther Blissett a Wu Ming, le cose non cambiarono per me. Avrei voluto parlare di questa evoluzione del progetto. Avrei voluto parlare della letteratura e delle questioni teoriche implicite nel lavoro dei bolognesi di WM. Impossibile farlo, perché immediatamente mi dicevano: hai il dente avvelenato. Invece non ce l'avevo affatto. La dislocazione dello primato dello stile e di una certa idea - fredda e pseudopetrarchista - di lingua, per esempio, mi sembrava un'autentica rivoluzione, non solamente letteraria. Uno dei meriti di WM, secondo me, era questo: si tornava a dire il "no", il "no" umano. Fino a qualche anno fa, e in gran parte a tutt'oggi, se uno dice "no" a membri della società culturale italiana, viene compreso così: questo è uno stronzo che mi stronca e io lo stroncherò, questo sta insultando, sta negando l'esistenza di colui a cui dice "no". Il che, ovviamente, è una grossolana cazzata, come le prese di posizione (secondo molti: "esasperate") di Wu Ming hanno dimostrato nel tempo.Ed ecco che qui devo chiedere scusa ai Wu Ming. Perché è qui che io, approdato nel pool piuttosto impazzito di Clarence, e avendo iniziato a curare Società delle Menti (ah, per chi non l'avesse capito: è una citazione da Bateson, non significa che gli autori di SdM si sentano "menti": ironizzano sull'atteggiamento narciso) - beh, io ho scritto quel che pensavo di Asce di guerra, uno dei libri successivi a Q. Il libro non mi era piaciuto. Una certa violenza, un certo calco da Ellroy, una certa insensatezza mi sembravano correre lungo le pagine. Feci una stroncatura nello stile iperbolico e polemico che, a Clarence, si era deciso di adottare. Usai espressioni che ferirono i Wu Ming: soprattutto lasciavo a intendere che Wu Ming si riducesse a un gruppo di ragazzi agli ordini di Roberto Bui. Di questo, io mi scuso con tutti i Wu Ming. Non intendevo adottare alcuna strategia di divisione né di imperio in casa altrui. Io pensavo ingenuamente che Roberto Bui fosse un gigante cinquantenne, forse un fuoriuscito in Francia, per il gergo e soprattutto la sintassi di pensiero che avevo letto nei suoi interventi. Non sapevo che fosse un mio coetaneo. Dire "Bui e i suoi ragazzi" non pensavo che offendesse. Anche oggi, mi ricordo soltanto tre nomi dei Wu Ming attuali (ma questo è un mio problema mnemonico: anche qui, davvero, nessuna malizia). Uno dei nomi che mi ricordo è Riccardo Pedrini. Aveva pubblicato da Derive/Approdi un romanzo che mi era piaciucchiato. Seppi dai curatori di Fanucci AvantPop che aveva aderito a Wu Ming e che, in qualità di Wu Ming 5, stava per pubblicare un nuovo libro, Havana Glam. Mi raccontarono la trama. Sdilinquii. Sdilinquii perché un mio amico scrittore, Michele Monina, stava scrivendo lo stesso libro. A quanto mi risultava, Monina aveva parlato di quello stesso libro con Sergio Bianchi, il signor Derive/Approdi. Esposi perplessità ai curatori di Fanucci AvantPop, che cascarono dal pero. Pensai: sta a vedere che questo ha copiato. E lo scrissi. Di questo mi scuso con Riccardo Pedrini, il quale non ha copiato nulla. Fu un errore mio dare corpo editoriale a una roba che poteva prendere molte vite: diventare un'indagine o un confronto, oppure banalmente finire nel dimenticatoio del gossip editoriale. Scoppiò anche un mezzo casino su Giap, ma siccome non ce la facevo a leggere anche Giap in quel periodo, ne venni informato molto tempo dopo. A questo tengo proprio: che Riccardo Pedrini mi perdoni, non intendevo infangarlo con malizia. Tra l'altro, come ho scritto, Havana Glam ha cose molto belle (ne ha altre molto brutte, secondo me è più l'impegno che uno ci deve mettere nel leggerlo rispetto al guadagno cognitivo ed emotivo).Poi è uscito 54. Che è un autentico capolavoro e, secondo me, uno dei quattro libri italiani più pazzeschi del 2002 (gli altri, per me, sono: Black flag e Mater terribilis di Evangelisti, e Un amore dell'altro mondo di Pincio). Non si può ignorare il fatto che Wu Ming, a oggi, sia una delle variabili più importanti della nostra letteratura contemporanea. Ciò che sta facendo, a mio modo di vedere, è una rivoluzione collettiva a cui partecipano molte intelligenze. Per come vedo io la nostra narrativa (la poesia è un discorso a parte), ecco la scena: l'anomalia Moresco, che per me è il Leopardi del romanzo contemporaneo non solo italiano; e Wu Ming, Pincio, Evangelisti, Scarpa, Janeczeck e pochi altri che stanno sovvertendo il sovvertibile e che costringono a riformare ogni categoria critica consolidata. Conclusioni provvisorie Come dice qualcuno, dopo sette anni di coltelli, uno non può pretendere né i tarallucci né il vino. Però è indubbio che ciò a cui tengo è dire ai Wu Ming: - che il loro lavoro mi trova totalmente compartecipe; - che se potessi, chiederei l'adesione ai Wu Ming; - che è chiaro che non sono un compagno, ma non sono nemmeno un camerata; - che per me la storia umana non è decadenza; -. che non vedo l'apocalittico se non come spalancamento psichico del tutto personale, annullamento del tempo e dello spazio in sé, dentro il proprio movimento di pensiero; - che mi piacerebbe, fisicamente, parlare con loro; - e che qualunque lavoro finora pubblicato da WM, se anche mi ha lasciato perplesso nelle forme strutturali e stilistiche, presuppone da parte mia uno sfondo di condivisione profonda del lavoro stesso, dell'impegno e della strategia letteraria (e non solo) con cui è stato realizzato. Spero che questa rettifica non sembri un anilictus a favore di improbabili penetrazioni: non mi frega nulla e mai mi fregherà nulla della "bontà" verso i mendicanti che l'attuale sistema di consorterie accademiche, politiche e culturali concede a caro prezzo. Non mi interessano coloro che pensano: stai leccando il culo a Evangelisti per sdoganarti a sinistra; lecchi il culo ai Wu Ming perché altrimenti metà dei giornalisti culturali non fanno la recensione ai tuoi libri; lecchi il culo a Moresco perché in fondo siete due fasci. Perché, sia chiaro, questo mi viene detto in continuazione negli ultimi mesi. Non mi interessa niente: di me (ma soltanto in questo senso monomaniacalmente mercantilista) meno che nulla. Mi interessa soltanto contribuire ad aprire una crepa irreversibile nella calcificazione sociale di questo pezzo di pianeta in questa frazione di tempo - opera che non dipende da me e che si sta già compiendo. Questa crepa irreversibile, negli ultimi dieci anni, gli attuali Wu Ming hanno lavorato molto per spalancarla - sono tra i parecchi a cui va ascritto questo merito. Questo è ciò che penso. Inviato da giuseppe genna , Giovedì 10 Gennaio 2002
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