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Moresco: è arrivato l'invasòr
Torniamo su un caso che caso non è più, visto che si tratta di una verità sconcertante ormai pienamente acquisita: Antonio Moresco, il più importante scrittore italiano contemporaneo. Abbiamo già pubblicato l'intervento che Carla Benedetti, sul Corriere della Sera, ha dedicato all'ultimo libro di Moresco, L'invasione, uscito da Rizzoli. Torniamo su L'invasione per dire la nostra, senza mezzi termini, acquisendo il massimo di responsabilità personali che, in questa occasione periferica, possiamo acquisire. Diciamo la nostra: L'invasione è il primo testo di critica letteraria che esce in Italia dai tempi della Democrazia magica di Cordelli e di Pasolini contro Calvino della Benedetti. Ellallà, si dirà: purtroppo è così. Nonostante acuti stentorei, la critica in Italia è stata destinata a un inerme mutismo. Non si tratta di sanare una disciplina che, per sua costituzione, non gode di nessuna salute: né ottima né cattiva. Si tratta, invece, di intercettare critiche radicali, che facciano entrare il mondo nell'intelligenza e l'intelligenza nella letteratura e la letteratura nel mondo. Il che accade sempre più raramente: e non soltanto in Italia. Non è un discorso contro i critici italiani, quindi, ciò che intendiamo fare: è soltanto la ricognizione oggettiva di un'esplosione di magma dal vulcano Moresco. Come già ne Il vulcano, introvabile discussione critica condotta al di fuori del monologo d'autore, Antonio Moresco ingaggia ne L'invasione tutti i saperi e tutte le ossessioni che, come accade sempre nel caso della produzione di grande letteratura, sostanziano uno sguardo alieno e massimamente umano sul mondo. Fenomeno di diplopia percettiva, emotiva e cognitiva, lo sguardo di Moresco è interessante da ogni prospettiva in cui ci si ponga per intercettarlo: una formidabile sensibilità linguistica, del tutto indistinguibile da una capacità visionaria fuori del comune - ecco i due cavalli che l'auriga Moresco governa e scatena con le briglie dell'intelligenza. Ed è un'intelligenza che scortica ed è scorticata, che cerca il contatto rude e raffinato con i testi, con le idee: con la realtà.Affermare che L'invasione è una raccolta di saggi sarebbe riduttivo, un po' come quando si parla in termini di romanzo a proposito di alcuni titoli di Moresco, come i Canti del caos. Siccome Moresco non è un critico, ciò che egli avanza nel nuovo libro è una portentosa proposta di impegno a incontrare tutto, a non lasciare fuori nulla, a spingersi verso le latitudini poco frequentate di un umanesimo radicale e contemporaneo. Che si tratti di poesia, di narrativa, di teatro, di filosofia o di politica, l'impulso sovrumano (cioè umano in massimo grado) a cui lo scrittore è chiamato per vocazione e reponsabilità, in ogni senso, addiviene il Sima e il Sial che solidificano in crosta terrestre. L'allegoria cosmica, negli scritti di Moresco, non a caso gode di un privilegio assoluto: quella di costituire il punto di affossamento e di rinascita dello statuto umano. Certo, questi sono gli alti gradi della temperatura letteraria: e i cervellini fondono, in un simile calore. Ciò che resta, se la scommessa dello scrittore è vinta, è il residuo del più-che-umano: ciò che si sottrae alle investigazioni della dialettica e del costrutto - lo si chiami corpo, inconscio, figura, emblema, desiderio o come diavolo si voglia. Nel caso di Moresco, la scommessa è vinta. E la potenza che irradia questo libro rizzoliano è già tutta nel titolo: L'invasione. Si invade e si è invasi. Osmosi terrifica. Per esempio, si invade il capolavoro e dal capolavoro si è invasi, come dimostra in prassi Moresco nel suo saggio formidabile su Horcynus Orca di D'Arrigo: una galleria mostruosa di quadri visionari tutti moreschiani, sorgenti dal libro di D'Arrigo. Oppure nelle memorabili pagine su Bilenchi: da tempo non si parlava in questo modo vivo dei testi, da tempo l'istinto propedeutico non si annullava a favore dell'esperienza scottante della letteratura. Si insegnasse così Dante o Leopardi, in questo modo sbilenco e urticante e idiosincratico, la percezione collettiva della nostra letteratura non sarebbe affatto fonte di problemi e frustrazioni. E il museo barocco e mostruoso allestito da Moresco attraversa altri corridoi, apre la vista su nuove statue e nuove installazioni non soltanto letterarie: Beckett, Artaud, i poeti contemporanei italiani (uno su tutti, da seguire con affannato amore: Ivano Ferrari), Berlusconi, Calvino, Leopardi, Melville (in controluce abbagliante), George Bush jr, Dante Dante e ancora Dante, De Benedetti, la mistica, il postmoderno funerario e quello iridescente, la sinistra italiana, la merda, la luce. Cosa significa esperire la letteratura? Che cosa significa tentare, invano ma senza desistere, l'esperienza delle verità? Che cosa significa scrivere? E leggere? A quale oscura e segreta fratellanza allude Moresco nell'Invasione? A queste domande, nel libro, si troveranno risposte scomode e accecanti, spazi per effettuare domande ulteriori, profezie laiche, iniziazioni sacrali al di fuori di ogni religione confessionale: il tutto nella Terra di Mezzo che Moresco, unico Amundsen italiano contemporaneo, va ad esplorare per noi tra glacialità kelviniane e fiamme infernali, che la società culturale italiana sa come elevare in opposizione al Nuovo che sta erompendo. Non rimane che la fratellanza, dice Moresco. Iscrivetevi al club insieme a noi: diventate parenti stretti di Antonio Moresco. Inviato da giuseppe genna , Martedì 28 Gennaio 2003
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