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Lo scrittore scorticato
Lo scrittore scorticatodi Francesco Erbani Uno scrittore riemerge dal buio in cui era confinato. E´ Angelo Fiore, siciliano di Palermo, nato nel 1908 e morto povero e in solitudine nel 1986, dopo aver vagato per ospizi e alberghi scalcinati. Fiore ebbe qualche notorietà negli anni Sessanta, suscitando l´entusiasmo di Geno Pampaloni e di Romano Bilenchi, ma senza effetti duraturi. Il suo nome continuò a circolare a corrente alternata, ma in modo sempre più flebile, fino a spegnersi del tutto. Ora l´editore messinese Mesogea ne ripropone i racconti: Un caso di coscienza (pagg. 255, euro 13,50) con una introduzione di Silvio Perrella e una nota biografica di Antonio Pane. Un caso di coscienza raccoglie gli undici racconti che Fiore pubblicò da Roberto Lerici (direttori di collana Bilenchi e Mario Luzi [la cover dell'edizione Lerici è quella nella foto sopra, ndr]) nel 1963, oltre a una serie di brevi narrazioni sparse e a un gruppo di lettere. Fu l´esordio editoriale di Fiore, che da almeno vent´anni praticava una letteratura sotterranea, facendo tracimare nella scrittura una fantasia cupa e sofferente, il risultato più felice della sua radicale estraneità al mondo che gli stava intorno. Un´estraneità marcata, che con gli anni divenne una condizione di «desolata segregazione», scrive Pane. Fiore, laureato in letteratura inglese, dopo aver lavorato per un decennio al Genio militare, dal 1932 al 1943, iniziò a insegnare prima a Bisacquino, in una scuola media, e poi si trasferì ad Agrigento e quindi a Palermo. «Professori, presidi, bidelli, ragazzi non sono cordiali con me», disse in una intervista, «forse diffidano del mio carattere chiuso, a volte mordace. Non mi considerano dei loro, eppure io tengo molto alla scuola». Nella letteratura, dunque, Fiore va costruendo quella che definisce «un´oscena caricatura dell´uomo». Per lui, annota Perrella, scrivere è come «scorticarsi». La sua esistenza scorre in una monotonia assillante, fra la scuola e un vecchio appartamento in un palazzo del centro storico di Palermo dove abita con gli anziani genitori. «La mia giornata è semplice, rettilinea», scrive. «Da questa regola, da quest´ordine nasce il malessere, la gravezza, l´angoscia, l´ira. Ma non altero mai l´ordine e la regola, mantengo la chiarezza e la precisione». Sconta, primo di tre figli, le incomprensioni fra padre e madre, rifugiandosi, ancora ragazzo, in una lettura vorace (da Nietzsche a Bergson, da Sant´Agostino a Gide). In famiglia non è capito. «Non andava d´accordo con nessuno», racconta di lui la sorella, «lui era in ufficio a litigare con tutti». Per vent´anni, una volta finita la guerra, Fiore scrive vorticosamente, nascondendolo a tutti. Quando pubblica il suo primo libro nessuno in casa se ne accorge e il fratello scopre con sorpresa la copertina nella vetrina di una libreria. E´ un suo compagno di liceo, Arturo Massolo, a proporsi di farlo uscire dal suo nascondiglio. Professore di filosofia a Urbino, Massolo porta Un caso di coscienza a Carlo Bo, che lo gira alla casa editrice di Roberto Lerici, allora molto attenta alle sperimentazioni narrative e a una letteratura fuori squadra. «Il mio giudizio fu positivo», ha raccontato in seguito Bilenchi, «mi sembrò di trovarmi di fronte a un grande scrittore, un siciliano che rifiutava tutti i tradizionali contenuti della sua terra». A Luzi, che con Bilenchi condivide l´idea di pubblicarlo, Fiore fa l´impressione di un uomo uscito «dal suo duro guscio con molta pena». Geno Pampaloni, che lo conosce poco dopo, trae il convincimento che Fiore recitasse, ma senza alcuna fatica, «la parte dell´uomo comune, del conservatore invecchiato nelle retrovie, un impiegato in pensione con la stramberia innocua dello scrivere». Subito dopo Un caso di coscienza, esce Il supplente, un romanzo accolto favorevolmente da molte recensioni (Paolo Milano, Luigi Baldacci, Giorgio Caproni, Enzo Siciliano) e seguito da Il lavoratore, Domanda di prestito, L´erede del Beato e qualche racconto sparso. I personaggi di Fiore, compresi quelli di Un caso di coscienza, sono costruiti su materiali autobiografici, pezzi sparsi di un´identità lacerata. Messi insieme, formano una galleria antropologica scelta con il criterio del disagio, dell´irriducibilità a una norma del vivere, in bilico sul crinale della sanità mentale. La scrittura è secca, ma non priva di una certa tornitura. I racconti hanno un andamento lineare, non protendono verso un fine. Vi compare l´uomo corpulento, il viso aperto e bonario, che passa da un medico all´altro cercando di curare una strana affezione (è torturato da odori ripugnanti), senza che nessuno abbia il coraggio di comunicargli la vera diagnosi, se non alle sue spalle. Un altro personaggio preda di manìe troviamo nel racconto che dà il titolo alla raccolta: cammina su e giù aspettando che qualcuno lanci per terra un mozzicone che lui raccoglierà per accendere la sigaretta che tiene stretta fra le dita. Fra gli altri campioni di questa umanità ai margini ecco una festosa comitiva di sordomuti oppure il brigadiere di polizia che, durante il fascismo, viene cacciato dal servizio perché si è rifiutato di portare a spasso il cane del commissario. Scrisse Pampaloni, citato da Perrella, che per Fiore «il fallimento, lo scacco, non è una minaccia, ma un raggiungimento di pienezza». E queste prove narrative lo attestano con limpidità. Inviato da giuseppe genna , Giovedì 30 Gennaio 2003
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