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Zanzotto: Sovrimpressioni
Dopo essere stato l'autore di una memorabile trilogia poetica che ha segnato la storia della letteratura (con Il galateo in bosco, Fosfeni e Idioma), Andrea Zanzotto, a ottant'anni, non si autocelebra né intende congedarsi con uno di quei libri crepuscolari e saggissimi con cui, solitamente, i grandi poeti si preparano a dare l'addio al mondo. In effetti si potrebbe affermare che Sovrimpressioni è un libro saggissimo e tuttavia bisognerebbe concedere un sovrappeso a questa saggezza: che è la divina e sfrenata follia di Zanzotto. Zanzotto è folle come fu folle Hölderlin: non è stato recluso in una torre, si è autorecluso nella natìa Pieve di Soligo da dove ha lanciato, sul mondo e dentro il mondo, il suo sguardo (lo sguardo più profondo che un italiano abbia lanciato nel secondo Novecento). E' uno sguardo folle, appunto, che corrisponde a una lingua folle e a una struttura folle: basti pensare agli strati geologici che andavano intrudendosi l'un dentro l'altro nella Trilogia, così scompaginata e frastagliata e autocontaminata da riprodurre, frattale e casuale, l'organismo al culmine della sua genesi e il disfacimento di un mondo al suo trapassare. Con Sovrimpressioni, per sua esplicita ammissione, Zanzotto riprende la linea avviata con Meteo: glomeruli e nuclei che, in deriva poetica, tendono a compattarsi, a connettersi, quasi un processo di mitosi cellulare in corso. La continuità tra gli ultimi due libri di Zanzotto è sostanziata proprio da questo magnetismo apparentemente casuale e disorganico, che avvicina gli ormai mitici topinambur alle reti idriche dei Palù o alla sovrallegoria (davvero: magistrale) della casa-osteria Ligonàs, in cui raggiunge il suo apice il ragionamento poetico sul paesaggio e sull'oltre-paesaggio, sulla storia che incrocia la natura, sull'uomo che svanisce lasciando tracce che si disperdono.
Non sarebbe azzardato sostenere che Zanzotto è uno di quei poeti totali, che impongono un codice talmente vasto da risultare un imbuto necessario attraverso cui tutta la tradizione poetica è costretta a immettersi e a riuscire trasformata. Le strumentazioni stilistiche e formali di Zanzotto sono già studiate da tempo alla luce della costruzione di un'effettiva tradizione metrico-ritmica della poesia contemporanea. Questa operazione critica ha danneggiato il poeta di Pieve di Soligo. E' un'etichetta che lo sviluppo il corpus poetico zanzottiano strappa in brandelli. Bisogna altresì affermare che non soltanto da un punto di vista metrico e retorico Zanzotto è il Grande Metabolizzatore del Novecento, ma addirittura che egli lavora per strutture e ritmi talmente ampi che si può osservare ogni suo libro come un interminabile, sconfinato nuovo verso. Un lavoro di struttura di simile portata non prescinde dal senso di ciò che Zanzotto esprime. Che sono cose, umori, mondi, iperfisici orizzonti, universi sotterranei e microsguardi fino al cuore della materia (umana, organica, vegetale, animale). Basterà prendere in considerazione quella straordinaria iperallegoria che è Ligonàs, in cui versi come "Luce raggiunta infine, raggiungibile in / ogni sua più riposta volontà / di astrarsi e separarsi - ma inducendo / e producendo il creabile", comunque la si voglia mettere, rendono conto dell'opera di cosmogonia poetica che Zanzotto compie da anni e ora più che mai. L'invocazione ai Martiri, l'Adempte mihi in morte del fratello, fino ai Postremi luoghi del "Galateo in bosco", maturano fino a esplodere nella polpa, proprio come una frutta che ha atteso il giusto tempo per disfarsi in un trionfo di morte e vita. A proposito di Sovrimpressioni, quindi, è necessario porre su un piano secondario il discorso sulla lingua che la critica ha centralizzato quando si è espressa circa la poesia di Zanzotto. Un'altra indagine è da compiere: il rapporto tra strutture e senso, con uno sguardo ampio almeno quanto quello del poeta, che sente e prende in considerazione un ritmo più ampio, che avrà pure le sue ciclicità e ricorsività, ma che ancora non è stato codificato da chi si occupa di letteratura. Che in Sovrimpressioni ci siano tutto e tutti, da Petrarca a Dante all'Ariosto al Tasso a Leopardi a Carducci (si pensi a un verso come "abbozzata nell'unghia di lume di nevi ormai lungi canuto") non è più sorprendente. L'enorme testa di Andrea Zanzotto galleggia come una boa nel gran mare novecentesco. Ancoriamoci alla sua poesia, superiamolo nella direzione occulta in cui lo stesso Zanzotto ci chiede di essere superato. Lo speciale Benedetti-Zanzotto Inviato da giuseppe genna , Mercoledì 1 Gennaio 2003
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