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Rushdie: Bush e Tolkien

rushdie.jpgDiscettare di cinema è una passione degli scrittori. Negli ultimi vent'anni si è trattato di purissima flanerie culturale: guarda che inquadratura, com'è importante che la regista iraniana, evviva lo slavo triste e ridente, De Niro non è più quello dei miei tempi. Salman Rushdie non è simpatico ed è, diciamolo, un po' stronzo: si è fatto proteggere dai pazzi della fatwah iraniana mediante corposi finanziamenti inglesi, con tanto di scorta dei servizi segreti di Sua Maestà; finita la fatwah, ne ha dette di ogni contro l'Inghilterra (esemplare il suo ultimo Fury: da leggere, assolutamente, in Italia è edito da Mondadori). Però misurarsi con la politica, quella urticante e concreta, ha fatto bene all'intellettuale Rushdie: non avrebbe mai scritto un eccezionale intervento come questo che segue, altrimenti. E' il canto dell'ambiguità, è l'assunzione di responsabilità condotta con l'intelligenza del grande intellettuale. Imparare da Rushdie, please. Ah, l'articolo è apparso su Repubblica il 31 dicembre '01.

Guerra all'Iraq e Signore degli Anelli
di Salman Rushdie
Mentre il mondo si prepara alla guerra, questo Natale le sale cinematografiche americane ci propongono due straordinarie rappresentazioni dei conflitti umani. "Il Signore degli Anelli: le due Torri", di Peter Jackson, seconda parte della trilogia de "Il Signore degli Anelli", e "Gangs of New York" di Martin Scorsese sono simili solo in superficie, per l' interesse comune per i combattimenti, ma al di là della loro sanguinolenta apparenza non potrebbero essere maggiormente diversi, e ben presto ci potrebbe toccare di dover scegliere tra le loro opposte visioni. Di entrambi i film si è abbondantemente parlato prima che uscissero. Nessuno dei due ha deluso e non mi riferisco alla loro performance ai botteghini, quanto piuttosto alla qualità di ciò che si era soliti definire "cinema", il che equivale a dire "arte". Al pari del precedente, "Il Signore degli Anelli: la Compagnia dell' Anello" (2001), la versione di Peter Jackson costituisce un miglioramento della sua fonte di riferimento, se non altro perché il linguaggio cinematografico di Jackson è più sottile, più raffinato e sicuramente più attuale dell' ampollosa prosa descrittiva di J.R.R. Tolkien. La quale è deliberatamente ricca di arcaismi, e del suo dialogo, elemento ancor più complesso. Sono un grande appassionato della versione scritta de "Il Signore degli Anelli", ma nessuno ha mai letto Tolkien per come è scritto. Altrettanto si potrebbe dire dell' uso delle fonti di Scorsese. Il classico "Gangs of New York" di Herbert Asbury del 1928 è stato trasformato in questa versione cinematografica in una poetica epica visionaria, una saga sulla "genesi di una nazione" che non mira a null' altro, come il recensore del New York Times arriva a suggerire, se non soppiantare le grandi narrazioni sulle origini della nazione create da D.W. Griffith e da John Ford. Potrebbe sembrare strano istituire un confronto tra le fantasiose guerre delle Terre di Mezzo di Jackson, combattute tra uomini, orchi, nani, hobbit ed elfi, e i tumulti di Scorsese ambientati in un fin troppo realistico distretto di Five Points, in una Manhattan del 19° secolo, ma entrambi i registi condividono un certo interesse per il cliché e per l' essenza del combattimento corpo a corpo, dello scontro fisico, realisticamente rappresentato secondo le "antiche leggi del combattimento". Il sangue scenico e cinematografico era conosciuto come "il sangue di Kensington" dall' esclusiva London Street, ma non c' è nulla di ostentato o di manieroso nel sangue versato in queste pellicole. Questo per quanto riguarda le analogie e le somiglianze di superficie. Dove invece le due pellicole differiscono radicalmente è in ciò che hanno da dire riguardo agli uomini chiamati alle armi e alla natura della guerra. "Le Due Torri" - che fortuna, per tutti coloro che ne sono coinvolti, che questo titolo non fosse pronto ad uscire dodici mesi fa, all' indomani del crollo del World Trade Center! - segue dappresso Tolkien nella creazione di un universo fatto di assolutismi morali. Tolkien non amava che la gente definisse il suo gran lavoro un' allegoria della lotta contro Adolf Hitler, ma ovunque si rintracciano gli echi della Seconda guerra mondiale, l' Ultima Guerra Giusta. Dark Lord Sauron è l' incarnazione del male, e la sua più potente - molto wagneriana - arma, l' Anello o l' Anello del Potere, è fatto di malvagità pura, ne è il compimento. Tutti coloro che cadono sotto la funesta influenza di Sauron diventano profondamente, assolutamente malvagi, tanto quanto il loro signore. Le forze del bene che si sono schierate contro di lui - e questo spiega molto del fascino di Tolkien - sono al contrario estremamente differenziate: dal mago Gandalf, buono e potente, ad Aragorn the Ranger, il buon eroe; dall' elfo Legolas, il buono spavaldo, al nano brontolone Gimli, l' imbranato bonaccione, fino al popolo dei piccolissimi, gli hobbit o Halflings che, in fin dei conti, saranno quelli che risolveranno la situazione. La pellicola di Martin Scorsese non offre un simile contrasto di morali estreme. Il "male" e il " bene" sembrano quasi irrilevanti mentre il coltello è sferrato contro la mannaia, il manganello contro il cranio, mentre l' indigeno si scaglia contro l' americano immigrato, il protestante contro il cattolico. Questo è l' amorale mondo del potere dei pugni nudi, un paesaggio urbano darwiniano nel quale sopravviveranno soltanto i più forti. Fuori da quel mondo, ci ricorda Scorsese, c' è il nostro. Si tratta di una visione di gran lunga più audace e più insolita di quella de "Le due Torri", brillante quanto lo è l' epica fantastica. La guerra tra gang non è né santa né giusta, ci dice Scorsese, e, quando si esce dal cinema con le immagini ancora ben impresse nella mente, capita di pensare che, forse, tutte le guerre sono guerre tra gang. I due film sono usciti nel momento in cui tutti noi stiamo cercando di venire a patti con la realtà di una guerra imminente, controversa, e molte persone di opposte opinioni stanno ormai per varcare il confine dell' assolutismo morale. L' interesse del partito di Bush per il "male" e per i "malvagi" non necessita di ulteriore enfasi, ma coloro che stanno dalla parte di Bush riscuotono supporto da individui quantomeno particolari. Tanto per fare un esempio, la folle rabbia della scrittrice Oriana Fallaci, indirizzata senza discriminazione alcuna contro ogni musulmano del pianeta - " ogni musulmano, senza eccezione, è un fondamentalista!", "si moltiplicano all' infinito come fossero protozoi!" - esemplifica quella che potrebbe definirsi la teoria della Nuova Malvagità, impegnata a ritrarre il mondo in bianco e nero. Stranamente, invece, quanti si oppongono all' ipotetico attacco americano all' Iraq, spesso sembrano immagini speculari di quello che loro stessi odiano. Secondo questi oppositori, tanto occidentali quanto islamici, gli Stati Uniti sono il tiranno, il "Dark Lord"(Il Signore delle Tenebre), e tutti i fini che egli persegue sono ignobili. La verità appare molto più confusa, più amoralmente alla Scorsese. Saddam Hussein è un despota assassino, ma gli attuali attacchi dell' amministrazione americana alle libertà fondamentali pregiudicano il loro diritto a denominarsi fautori della libertà. Il rovesciamento dell' attuale leadership irachena può anche essere auspicabile, ma molti degli scenari configurabili all' indomani di quel rovesciamento sono quantomeno indesiderabili. L' America forse rischia molto meno da parte dell' Iraq di quanto vadano affermando i suoi leader, e la guerra a Saddam forse ha molto di più a che vedere di quanto ci si preoccupi di approfondire con il desiderio americano di troncare la propria dipendenza dal petrolio saudita. Nonostante tutto, è anche possibile che questa brutta guerra finisca col creare per un gran numero di iracheni un Iraq migliore di quanto si potrebbe ottenere ricorrendo ad un qualsiasi altro mezzo. In poche parole, potremmo essere sul punto di veder scoppiare una guerra tra gang su scala abnorme e nonostante tutto, come nella pellicola di Scorsese, questa guerra tra gang - brutale, cinica, atavica, una guerra in cui l' eroe dell' uno è la canaglia dell' altro - potrebbe paradossalmente riuscire a dar vita ad un mondo più moderno. L' ambiguità, tuttavia, è fuori moda. Ci verrà data una guerra di eroi contro canaglie a tutti i costi. Dopotutto, "Le due Torri" è un enorme successo popolare e "Gangs of New York" sta andando poco più che modestamente. Forse, quando verrà il momento degli Oscar, l' Academy sarà più propensa a premiare le profonde complessità della pellicola di Scorsese. Ma forse, invece, a marzo saremo tutti maggiormente preoccupati per qualcosa di più importante e sinistro del concorso per gli Academy Awards.

Inviato da giuseppe genna , Giovedì 13 Febbraio 2003
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