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Janeczek: Cibo
Deve formarsi fuori dall'Italia e non essere italiano uno scrittore o una scrittrice di lingua italiana, per riuscire a parlare del mondo, a scuotere e schiaffeggiare l'astenica abulia del lettore italiota, a emozionare, a fare vibrare non una ma tutte le corde psichiche che la letteratura mette a disposizione di chi ne sente l'urgenza, l'inderogabile vocazione? Parrebbe di sì, se si considera che Helena Janecczek, sorta di melting pot genetico e culturale condensato in un'unica persona, è nata a Monaco, non è di lingua madre italiana, ha attraversato una formazione che i nostri spiriti gracilini se la sognano, eppure è - a nostro immodestissimo parere, per carità - la migliore scrittrice d'Italia e uno dei migliori scrittori italiani in assoluto. Poetessa in tedesco - ma attendiamo presto una sua raccolta in versi anche in lingua citalpina -, già insignita del Bagutta Opera Prima per le sue vertiginose Lezioni di tenebra, Janeczek è una furia tragica, una corifea dolcissima, una profetessa veterotestamentaria, una regina del postmoderno made in Italy, una scrutatrice spietata e raggelante del mondo, un'accordatrice di ritmi e visioni che ha pochi eguali nel nostro Paese.Se mettete a bagno Stephen King nel calderone della tradizione mitteleuropea e talmudica, se lo convincete a non guadagnare cifre abnormi, se lo traumatizzate in età precoce, se amplificate le sue capacità telepatiche e oniriche, se lo sottoponete a chirurgia genitale e a una prodigiosa opera di restyling estetico - allora, avrete Helena Janeczek. Ipernomade dello spirito, capace di tollerare ogni assenza di consolazione - se per consolazione intendete la banalità emotiva che i cretini generalizzati di oggi cercano come un graal idiota -, Janeczek è un esempio rarissimo degli esiti deflagranti che la letteratura può avere su una giovane mente brillante e su un corpo che sente il disagio: l'ossessione veritativa della letteratura, quando tracima, è capace di fare compiere al soggetto letterario - che sia scrittore o scrittrice, che sia lettore o lettrice - la più pura esperienza di attraversamento del Male e della Redenzione, senza intridersi di alcunché di puritano o, peggio ancora, di cattolico. Priva di ecumenismi faciloni, la narrativa - se ancora possiamo chiamarla così - di Janeczek realizza in sé la sempiterna possibilità di realizzazione spirituale che le tradizioni - non soltanto quelle metafisiche, ma anche certune letterarie - hanno codificato con l'immagine del frammento che raddensa in sé la totalità, del basso che è esattamente com'è l'alto, dell'unità abissale dell'esperienza. Se si può individuare una forza centripeta nel ciclone centrifugo scatenato dalla scrittrice delle Lezioni, si scopre che essa coincide con un'impressionante opera di densificazione della propria esperienza in cui viene a precipitare tutto il mondo, al modo stesso in cui una supernova collassa su di sé e si autoassorbe e assorbe tutto l'universo diventando un buco nero finale. Letteralmente: come il buco nero mangia le galassie e, prima o poi, assorbe tutto l'universo per traslarlo su altri livelli, Janeczek mangia tutto, dalla letteratura al lettore, da se stessa alla realtà. E qui sta, credo, il primo livello di comprensione del titolo del nuovo romanzo dell'autrice italotedesca, uno sparo secco e prodigioso che fa così: Cibo.
Non si può raccontare la trama di questa galassia esplosa che è Cibo: si tratta di un flusso inesausto, a volte dinamicissimo, altre lutulento, altre ancora maestoso, non privo di salti e rapide improvvisi, composto di nuclei psichici e/o psicotici, di allegorie verticali, di orizzontali aneddoti, di vite e non-vite che variano dalla fotografia iperrealista all'allucinazione in stile lynchiano. I millepiani di Janeczek, se intercettati con dovizia critica, farebbero impazzire chiunque. Raro, in Italia, assistere a una mimesi tanto radicale del corso complesso e indefinito dell'esistenza - e per di più neanche di un'esistenza singola. Una sostanza psichica e spirituale corre tra le pietose figure divoratrici di cibo che Janeczek rappresenta nella sua mostruosa e personale galleria: così vediamo muoversi forme e figure, ridiamo e piangiamo a seconda dei singoli apici raggiunti dalla scrittura, ma siamo immensamente e sempre contamplanti disincarnati, proprio al centro della carne, nell'atto più solitario e comunitario che sia dato all'umanità: mangiare. Non trovo di meglio, per parlare del libro di Janeczek, che citare il Kubrick di 2001 - Un'odissea nello spazio, film scandito da salti evolutivi compiuti dall'uomo a partire dal suo stato di primate, e sempre rappresentati da atti di nutrizione: dallo sfrucugliamento dei vegetali da parte delle scimmie antropoidi ai morsi su carne cruda in solitaria, dai liofilizzati spaziali sulle astronavi al pasto sacro consumato dal protagonista nell'helter skeleter allegorico in cui culmina il capolavoro di Kubrick. Così in Janeczek: amiche sovrappeso, conoscenti emigrati, parenti mostruosamente affettuosi o renitenti all'affetto, personaggi sbilenchi e sghembi, merendine, tuberi, frutte esotiche, animali vivi e morti mettono in scena un'istoriazione allegorica ed emblematica che fa da specola universale, un atto di rappresentazione totale di un radicale materialismo che si converte automaticamente in radicale spiritualismo. Come le autentiche storie sacre, un filo occasione (in Cibo è il personaggio di Daniela) fa da causa scatenante a una contemplazione della volta celeste, che nel caso del libro di Janeczek coincide con l'arcata dentaria pronta a diffrangere, ptialinizzare, ridurre a bolo e predigerire un cibo materico e metafisico: ultima rappresentazione letteraria della Manna divina. Quando tutto sembra finito, quando il palcoscenico illusorio di Maya sembra scivolare nelle tenebre (di cui Janeczek aveva pedagogizzato l'emersione nel suo libro precedente), ecco che la luce si riaccende, abbacinante, bruciante. Difficile è guardare nell'occhio della Storia, ma, se lo scrittore non scruta proprio lì, dove cavolo deve scrutare? Infatti Janeczek, che è scrittrice in ogni fibra, va a scrutare in una gorgonica attualità, ci impietrisce perché dirige il nostro sguardo sulla Medusa. Terminato il libro, Janeczek non termina il libro: scrive un'appendice che, al posto di Daniela, utilizza il reportage sulla sindrome da Mucca Pazza per mettere sul piatto la Carne: la conoscenza carnale e l'ombra dell'antropofagismo, la società del rischio e la putrefazione in vita, l'autoseppellimento e il sisma psichico, tutto - davvero tutto - viene macinato dall'idrovora di una scrittura commovente e spietata. Così si fa la Storia, così si fanno le storie: scrivendo, da grandi scrittori. O tutto o niente: tra le immense cazzate che riguardano la scrittura di genere, anche sessuale, Janeczek piazza un buco nero destinato a cibarsi di ognuna di quelle cazzate. Chi non lo capisce, e non lo capisce da adesso, è destinato a nutrire non tanto il nostro astio - siamo già stracolmi di bile -, ma le nostre onnivore fantasie, che dopo anni di fantasmi incominciano a masticare anche carne cruda e viva. Helena Janeczek - Cibo - Mondadori - 15,00 euro Inviato da giuseppe genna , Giovedì 28 Febbraio 2002
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