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Safran Foer: intervista a Eugenides

safranfoer.jpgeugenides.jpgJonathan Safran Foer (a sinistra) è l'attuale ragazzo prodigio della narrativa contemporanea Usa (si conta un ragazzo prodigio all'anno, negli States). Il suo Ogni cosa è illuminata, pubblicato in Italia da Guanda, ha riscosso un eccezionale successo di vendite e un ancor più eccezionale successo di critica planetaria. Jeffrey Eugenides (a destra) è il ragazzo prodigio della narrativa Usa di dieci anni fa. Con Le vergini suicide, ora ristampato (Pbo Mondadori, ) mentre sta per uscire il nuovo attesissimo Middlesex, ha avuto l'effetto di una dirompente esplosione all'interno di una letteratura che, ai tempi, già cercava eredi per Bret Ellis & co. Quello che vi proponiamo è un incontro straordinario: Safran Foer e Eugenides a ruota libera.

La favola di Eugenides
di Jonathan Safran Foer
Frequento da anni e in situazioni tra loro diversissime Jeffrey Eugenides - prima come suo semplice lettore, poi come suo allievo a Princeton, ora come suo amico personale. Dal principio del suo romanzo Le vergini suicide fino all'ultima delle sue email, sono sempre rimasto incantato dalla mente di Jeff: vivida e presente a sé, capace di esprimere esattamente ciò che intende. Ciò che mi esalta, in occasione di questo incontro con Jeffrey, non è soltanto la possibilità di visionare in anteprima il suo prossimo romanzo, Middlesex, ma di ascoltare le sue idee sulla vita e la scrittura.
eugenidesveneri.jpgQualunque cosa vi aspettiate dal nuovo libro di Eugenides, Middlesex vi sorprenderà. Laddove Le vergini suicide è una storia ben localizzata (precisamente la periferia di Detroit) che tratta di una disgrazia (i suicidi delle ragazze della famiglia Lisbon) ed è scritto in una sorta di melanconia atrabiliare e umoristica, Middlesex è un'autentica e trascinante epica che corre dalla Grecia all'America, di disavventura in disavventura, intrisa di realismo al tempo stesso magico e sociale. La storia - sebbene non ve ne sia una che potremmo definire fondamentale - è narrata da Cal Stephanides, un ermafrodito di stanza a Berlino all'inizio del Ventunesimo secolo. Cal traccia il profilo della sua eredità a partire da molte generazioni addietro - inclusi panorami politici diversi e distanti tra loro e in piena corrispondenza con stili letterari altrettanto eterogenei. Sebbene il libro soddisfi abbastanza il palato di un lettore amante del postmoderno, si tratta di un romanzo in buona sostanza scritto alla vecchia maniera - proprio il tipo di libro che necessita di essere letto in un giorno solo, affogandovi dentro, per poi riemergene e rileggerlo con calma.


jonathan safran foer E' passato un bel po' di tempo dall'ultima volta che abbiamo parlato. Cosa saranno?, quattro anni? Ed è passato ancora di più dall'ultima volta che mi ha fatto leggere qualche tua nuova pagina. Sette anni? O forse di più? Cos'è successo nel frattempo?
jeffrey eugenides Ho scritto un libro.

Ne sei stato felice?
Ne sono stato assorbito. Completamente assorbito.

Da scrittore a scrittore: uno dei miei massimi problemi è che mi stanco quasi subito di quello su cui ho iniziato a lavorare. O piuttosto: avverto che si allarga, in ogni mio progetto, la distanza tra come vorrei che fosse scritto rispetto a quello che penso del mondo. Come ce l'hai fatta a lavorare su un libro per un periodo durato anni? E come ti ha influenzato il trascorrere del tempo, mentre scrivevi?
Beh, in effetti uno dei problemi più difficili riguardo la stesura di Middlesex è stato mantenere l'impulso originario che mi ha spinto a scriverlo. Quando ho iniziato mi sentivo giovane e quando l'ho terminato mi sono accorto che era subentrata, non saprei come definirlo precisamente... diciamo un atteggiamento da uomo di mezza età. Me ne sono capitate di ogni, durante il lungo periodo di stesura. Mio padre è morto in un incidente aereo. Io stesso sono ventato padre. William H. Gass sostiene che la maggiore difficoltà nello scrivere un libro su un lungo periodo consiste nel fatto che, a mano a mano che vai avanti, scrivi sempre meglio e ti tocca tornare alle parti iniziali e riscriverle per alzarle al livello delle ultime sezioni. L'ho dovuto fare anch'io. Ossessivamente tornavo indietro e rielaboravo le pagine iniziali. Solo così mi sono rassicurato e mi pare adesso che la voce e lo spirito degli ultimi capitoli siano i medesimi dei primi.

E cosa mi dici della fatica di scrivere? Che rapporto hai con la fatica che implica la scrittura?
Questo sforzo di cui parli, che conosco bene, mi è stato alleviato dalla struttura del libro. Quasi tutti i capitoli di Middlesex affrontano ognuno un terreno storico o emotivo a se stante. Una volta terminata la parte sulla guerra tra Grecia e Turchia, ho affrontato la Detroit del Proibizionismo, e poi mi sono lanciato nell'àmbito della genetica e della sessuologia. Middlesex contiene diverse trame nel proprio sviluppo, così una volta che terminavo di occuparmi di una di queste trame, potevo riacquistare facilmente energie per occuparmi di un altro plot. Questo libro mi ha permesso di crescere insieme al suo crescere. Certo, è stata dura. Ho attraversato sofferenze intense.
Eppure dev'essersi realizzato una sorta di perverso accomodamento in questa sofferenza, a pensarci bene. Avevo questa tortura del libro da fare, ogni giorno, però almeno si trattava di una mia tortura: solo mia. Il libro era il mio carceriere e tuttavia siamo diventati intimi amici. Mi sono ritrovato nella situazione di Patty Hearst con la sua Sindrome di Stoccolma. A poco a poco il libro si è espanso fino a occupare ogni centimetro della mia coscienza. Una situazione che è durata quanto la guerra di Troia. Ma fortunatamente ho sempre saputo che, prima che tutto diventasse tragicomico, dovevo comunque riprendere le mie navi per tornare in patria.

Nonostante l'intreccio di trame, Middlesex mi colpisce per il fatto che inizia come una favola (beninteso, una favola che spazia dalla questione della violenza a quella razziale a quella della politica) e si sviluppa via via verso una sorta di fantascienza prossima ventura, quasi dietro l'angolo. Tu hai una figlia. Pensi che lo sviluppo stilistico e poetico sia andato di pari passo alla crescita di tua figlia?
Mia figlia è nata quando ero a metà della stesura di Middlesex. L'influenza della sua presenza si è esercitata sul plot, non sul piano stilistico. C'è preoccupazione, nel corso del libro, rispetto al parto e allo sviluppo del feto. Si entra nello specifico del rapporto tra donna e gravidanza, e anche del ruolo assunto dall'uomo in tutto questo processo. Ravvedo le impronte di mia figlia in tutto ciò, ma il libro era già stato pensato e aveva preso forma ben prima dell'arrivo di lei.
Nabokov sostiene che tutti i grandi romanzi sono favole. Le prime due parti di Middlesex sono state concepite nello spirito della letteratura epica, che non è poi così lontana dalla favola. Volevo che il libro esistesse a più livelli. Su un piano, si tratta di una saga familiare. Su un altro piano, il libro riflette lo sviluppo della letteratura occidentale: qualcosa che, peraltro, fa Joyce stesso nell'Ulisse, nella parte intitolata Oxen of the Sun. Ho sempre amato quella sezione dell'Ulisse, il modo in cui inizia in inglese arcaico e si evolve in inglese medio, mimando gli stili che si sono imposti durante le epoche, le generazioni e arrivando addirittura all'imitazione di scrittori specifici. Non ho fatto nulla di avvicinabile all'onnicomprensività di Joyce, in questo senso; e, francamente, non ci tenevo proprio a lavorare così. Però non ho potuto fare a meno di vedere il libro svilupparsi da una forma epica delle origini via via verso una narrazione più realistica e psicologica. Il romanzo, proprio come il suo narratore ermafrodita, vuole essere un ibrido. In parte, terza persona narrante, tipica del modulo epico; in parte, la prima persona, per la profezia fantascientifica sul futuro a noi più vicino.
Dal momento in cui ho iniziato a occuparmi di genetica, ho avvertito il bisogno di trapassare la forma romanzata classica a cui ero approvato, per entrare in questo genere di fantascienza storica, a breve termine. La filogenesi riassume l'ontogenesi. I tratti dei nostri antenati riemergono in noi oggi. Volevo che Middlesex fosse proprio questo - una sorta di genoma del romanzo. Ma volevo anche che tutte queste considerazioni non nuocessero alla storia che stavo raccontando - al di là di fare i moderni o i postmoderni. Non mi interessava assolutamente di simili categorie critiche e accademiche. Volevo soltanto usarle per supportare la storia. Mi interessava la storia.
[estratto da BOMB Magazine]

Inviato da giuseppe genna , Venerdì 7 Marzo 2003
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