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Desiati: Neppure quando è notte
![]() A fine febbraio, mentre si annuncia una primavera che ricorda altre Primavere, la società letteraria italiana si risveglia dal torpore, ritrovandosi tra le proprie file uno scrittore fatto e finito, incendiato di passione civile e intellettuale, stilisticamente maturo e sorprendente, che con il suo romanzo d'esordio costringe tutti a misurarsi con almeno due àmbiti di violenta realtà: la storia attuale e la letteratura. Mario Desiati con Neppure quando è notte (peQuod), pur nella distanza di forme e contenuti, è il parente più stretto dell'ultimo memorabile esordiente che l'Italia di questi anni ha avuto in regalo: Tommaso Pincio. Non ha perso tempo Enzo Siciliano a segnalare sulla prima pagina de l'Unità "un romanzo fondamentale" come quello di Desiati: la vecchia buona stoffa si può consumare per colpa dei tarli, ma resta quella che è: buona stoffa. Mario Desiati è il caso letterario italiano dell'anno: si sta scatenando un'asta per acquisire i cataloghi prestigiosi il suo prossimo libro, mentre dalla Francia (in zona Grasset, pare) sembra che fiocchino le proposte. D'accordo totalmente con Siciliano, ribadiamo: questo Neppure quando è notte è il romanzo italiano più sorprendente, vivo e corrosivo di questi tempi che stanno rivoluzionando la nostra narrativa - e non soltanto quella.Mario Desiati è uno scrittore civile. Non è soltanto un romanziere, è anche un poeta (suoi versi sono stati inclusi nell'importante antologia che Mario Santagostini curò per una collana curata da Maurizio Cucchi, qualche anno fa). Giovanissimo, Desiati ha raggiunto una preparazione culturale e un'elaborazione personale che raramente, oggidì, si riscontrano nei soggetti pensanti della sua generazione. Anzi, detto senza cautele: Mario Desiati è una delle migliori menti della sua generazione. E, coerentemente, ha scritto uno dei migliori romanzi generazionali di questo periodo - un lungo periodo che abbiamo vissuto e che, si spera, sia definitivamente archiviato nella memoria collettiva di un Paese che è slittato verso il nulla assoluto, e non soltanto perché in massa ha votato per chi ha votato.
Però bisogna specificare in che senso Neppure quando è notte è un romanzo generazionale. Lo è nel senso che la generazione a cui stiamo alludendo non è una generazione anagrafica. Tra i molti slittamenti che la cultura italiana ha sopportato negli ultimi vent'anni, per merito di strategie politiche ambiguissime, il discorso generazionale è addivenuto a una sorta di status che coincide col controllo mentale di massa. Quando alla fine dei Settanta le politiche statali decisero che la parola d'ordine, insieme a "privato", doveva essere "giovani", immediatamente è stata elaborata una nuova nozione di "generazione": ogni cinque anni, una generazione diversa. Perché trattasi di controllo mentale? Perché si tende, in questo modo - e lo si è visto concretamente nella società letteraria dei Novanta -, a elaborare un'impossibile identità generazionale, mentre le teste vengono sbarrate (tu non apparterresti alla mia generazione, io non a quella di altri) da griglie psichiche non bene verificabili eppure effettive. Un giochetto sociale che riesce soltanto a danno degli idioti; e che, infatti, è riuscito. Per quanto sembri azzardata quest'analisi - che, ripeto, non soltanto è di ordine sociologico, ma anzitutto sociologico letterario -, si può constatare che la tendenza generalizzata, in àmbito per esempio narrativo, è stata quella di abbandonare la letteratura civile. Solo i migliori hanno resistito a questa inerzia di massa, storicizzabile esclusivamente a fine Ottanta e metà Novanta: per esempio Luther Blissett e Wu Ming, Evangelisti, lo stesso Pincio, sicuramente Moresco, Affinati e altri (non moltissimi ma ben più significativi di chiunque altro) hanno spaccato il fronte dell'idiozia con lavori che sono anche letteratura civile. Desiati fa brillare l'esplosivo civile nella sua scrittura nervosa, iperaggettivata, a volte gnomica e sentenziosa, in ogni caso sempre tesissima. Il suo romanzo è il romanzo di un'Italia povera che, con differenze abissali, recupera il patrimonio umanistico del migliore Dopoguerra. Basti leggere l'incipit: "Un giorno potrebbero derubarci del nostro cervello, del nostro pensiero. Potranno far sparire dai libri di letteratura Pasolini, Moravia, Parise, Fortini, Penna, Tondelli e Bellezza con qualche scusa del cazzo: tipo che sono stati comunisti oppure froci. Potrebbe succedere che qualcuno dice che il mondo con tutti i suoi pupazzi fatti di acqua, fango e sale è fatto per i vincitori: quelli che stanno dentro Forbes, quelli che hanno la copertina di Cosmopolitan e 6 canali televisivi. Oppure ti potrebbero dire che c’è un prezzo ai tuoi sabato in disco, i tuoi maledetti surgelati e le tue scarpe da jogging, ma soprattutto c’è un prezzo alla tua libertà di pensiero e questo prezzo è che non ti ascolta nessuno". Leggere un incipit di questo tipo, un incipit saggistico violento per un romanzo altrettanto violento, anni fa, in tempi di assenza di attenzione per una letteratura civile, avrebbe costretto a parlare di "contaminazione dei generi": etichetta paracritica assurda che serviva a non dire nulla facendo finta che si stava dicendo qualcosa. Cosa c'è di tanto sorprendente nel romanzo di Mario Desiati? Questo: tutto. L'impressione, riuscendo dalla lettura di questa vertiginosa spirale narrativa, è quella che si ricava leggendo un Kerouac italiano o un Fortini romanzato. La vicenda dei barboni che puzzano e che asilano alla Tiburtina (che anche dal punto di vista estetico è uno dei posti più allucinanti d'Italia) è al tempo stesso realistica e allegorica, esistenziale e spirituale. Esattamente come Evangelisti usa la figurazione dell'Etere e degli Archetipi in Mater Terribilis, o come i Wu Ming utilizzano il Televisore in 54, o come Pincio impegna la Sostanza in Un amore dell'altro mondo, Desiati muove ciò che è vero (qui si sta parlando di un'esperienza di vita che lo scrittore ha effettivamente attraversato) verso ciò che è verisimile: e in questo spazio fa esplodere tutto: il canto dei movimenti storici e in particolare del Movimento che sta per sovvertire ora in Italia un odioso pre-esistente, l'identità individuale e collettiva, la letteratura nel suo rapporto col mondo (memorabile l'irruzione dei letterati in vena di prediche), il piacere e la libertà quali radici dell'assolutismo umano, il lavoro e la proprietà come radici dell'alienazione assoluta imposta all'uomo. Desiati compone in Neppure quando è notte un tappeto di miliardi di fili: se lo scrittore non aggiusta questi nodi e non se ne occupa, si rischia che quei fili terminino in sottili cappi per il collo degli uomini alienati. Una pietà profonda, tratto distintivo dell'umanità, è il legame non soltanto letterario, ma potentemente empatico che lega Desiati a chi lo legge. Ultima avvertenza: non è stato qui fatto alcun accenno strutturale alla trama. Questo perché ci fa schifo ragionare sulle trame. Se volete avere un'idea delle cose che ci sono nel libro di Desiati a livello di trama, cliccate qui. Mario Desiati - Neppure quando è notte - peQuod - euro 10,50 Inviato da giuseppe genna , Martedì 11 Marzo 2003
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