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Feroldi: Conferenza del traduttore su se stesso
L'esile figura femminile che vedete qui a fianco è Donata Feroldi. Si tratta di una delle massime traduttrici attualmente operanti in Italia. Dal francese, a forza di teoria critica lucidissima e sensibilità linguistica fuori della norma, Feroldi ha trascinato nel nostro idioma libri di autori consacrati e (per questo stesso motivo) difficilissimi: Victor Hugo (per Mondadori e Feltrinelli), Marguérite Duras (per Mondadori e ShaKe), Pierre Lévy (per Feltrinelli), Paul Morand e la mistica Marguérite Porete (per Sellerio). Donata Feroldi sta per concludere un saggio di critica letteraria (oseremmo dire: ultracritica ultraletteraria) a partire da Notre-Dame de Paris di Hugo, di prossima uscita. A partire dal comparto teorico di cui dispone (si è laureata in filosofia e si è formata quale discepola del grande Giuseppe Guglielmi), Donata Feroldi ha steso questo intervento, mutuato occasionalmente su un modulo di Kafka, in cui discute varie cose ad altrettanto vari livelli di profondità. Nella sua meditazione su cosa sia la traduzione e chi sia il traduttore, emergono nuclei a dire poco fondamentali intorno a cui sta gravitando la letteratura contemporanea (vale a dire: quella di sempre). Società delle Menti è onorata di potere pubblicare una simile meditazione: esilarante (memorabile la distinzione tra "scrittori IPP" e "scrittori "PIP") e illuminante.Conferenza del traduttore su se stesso. Esposizione inutile ma necessaria. Prima e forse ultima relazione davanti a un’Accademia. di Donata Feroldi Cari amici, illustri signori dell’Accademia! Ecco ciò che mi sento di dirvi, in risposta al vostro incertamente esplicito e titubante invito. Esiste un regime di doppia o tripla verità. Fa parte della natura delle cose, probabilmente, e lo scopo di questa conferenza non è certo smascherarlo o toglierlo di mezzo in maniera definitiva. È un’esposizione, appunto, non una denuncia, non una designazione al pubblico, per quanto circoscritto, ludibrio. Quando un soggetto, per la particolare natura di ciò che fa, si trova preso in questo regime è necessario, quanto inutile, dirimere i piani di verità, individuarli chiaramente. È inutile nascondersi che il traduttore non è considerato, pur essendo uno scrivente quotidiano, uno scrittore a tutto tondo. È anche inutile negare che è assai rassicurante, per lui e forse per altri, considerarlo homme de lettres o intellettuale a pieno titolo. Queste categorie appaiono localmente contraddittorie. In quanto non-scrittore, egli è forse un homme de lettres di serie B? Come vedete vengo subito al dunque. Perché non è uno scrittore, pur praticando la scrittura in maniera certamente più continua di chi può fregiarsi di questo titolo (per quanto, ultimamente, come è stato fatto notare da più parti, assai decaduto)? Ma perché non inventa nulla, direte voi, e concordo pienamente con la vostra osservazione. Egli si limita a trasferire in altra lingua l’invenzione di un qualcun altro (lo scrittore in prima persona, per l’appunto). Dunque non c’è creatività nel suo fare: il suo punto di partenza non è la pagina bianca, ma la risma scritta e già accettata e rubricata come scrittura letteraria. È uno scrivano, un copista: questo è il suo orizzonte. Tuttavia, e non solo di recente, si è molto insistito, portandola alla ribalta della moda culturale, sulla rivalutazione del traduttore in quanto scrivente (si tratta forse di una “transvalutazione dei valori”?), anzi, in concomitanza con la difficoltà o impossibilità di definire – o valutare – la figura e il ruolo dello scrittore tout court, il traduttore e la traduzione sono diventati oggetti centrali di dibattito – “tutto è traduzione”, sembra essere il motto dell’attualità corrente così come, in pieno regime heideggeriano, tutto era linguaggio e la poesia la sua quintessenziale e concretamente incarnata verità. Non vi è accenno di polemica e di ironia in tutto ciò, cari amici, vogliate credermi.
La scrittura in proprio – in prima persona – da questo punto di vista non sarebbe altro che una forma di traduzione: essa rientrerebbe nella categoria ontologica più ampia della traduzione di cui la scrittura per interposta persona – correntemente definita ‘traduzione’ – sarebbe al contempo una sorta di modello e manifestazione di base, la più elementare. Ma quali sono, se ci sono, le differenze tra le due? E come si riflettono sullo statuto dei loro operatori (lo so, il termine non è dei migliori)? Certo il traduttore è uno scrivente che non si trova a dover fronteggiare o risolvere il problema della struttura e del compimento, nel senso di creazione di un organismo autonomo: la forma è data, la storia, il plot, con i suoi elementi costruttivi e ritmici, con i suoi volet. Lo scrittore ha già fatto il suo lavoro, ha già concepito, gestato e partorito il frutto che gli compete, nella e con la lingua: si tratta solo di trasferire il bambino o, meglio, di duplicarlo in altro corpo o, per usare un termine alla moda, si tratta solo di clonarlo. Il traduttore è dunque il clonatore e forse, di questi tempi, non è un caso che egli si identifichi con una figura o personaggio del genere. E tuttavia, per quanto possa sembrare irriverente, il clonatore, allo stesso modo della madre biologica (sarebbe interessante capire chi svolge il ruolo del padre in questa metafora o allegoria), ha a che fare col corpo, ha a che fare con la generazione, ha a che fare con la lingua. Il legame musaico naturale gli è affidato quale meta e modello: la vitalità del corpo. Del resto, per rimanere in metafora, pare di poter dire che la vita media dell’organismo tradotto non sia superiore a quella della pecora Dolly e non presenti meno imbarazzanti problemi di precoce invecchiamento cellulare. Le traduzioni hanno un tempo di decadimento più rapido degli organismi da cui discendono, diventano facilmente obsolete, è stato detto e si dice: colpa del rapido e incontrollabile trasmutare ed evolversi delle lingue e delle sensibilità che non tocca quegli oggetti perfetti e nati una volta per tutte che sono le opere (le opere originali), simili a cristalli perenni, pur essendo, per comune attribuzione e convinzione, dotate di vita. Dove voglio andare a parare? Sto forse tirando per le lunghe la corda dello scherzo in una sede di discussione tanto seria? Dunque, il traduttore non è chiamato a risolvere i problemi del plot, della storia e della forma, della verosimiglianza del personaggio e quant’altro. La sua non è una creazione ex-nihilo e, sebbene neppure la scrittura tout court (la scrittura cosiddetta creativa) lo sia, perlomeno stando alle ultime teorie sul tappeto, più o meno ampiamente condivise, la traduzione si allontana dalla creazione ex-nihilo almeno di un passo in più: è una creazione ex-nihilo alla meno 2, se la scrittura lo è alla meno 1. Questo, nonostante il fatto che l’affermazione della non autonomia della scrittura e dello scrittore sul piano creativo sembri avvicinare la cosiddetta (ancor oggi detta) ‘scrittura’ alla traduzione: si scrive sempre a partire da qualcosa, ogni scrittura sarebbe una riscrittura, non diversamente dalla traduzione. Semplicemente, nel caso della traduzione, il rapporto sarebbe sempre tra due idiomi diversi, mentre nel caso della scrittura in proprio (o in prima persona) il rapporto con l’idioma (con gli idiomi) si presenta in forme più complesse e varie. Come vedete, ho una certa propensione a menare il can per l’aia. Detto questo, mi addentrerei nella spinosa questione della lingua – attraente e ineludibile selva oscura di dantesca memoria, quantunque la sylva di Dante, come indubbiamente sapete, non fosse solo questo. Che problemi si pone lo scrittore IPP (da questo momento in poi, abbreviazione corrente di “In Prima Persona”) al momento di scrivere? Certo quello dell’ispirazione o impulso generatore o innesco, insomma il problema di “cosa dire” e “come dirlo”… deve trovare il modo e i mezzi per tradurre in testo qualcosa che non lo è ancora, nonostante le testualità pregresse (intertestualità?) da cui può esser stato impulsato. Oppure c’è un non-testo, un caos vitale interno (mentale? esistenziale? esperienziale?) che preme per incarnarsi testualmente e allora l’incipiente o recidivo scrittore cercherà dei modelli, non diversamente dal vasaio. Si scrive scrivendo, si impara a scrivere scrivendo e guardando/rifacendo altri scritti. Siamo sul piano dell’apprendimento, ben metaforizzato – o simbolizzato o allegorizzato, come preferite – dal Bildungsroman. Cari amici, converrete con me, per quanto grossolana possa apparirvi la metafora, che la creta è la lingua: la materia prima. Una materia prima pensante, impregnata di immagini e pensiero. Una materia prima in perenne divenire, molto più instabile dell’argilla di figulina memoria. Vi sto sfottendo? Dio me ne guardi, ma si può sorridere anche delle cose più serie, quelle in cui si mettono in gioco le vite. La materia prima del traduttore o scrittore PIP (da qui in poi abbreviazione corrente di “Per Interposta Persona”) è la stessa: solo si tratta di giacimenti diversi rispetto alla materia prima dell’opera in lingua originale, ma non, si badi bene, delle opere, coeve e non (e già su questo ci sarebbe da discutere), nella propria lingua, ossia nella cosidetta “lingua materna” che lo accomuna agli scrittori appartenenti alla sua comunità linguistica. Scusate il pasticcio. Soffre il traduttore in questo commercio con la materia prima, soffre e patisce (passione, morte e forse, non sempre, quasi mai, resurrezione) non diversamente dalla materia stessa, carne della sua carne del resto, immagine e pensiero. Si chiede in che lingua tradurre la lingua data dello scritto che non è solo uno stato linguistico storicamente dato (secondo le indicazioni di Saussure), ma un acte de parole letterario, dunque generatore e in un certo senso prescrittivo-destinale di potenza maggiore (nel senso di un’auto-attribuzione di potenza) di un normale atto di parola. Il traduttore o SPIP è in ambasce e si guarda intorno e dentro, perché anche dentro è un intorno. Così sperimenta, con un orecchio al ritmo fonosimbolico-sintattico dello scritto da tradurre, del bambino da clonare, varie possibilità timbriche e materiche. In parole povere, si va a rileggere o a riascoltare dentro gli scrittori e i parlanti della sua lingua (madre) e si interroga sulle potenzialità del mezzo-mondo (nel senso di strumento-mondo, di moyen-monde) che utilizzano (o creano o in cui sono immersi, sono queste le opzioni ontologiche attualmente a disposizione): non diversamente dallo scrittore IPP quando crea, o per volare bassi, tesse o produce un testo, il suo testo originale. A questo punto risulta difficile valutare percentualmente la dimensione artigianale e quella artistica della faccenda. Quanto siamo idraulici? Per riallacciarmi all’osservazione di una amica che mi è assai cara tra voi e a cui queste note sono idealmente indirizzate e dedicate, e ne approfitto per ringraziarla ancora di avermi dato l’opportunità di tenere questa conferenza. Parentesi: come forse avrete già capito da parecchio, cari tutti, non si tratta di dare risposte ma di sollevare alcune domande che, al centro del cerchio del fare, al centro del cerchio ideale e invisibile in cui si colloca la materialità-immaterialità del fare, ci rendano possibile comunicare in quanto ci accomunano, sono letteralmente le stesse per tutti quanti noi. In quanto scimmia, clonatore e idraulico, mi permetto di farvi presente la situazione imbarazzante in cui mi trovo a vivere e a agire, o viceversa, e, in quanto essere appartenente a una specie a occhio e croce differente, a una sottospecie direi (senza alcuna piaggeria o con qualche piaggeria), vi chiedo: In che termini la scimmia e il clonatore hanno diritto di parola quando si dibatte di vite umane? In che termini l’idraulico, non essendo un fiume e nemmeno un oceano e nemmeno una falda acquifera, può parlare d’acqua? La risposta è affidata al vostro buon cuore, cari. Basta aver tradotto uno o più libri per potersi definire traduttore? Basta aver scritto uno più libri per potersi definire scrittore? Esistono regole, scritte o no, fisse o mutanti, per essere ammessi a far parte dell’illustre Accademia qui riunita? Chi le detta? La loro origine si perde forse nella notte dei tempi? O la loro esistenza, come quella degli dèi, è il presupposto inattingibile e inverificabile di questa dissonante e attonita, ma ben presente comunità? Ecco le parole che vorrei dirvi: quand’ero nella stiva ho pensato a voi. Mi siete stati cari, prima ancora di incontrarvi. Ho vagheggiato questo momento e vaneggiato intorno alla vostra esistenza consolandomi delle fatiche dei continui e interminabili viaggi, quasi uno solo, inconcludibile e di fine certa. Guardiamoci dunque, poiché siamo di fronte: io sono scimmia e la prensilità delle dita mi porta a interrogarmi su questioni che tanto più profondamente devono aver angustiato voi, dotati di mani e di postura eretta. Che lingua possiamo usare? Che gestualità? Io non ho nulla di personale e originario da dire, come sapete, ma non per questo il problema della parola mi è meno urgente. Sto lavorando per voi, sento di farlo, più ancora che per i morti o gli assenti di altri continenti-idiomi. Una volta, in una conversazione privata resa pubblica, ebbi a dire che ciò che ci accomunava era il lavoro della tessitura e quello, quanto più improbo e indispensabile, della rammendatura del tessuto del senso. Perché sull’esistenza, quantunque coi correnti mezzi difficilmente afferrabile, del senso siamo tutti d’accordo, non è vero? Capisco che potreste non fidarvi di queste mie esternazioni, e non vi biasimerei per questo: il potere e il narcisismo si infilano ovunque, anche nei clonatori e nelle scimmie. Non è forse il desiderio di imitare e mettersi sullo stesso piano del creatore ciò che spinge la scimmia a scimmiottare e il clonatore a clonare? Chi si abbassa, si esalta. Occorre fare molta attenzione alla retorica dell’humilitas, quantunque il grande poeta inglese di origini americane abbia sentenziato che: The only wisdom we can hope to acquire is the wisdom of humility. Humility is endless. Essendo scimmia, non sono in grado di stabilire se questo impulso corrisponda a un istinto innocente, a un clinamen inevitabile che cade fuori dalla morale come quello degli atomi di Epicuro, o se sia invece l’espressione di un’imperdonabile e colpevole hybris… Tuttavia il doppio o triplo problema della lingua, dell’onestà, della credibilità, della direzione e della meta degli sforzi, dell’autenticità e della postura non è reso meno cogente da questa sua duplicità o triplicità. Pertanto volgerò alle conclusioni del discorso, quantunque in esse non vi sia nulla di conclusivo. Le questioni che mi sembrano fondamentali in quanto godono di un carattere di ineludibilità indipendente dai soggetti coinvolti sono: Quale lingua per quale testo, per quale discorso? Quale ritmo? Quale funzione attribuibile o affidabile al ritmo? È il ritmo la nuova-sempiterna struttura portante dell’unità-unicità dell’oggetto? È il – o un – principium individuationis dell’opera? Badate, si tratta di un’ipotesi, questa del ritmo, che, pur non essendo forse stata accolta con la dovuta attenzione, risale ad almeno trent’anni fa. È possibile ritessere o rammendare il tessuto della complessità? Ha davvero senso farlo? È una frontiera dell’umano? E come si opera questa restaurazione – che pare avere le caratteristiche di un’opera perenne come perenne è l’opera della distruzione (siamo in entrambi i casi in presenza di dinamiche oceaniche, di due facce di un’unica dynamis)? Chi è fattivamente coinvolto in un processo di trasformazione come la scrittura, anche se a vario titolo e a vario grado di responsabilità, ha effettivamente (e non per gentile concessione o piaggeria o illuminata accondiscendenza) diritto di parola per quanto riguarda le strategie o le questioni aperte? Cosa deve dimostrare un traduttore per avere a tutti gli effetti diritto di interlocuzione e partecipazione (è inutile nascondersi dietro una foglia di fico, ne converrete anche voi)? E uno scrittore? In base a cosa e da parte di chi sono definite le loro rispettive identità? Ci sono dei problemi che possono essere considerati peculiari di questa congiuntura storico-sociale-linguistica-culturale o i problemi che si trovano ad affrontare gli scrittori, sia IPP che PIP, e gli intellettuali in genere (ma esistono?), sono gli stessi sempre e ovunque? (O almeno una parte di essi…) Non si è parlato dei critici. Altri illustri membri di questa illustrissima Accademia. L’intellettuale esiste? O è l’inerzia linguistica di una figura obsoleta ed estinta? E se esiste, o potrebbe esistere (essere ri-generato), quale potrebbe essere la sua funzione? Lo scrittore e critico (IPP o PIP) ha dei doveri? Chi glieli detta? È primario, nell’individuazione di una figura o di un ruolo, il prodotto o la postura o tutti e due? Quale può essere la centralità dell’oggetto, di questi tempi e di queste vicissitudini? È l’oggetto a sancire l’effettiva esistenza e lo statuto del suo produttore? E chi sancisce lo statuto, se non l’esistenza, dell’oggetto? L’Accademia che scopi ha? A quali experimenta crucis in corpore vili va sottoposto eventualmente l’oggetto? Basta l’intenzione? E l’intenzione cos’è? qual è? Come vedete questa comunicazione somiglia più a un’interrogazione che a una conferenza, ma mi scuserete se non sono in grado di rispondere a dubbi che mi sembra non trovino rappresentazione oltre non trovare risposte soddisfacenti in quanto ci circonda, perlomeno dalla mia prospettiva e situazione idiotica di scimmia… Esiste una tradizione? E, eventualmente o in ogni caso, cos’è? a cosa serve? E in cosa consiste il nuovo? È forse il non-pensato, il non-ancora-agito? Non solo lo spazio sconfinato, ma l’infinito che continuamente si apre tra gli interstizi, il pieno che infinitamente si genera dal proprio vuoto (apparente e) interno? Ci si autochiama a una Aufgabe? O si viene chiamati? E da chi? La koiné è qualcosa di dato o è una sorta di lingua paradisiaca da costruire (lallando) una volta che ci sia seduti intorno al cerchio abitato nel suo centro dal vuoto-di-parole e dalla misteriosa pienezza-d’essere dell’oggetto? Sto solo heideggerando (o benjaminiando), insomma scimmiottando? Su questa domanda, vi saluta con deferenza, la vostra scimmia. Inviato da giuseppe genna , Mercoledì 12 Marzo 2003
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