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Pincio: Disneyland ci ha rotto le palle
![]() Non abbiamo mai fatto mistero di considerare Tommaso Pincio (nella foto a sinistra) il più interessante e innovativo scrittore italiano in circolazione, in un novero ristretto e discutibile di cui fanno parte - per diversissimi motivi - anche Moresco, Evangelisti e Wu Ming (oltre che, acquisizione recente, il Mari di Tutto il ferro della Torre Eiffel). Né abbiamo mai fatto mistero di considerare minimum fax il più interessante e innovativo editore italiano, insieme - per i medesimi motivi - a Fanucci e peQuod. Sarà un'opinione personale e quindi censurabile - però è già un giudizio di valore che tentiamo di fare esistere: fate incontrare Pincio e minimum fax e ne vedrete delle belle. Dal sito di minimum fax (uno dei luoghi di rete in cui si sta facendo il discorso letterario più avanzato) una formidabile lettura di Tommaso Pincio su Burned children of America, l'antologia di mf che, col passare del tempo, si conferma come uno di quei libri che formano una generazione. Anche Società delle Menti ha recensito questa raccolta bruciante di "nuovi" americani (si va da Foster Wallace a Eugenides, da Lethem a Saunders, attraverso 18 indimenticabili esperienze narrative). Però nella lettura dell'autore di Un amore dell'altro mondo c'è non soltanto uno sguardo critico: c'è una mente al lavoro, c'è un discorso complesso (quello dell'assenza di trauma generazionale: noi la pensiamo esattamente all'opposto di Pincio, pensiamo che il trauma della decollettivizzazione sia una cifra storica e gravissima del tempo in cui stiamo crescendo e che col cazzo che non esiste trauma: esiste troppo trauma...) e c'è una chiusa che definire fantastica è riduttivo...Generazione interrotta di Tommaso PincioSe c’è una generazione sulla quale si sono investite fiumane di parole di scarsa o inesistente efficacia, quella generazione è la mia, la vostra, la nostra. Questa generazione qui, insomma. Non che se ne sentisse particolare bisogno, di definizioni più calzanti e meno banali. Ma diciamo la verità: sentirsi parte di una Generazione X non è esattamente il massimo della vita. Kurt Cobain, tanto per non fare un esempio a caso, di questo popolo ne ha fatto parte a pieno titolo e la cosa non sembrava fargli molto piacere. Ancor meno gli faceva piacere esserne diventato il simbolo. Volendo usare un’espressione poco letteraria ma piuttosto precisa, possiamo dire che questa cosa gli dava profondamente al cazzo. È comprensibile. L’idea di essere un’incognita non garba a nessuno. Tanto meno quella di essere il portavoce di un popolo di incognite. Ma che piaccia o no, quanto accaduto è questo. Che ci piaccia o no, è difficile opporsi alla banalità di una generazione confusa e dai confini vaghi. Perché tra le approssimazioni sembra esserci anche questa: il fatto che la Generazione X abbracci un tempo indeterminato e in continua espansione, quasi che da un certo momento in poi la generazione sia sempre la stessa. Una sensazione del genere l’ho provata sfogliando Burned Children of America, saltando da autori come Eugenides e Wallace—non esattamente di primo pelo—ad altri più giovani di quasi dieci anni. Mi si obietterà: "Ma cosa te ne frega a te dell’anagrafica degli scrittori?" E sapete una cosa? Dovrei darvi ragione. Non me ne frega granché, in effetti. Inoltre c’è un’altra cosa che avreste il sacrosanto diritto di obiettare: "Ma chi te l’ha detto, a te, che questa antologia di scrittori americani vada letta come un consuntivo generazionale? Magari ai curatori interessava semplicemente far conoscere al pubblico gli scrittori che amano. Così, senza troppe paranoie". Anche in questo caso dovrei darvi ragione, ma devo ammettere che lo farei a malincuore. Ammetto che se la letteratura fosse una scienza con tanto di prove da laboratorio da sbattervi in faccia, col cavolo che vi darei ragione. Il problema è nel titolo. Come si fa a non pensare a certe cose con un titolo così? Burned Children of America. Volete forse negare che sia un titolo generazionale? Non vorrete mica negare che faccia pensare a una roba del tipo Gioventù Bruciata, anche se quel film si è chiamato così solo da noi, in Italia? C’è poi il racconto che dà il titolo all’antologia. È di David Foster Wallace, manco a farlo apposta. Lo scrittore più rappresentativo, come si dice, di quel certo clima, di quel certo disagio, di quella certa generazione, di quel certo che pare a voi. Perché tanto uno dei valori costanti del nostro tempo è l’abuso di "certo" come sinonimo di indistinto, di vago. Un certo non so che. Dici una certa cosa e tutti sembrano capire, ma mai nessuno che ti spieghi. Scegliere il certo per l’incerto, ripeteva sempre un artista morto qualche anno fa. Ma lasciamo perdere. Per venire al racconto, c’è questo bambino che si è beccato una bella pentola di acqua bollente per via che si ritrova una madre maldestra. Il bambino urla com’è logico faccia un bambino in una simile situazione di merda e così accorre il padre che non è tanto meglio della madre, visto che non riesce a capire dove si è infiltrata l’acqua bollente, vale a dire sotto il pannolino, tra le gambe della disgraziata creatura. Wallace non lo dice espressamente, ma è chiaro che il destino del bambino è ormai segnato, che qualcosa è andato perso per sempre. E tutto perché il bambino ha per genitori due mezzi deficienti, un padre e una madre che non sanno fare il loro mestiere. Si può anche pensare che una storia del genere sia priva di senso, che sia una storia qualunque, emblematica di un bel niente. In parte è vero. Ma leggendo gli altri racconti dell’antologia ci si imbatte spesso in situazioni simili, in storie di persone che nella loro infanzia hanno patito qualcosa. Non si tratta di tremendi traumi psicologici, inaudite molestie o chissà quali violenze, ma di banali incidenti come quello della bambina del racconto di Bradford, che per poco non viene tagliata dalla sega circolare del papà. Certo, da sempre i bambini si fanno male o si sentono minacciati dal mondo adulto di chi dovrebbe proteggerli. Eppure in questi children dell’America, per qualche ragione il trauma non è mai superabile. Anzi, a ben guardare un trauma vero e proprio non c’è o quantomeno non lo si può definire con esattezza. Spesso si tratta di cose impalpabili come l’ossessione del bambino di Lipsyte per l’imprecisato problema del braccio di sua madre. Spesso si ha la sensazione che per qualche minuto della loro infanzia queste persone si siano arrestate e basta, che si siano bloccate come un pupazzo con le pile scariche. In seguito hanno ripreso a crescere, sono diventate adulte o quasi, arrivando a condurre una vita normale—normale secondo i canoni del sistema, ovviamente. Ma i segni di quell’improvviso arresto permangono e a questi adulti è come se mancasse qualcosa. Chissà, forse non è tanto per via dei traumi. Forse la ragione vera sono i centri commerciali, la televisione, il corpo che deve essere sempre perfetto e in salute, l’incapacità di esprimere i sentimenti. Quel genere di spiegazioni del cazzo che si danno oggi. Non lo so. Comunque la sensazione rimane. È un po’ come quel film con Wynona Ryder e Angelina Jolie. È un po’ come se le persone di questi racconti fossero dei bambini interrotti. Quel tono surreale da favola che spesso usano gli scrittori della Generazione, quell’aria indifesa che hanno i loro personaggi, quell’impossibilità di poter incidere in qualche modo sugli eventi, quel senso di nostalgico fatalismo che aleggia su tutto come un effetto serra appartengono a un mondo di persone che sono rimaste bambine. Ma non tanto perché continuano a giocare, quanto perché non hanno mai giocato veramente o hanno giocato troppo o hanno fatto finta di giocare. Vai a sapere. Magari hanno cominciato a parlare artificialmente prima del tempo con una maschera elettronica sul viso, come quella del racconto di Saunders. E mi viene anche da pensare che è proprio per questa ragione se da un certo momento le generazioni si sono dilatate nel tempo, diventando un’unica grande incognita non calcolabile: perché si sono interrotte, come si fa coi programmi televisivi quando mandano la pubblicità. Una risposta a questi inconvenienti non ce l’hanno ancora data. Non ce la danno nemmeno i Burned Children of America. D’altro canto non spetta a loro darcela, perché come dice William Vollmann gli scrittori non risolvono i problemi, si limitano a enunciarli. Il che, credetemi, non è poco. Non è poco, davvero. E poi: pensate veramente ci possa essere qualche soluzione praticabile, per noi bambini interrotti? A me sembra di no, almeno non al momento. O meglio qualche una soluzione ci sarebbe. Basterebbe che riportassero Kurt Cobain in vita, che inventassero una droga che non ci faccia male, che trovino la cura definitiva per l’AIDS. Cose così. Insomma: ridateci il Paese dei Balocchi. Quello vero, però. Che Disneyland ci ha rotto le palle. Inviato da giuseppe genna , Martedì 18 Marzo 2003
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