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Claudio Damiani: Poesie



damiani2.gifClaudio Damiani vive a Roma, ma è nato nel 1957 a San Giovanni Rotondo, da padre toscano dell'isola d'Elba e madre romana. Alla fine degli anni '70 si è ritrovato con altri ventenni romani attorno al laboratorio di poesia organizzato da Elio Pagliarani. Con questi ragazzi, Arnaldo Colasanti, Beppe Salvia, Marco Lodoli, Gino Scartaghiande, Giuliano Goroni, dà vita alla rivista Braci, una delle esperienze più intense della vita letteraria romana degli anni '80, a cui partecipano tra gli altri anche Amelia Rosselli, Carlo Betocchi, Andrea Zanzotto. Per due anni, dall''84 all''86, ha l'occasione di ritirarsi in una casa nella campagna laziale dove scrive le poesie che comporranno la sua prima raccolta, Fraturno, dal nome di un lago nella Sabina e che è il secondo luogo forte del suo itinerario poetico. Fraturno esce come plaquette insieme a un numero di Prato Pagano, altra rivista diretta da Gabriella Sica, per molti versi parallela a Braci, alla quale peraltro Damiani continua a collaborare assiduamente fino all'88. Dopo una parentesi milanese, è di nuovo a Roma, dove pubblica la sua seconda raccolta, La mia casa, con prefazione di Emanuele Trevi. Con La miniera del 1997 Damiani ripubblica le prime due raccolte e aggiunge le poesie scritte tra il '94 e il '95. Nel 2000 Claudio Damiani si è imposto definitvamente come uno dei poeti italiani contemporanei di primo piano con Eroi , edito da Fazi, da cui sono tratti i versi che qui pubblichiamo.

* * *

Quando mi rividero gli alberi piansero.
Non dovete piangere, dissi loro,
possiamo essere indifferenti, continuare a esistere
senza pensare a niente,
posso essere accanto a voi, e guardarvi esistere
senza pensare a quello che è morto.
Posso stare fermo, sotto le vostre fronde
completamente immobile.
Posso guardarvi nella vostra bellezza di visi quieti,
come quando guardo Domitilla, quando la prendo in braccio
e sento la sua guancia tenera accanto alla mia,
sento la sua bellezza intera adiacente a me
di bambina già grande, di ragazza,
di donna anziana, di anima perfettamente intera
che non muore più.

* * *

Quando oggi ho accompagnato Giovanni
alla scuola materna, lui voleva farmi vedere
i giocattoli, voleva dirmi delle cose
che c'erano nella classe, e io vedevo,
mentre li guardavamo, come erano poveri i giocattoli
e come erano sporchi anche,
e poi lui voleva che io lo prendessi in braccio
e guardammo i pesci che avevano appiccicato
sopra dei fogli (e vidi che i pesci
erano delle foglie molto belle di una pianta strana
di cui non so il nome, e sembravano proprio veri)
e guardavo il foglio di Giovanni molto semplice e spoglio
e mi piaceva molto, con solo due pesci
che scendevano giù verso il basso del foglio,
e chiesi a lui quale era il suo, e lui mi indicava
sempre il disegno di qualcun altro.
Io dovevo andare al lavoro, così lo deposi
e lui s'avvicinò a un tavolino dove la maestra tirava fuori
dei puzzle, e lui disse subito: "Io voglio questo!"
(con una prontezza che io non avevo mai avuto).
La maestra glielo diede e lui cominciò a sparpagliarlo
poi tutto solo cominciò a mettere i pezzi,
e stava chino con la testa, e non mi guardava ora,
e io potevo andare, ma mi veniva da piangere
perché pensavo che o lui non sentiva quello che io sentivo,
o se lo sentiva lo nascondeva,
e, sapendo che io dovevo andare via, non alzava il capo
verso di me (che l'avevo chiamato alla vita
e l'avevo messo di fronte a questo strano gioco)
ma rimaneva solo
con il capo leggermente inclinato
intento nel suo gioco.

* * *

Giovanni, tu giustamente dici
meglio stare qui che nel cielo
quando saremo morti
perché qui sei con i tuoi cari,
sai dove sei, anche se non sempre sei contento,
qualche volta sei triste, qualche volta arrabbiato,
invece in cielo non sai con chi sei,
non si capisce bene come e dove si starebbe
e ti fa un po' paura di stare così in alto,
e non si capisce dove si poggerebbero i piedi.
E anche io penso: Giovanni, in cielo, ti rivedrò
o non ti rivedrò?
Ma certo, certamente ci rivedremo,
io ti aspetterò e tu verrai,
e poi staremo lì, anche se non si sa bene in che modo,
anche se non si sa bene, non importa.

* * *

- Ma quando crescerò, tu diventerai piccolo?
- No, diventerò vecchio…
- E poi andrai in cielo?
- Sì, e tu diventerai vecchio.
- No, io non diventerò vecchio.
Ma è vero che dal cielo si può riscendere?
- Beh…forse…Ma non serve, perché in cielo si sta bene…e quando io sarò in cielo, ti aspetterò. Poi verrai anche tu e staremo insieme in cielo. Sei contento?
- … Ma perché non possiamo stare qui?
- Beh…
- Ma che, diamo fastidio a qualcuno?

* * *

Dicono che tu morirai
e che tante e tante angosce ci separeranno.
Ma per quanta terra potrà frammettersi fra noi
tu sempre a me ritornerai,
cercherai la strada di tuo padre
e sempre la ritroverai.
Così adesso io penso a mio padre
la cui vita ho conosciuto poco
essendo nato che lui era vecchio;
dopo tanta incomprensione
ritrovo la sua strada.
Ci sediamo sul ciglio a parlare.
Lui stupisce di me, come mai era stupito,
e da me impara tante cose.

* * *

Ma perché mio figlio voleva uccidere il piccolo insetto
che era apparso sul tavolo mentre mangiavamo,
forse per gioco lo voleva uccidere,
e io cercavo di insegnargli
una cosa che non si può insegnare
se lui non si sentiva come il piccolo insetto,
così come Garibaldi quando era piccolo per gioco
strappò le zampine posteriori di un grillo
poi lo vide zoppicare sul tavolo
e sentì una pena e un rimorso
per quello che aveva fatto
perché a quel grillo nessuno poteva ridare le zampe,
per tutta la vita sentì quella pena,
non gli riuscì mai di togliersi quell'immagine davanti agli occhi
del grillo che zoppicava sul tavolo
e lui non poteva fare niente.

Inviato da giuseppe genna , Lunedì 18 Marzo 2002
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