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Gli eroici furori di Claudio Damiani
![]() Bisogna ribadire che sono i poeti contemporanei che, insieme a coloro che appaiono ma non sono narratori di genere, stanno trascinando la letteratura italiana verso territori che nessun'altra straniera si sogna di toccare? Sì bisogna ribadirlo. E bisogna anche ribadire il perché. Qui ci tocca citare un filosofo e critico che, apparentemente, non rientrerebbe a pieno nel discorso usuale che, sulla letteratura, si fa in Italia. Si tratta di Giorgio Agamben. Da Stanze fino allo scritto in coda a Res Amissa, il postumo di Giorgio Caproni, passando per il coloquio con Gilles Deleuze su Bartleby e Melville, Giorgio Agamben sostiene una tesi insostenibile: la lingua italiana (letteraria prevalentemente, ma non soltanto quella) è entrata in una zona limbica che richiede categorie interpretative appartenenti, se non alla metafisica, certamente all'angelologia. I poeti italiani, in particolare, entrano in una lingua morta o, meglio, non nata: uno spazio che Agamben individua in Walser più che in Kafka, e sicuramente in Melville e Caproni. Si può non concordare totalmente con una tesi simile; certo è che il discorso di Agamben, quando portato alle latitudini di Andrea Zanzotto o, per essere contemporanei a pieno, di Mario Benedetti, di Stefano Dal Bianco o di Antonio Riccardi, appare una categoria interpretativa forte. Da molto tempo manchiamo a un compito: quello di includere, tra gli autori rubricrati nella nostra beneamata Società, il nome di Claudio Damiani (qui le sue poesie e la sua biobibliografia). Lo facciamo con sommo ritardo ora. Perché è Damiani il poeta su cui, forse, la tesi di Agamben meglio funziona.Gli innocenti furori subito apprendi che tutto è vero, ogni cosa che vedi è vera, e svolge la vita nel tempo e è intera. Su questi versi di Claudio Damiani bisogna fermarsi. E' necessario anzitutto per discutere le impressioni che critici prestigiosi come Emanuele Trevi (prefatore de La mia casa), del quale riprende le tesi Roberto Galaverni in questo significativo passo di un suo saggio sulla poesia di Damiani (in Nuovi Argomenti, n.1/2, giugno 1998):"La linea [della poesia di Damiani è quella], in sostanza, che si disegna tenendo insieme le risultanze altissime di Saba, Bertolucci e Penna. E si tratterà di una zona, come risulta dai nomi ora richiamati, dove questa stessa naturalezza, o grazia (come non ricordare quella celeberrima bertolucciana), costituisce un raggiungimento stilistico che contrasta, a volte in modo addirittura perturbante, con le inquietudini e le lacerazioni dei tessuto psicologico (e raggiungimento di assai difficile definizione critica, come se trattenesse qualcosa di tanto più ineffabile e sfuggente, quanto più in esso sembrerebbe levigarsi e redimersi qualcosa come il dolore individuale). A ben guardare, tuttavia, il discorso poetico di Damiani - che trova certo un riferimento sicuro nei nomi dei tre poeti indicati, a cui è possibile aggiungere quello di Caproni e affiancare la poesia cortese e gentilissima di un compagno di strada dei tempi della rivista - "Braci" dico Beppe Salvia - si svolge in modo compiuto a un livello che sembra derivare da un alientamento particolarmente evidente, psicologico, razionale e tematico, ma più ancora stilistico e, in senso lato, tonale, dello splendore di quello spazio quasi miracolosamente discorsivo individuato dai grandi maestri. Rispetto a questi Damiani si muove verso il basso, il suo è sermo humilis, parola-che-si-fa radente ai propri oggetti, ma nel convincimento che, per una sorta di capovolgimento morale e qualitativo, proprio nell'orizzonte tutto terrestre e rugiadoso di un prato fiorito si dia la sola condizione per incontrare qualcosa che soltanto con pudore si può chiamare felicità. Da qui, come nella rétina di un San Francesco a cui sia stata sottratta la possibilità di un rispecchiamento celeste del creato, l'abbassamento e l'esultanza, la semplicità come conforto e come gioia, come integrità e verità delle cose". Secondo noi, le cose non stanno così, anche se sembrano stare così. E' a questo punto che facciamo intervenire Giorgio Agamben e la sua categoria di lingua morta o, meglio, di lingua non-nata. Perché Damiani non è affatto così inerme e francescano come appare. E, insieme a Damiani, non lo sono, in àmbito narrativo, Marco Lodoli e Giulio Mozzi, i principali esponenti di un equivocatissimo "psicologismo" che riscuote i frutti di un duplice destino: o viene esaltato, quale tentativo di un improbabile zen letterario italiano che fa della debolezza la propria forza; o viene criticato per la sua equivocatissima freddezza e artificiosità, che in questa prospettiva appare del tutto ideologica e fuori dal "cerchio ispirazionista" o dall'"incisività sociale", i due totem a loro volta ideologici a cui i critici di questa letteratura dell'inermità tributano il proprio culto. Secondo noi, e lo si dovrebbe indurre in sede rigorosamente critica, anche ma non solamente con lavoro di puntuale filologia, non sono certo i deittivi o i microstraniamenti sintattici, lessicali e ritmici a determinare la supposta inermità di questa letteratura. Claudio Damiani (valga come emblema di questo atteggiamento e poetico e narrativo) ci impone un'apparenza: lavora sulla nostra percezione. Percepire l'innocenza primordiale quale irradiazione primaria della poesia di Damiani equivale a un abbaglio, nel senso letterale del termine: indubitabilmente esiste una luminosità che sprigiona dall'apparente semplicità del dettato poetico; ma certo non è la luce del bene o dell'innocenza. Giorgio Agamben, per accostarsi criticamente a questa grana luminosa, richiama categorie aristoteliche, la più centrale delle quali è enérgheia: compossibilità elevabile a totalità. E' l'ambiguità della potenza come compossibilità totale e come forza: non c'è movimento ancora, ma la radice potenziale è purissima forza. La lingua poetica, per rendere molto rozzo il discorso di Agamben (lo facciamo poiché non siamo in sede critica rigorosa), è l'avvicinamento a una stasi, il tentativo di arrivare a stare in quel limbo in cui le cose ancora non sono ma possono essere. La notazione di lingua morta, quindi, è equivoca: si tratta di una lingua morta perché ancora non è una lingua nata (a questo proposito, Agamben riprende, in maniera ben più profonda e acconcia di quanto fa Cacciari, la polemica di epoca scolastica sulle anime dei bambini nati morti). Non è quindi, a nostro parere, la metafisica innocente dell'innocenza mistica a individuare lo snodo fondamentale che impegna la poesia di Claudio Damiani. E' piuttosto la questione della metafisica stessa, quale antindividuazione dell'individuazione e approdo all'energetica compotenziale, secondo le categorie di Agamben, che ci premette di capire da dove, perché e verso dove viene scritto un verso come "e è intera". Il quale verso dimostra come Damiani non percorra la pista del prelinguistico o dell'extralinguistico: tenta invece la chance dell'ultralinguistico, di ciò che non è linguaggio ma si solidifica in linguaggio. Tenta la lingua degli angeli, non quella dei santi. Che Damiani riesca o meno in questa operazione, ce lo devono dire i critici. La questione, però, è sollevata. Inviato da giuseppe genna , Martedì 18 Marzo 2003
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