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J.T. Leroy: La fine di Harold

leroycover.jpgleroy.jpgNonostante sembri una furbata, questa pubblicazione di un racconto lungo con tanto di testo a fronte per aumentare la fogliazione, La fine di Harold, il nuovo titolo di J.T. Leroy che Fazi (in prima mondiale e nella splendida veste della collana LAIN) manda in questi giorni in libreria, è una chicca imperdibile, una folgore che fa scempio del resto della produzione neoamericana, una delicatissima fiaba che mantiene intatto il nucleo crudele di ogni racconto per bambini.
Anzi, proprio in questa piaga Leroy, personaggio allucinato e allucinante, rigira il proprio coltello acumanitassimo e cromato: l'inversione tra adulto e ragazzino, fino a una totale indistinzione delle gerarchie anagrafiche, esperienziali ed emotive - per costruire un'orizzontalità che risulta devastante per il lettore occidentale, un'orizzontalità strapiena tuttavia di affondi e innalzamenti. Insomma: J.T. Leroy (qui il suo sito italiano) è a nostra detta fisicamente disgustoso, il che non toglie che continuiamo a considerarlo un genio. E questo romanzo breve è bellissimo.
La favola di Harold, uno dei personaggi più disumanamente teneri della storia della letteratura contemporanea, realizza uno dei sogni dello scrittore americano: riuscire a essere un Saint-Exupéry al contrario, imbottito di acidi corrosivi che la società in cui vive secerne per conto terzi. Questo Piccolo principe, nelle mani di un Piccolo Povero, immerso in sostanze chimiche e secrezioni corporee la cui ambigua antipoesia non vorremmo documentare (è una storia, questa, anche di coprofilia, per restare il più possibile nel vago), è l'essere totalmente Innocente, l'Androgino Prestorico caduto sulla terra, lo Sguardo immedicabilmente attonito che si aggira nelle tenebre dell'inaffettività e, in pari, della lenta scoperta dell'amore.
Canto dell'ambiguità: La fine di Harold è la fine dell'animale e l'inizio dell'umano. A differenza dell'ultimo dei suoi mentori, Dave Eggers, e forse più del primo, Dennis Cooper, J.T. Leroy è lo scrittore americano più capace e talentuoso nel mettere in osmosi assolutismo affettivo e relatività del disincanto, umanità e disumanità, bene e male. Esercizio che, per come è messo oggi il mondo occidentale, è rischioso e difficile - e infatti sono in pochi a tentarlo, per non mettersi a contare sulle dita di una mano quanti riescono poi a portarlo a termine con esiti esaltanti. Eppure, nonostante l'insistenza con cui il giovane masochista Leroy si autobnubila attraverso l'erezione di un'icona pubblica che sfiora il tragicomico (il contrario della tecnica di Pynchon ma, a conti fatti, l'equivalente perfetto di questa stessa tecnologia della sparizione), l'autore di Sarah è uno dei pochi che ci riesce: un cortocircuito tra letteratura e realtà, tra verità e finzione, tra feticismo e amore perfettamente conquistato, perfettamente scritto (anche grazie a come viene perfettamente tradotto: da Martina Testa, una garanzia).
Leggete questa favola la cui crudeltà non risiede soltanto nel potere che esprime mentre vi ribalta, ma nel potere che dovrebbe avere - alla lunga, ma siamo certi riuscirà nell'impresa - di ribaltare il nostro mondo.

J.T. Leroy - La fine di Harold - Fazi Editore - 10 euro

Inviato da giuseppe genna , Lunedì 24 Marzo 2003
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