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Christian Raimo: Su questa guerra
![]() Christian Raimo (qui il suo testo Considerazioni banali) ha pubblicato Latte presso minimum fax. Traduce (alla grande) gli scrittori americani. Sarà (alla grande) tra i migliori scrittori italiani di questo decennio. L'intervento che qui pubblichiamo verrà incluso nelle pagine del sito di minimum fax, su cui Raimo sta sviluppando una discussione a più voci interessantissima: dove sono andate le cose.Su questa guerra di Christian Raimo Qualche giorno fa ho sognato una vignetta, come quelle che disegna Vauro, con una manina che sporge tra i cumuli di macerie e che dice: “Basta democrazia!”. Fino ad oggi non sono riuscito a pensare nulla di questa guerra se non quello che è evidente agli occhi, mi viene da dire di tutti, diciamo delle persone pensanti. È una guerra zozza, ingiustificabile, indifendibile, merdosa. Le motivazioni che l’hanno ispirata sono chiare e sempre più manifeste; altrettanto la realtà di un paese e di un popolo, quello irakeno, che non corrisponde in nulla all’idea che ne si è tentato di dare: ora sale agli occhi con uno strazio indicibile. Insomma (e come al solito) l’unica voce a cui mi sembrava fosse giusto dare retta e spazio in questo tempo era quella di un’informazione il più possibile onesta e completa. Del resto i commenti, le voci di protesta, le indignazioni civili in questi casi sono costrette loro malgrado ad assumere un ruolo di strenua ed elementarissima opposizione alla menzogna propagandistica, alla visione di falchi accecati. (tra i lampi di questi giorni di ipertelevisione: Giovanardi immolato come un kamikaze in nome dell’afasia di governo, Tajani che sostiene a più riprese che Hitler e Stalin erano alleati nella seconda guerra mondiale…) Giustamente i balconi con le bandiere della pace non significano un pacifismo idiota e aproblematico, come accusano sprezzanti le voci idiote e aproblematiche dei filobellici, ma dimostrano la presenza di una multivocità di coscienze che arrivano a compiere problematicamente, consapevolmente un gesto semplice e significativo, spesso frutto di un percorso che ha alle spalle anni di riflessioni, di iniziative, di pudori, di scelte. Ugualmente le parole di quel Papa che ha deciso con fermezza questa esposzione: vogliamo dire che la sua è la mera voce di un vecchietto di buon senso, o nella sua ostinazione non vediamo piuttosto una presa di posizione articolata, profonda, intensa in quanto anche personale, assolutamente precisa? Il giorno letale della dichiarazione dell’ultimatum ero stato freddato dalla assoluta minuscolaggine politica di Bush. L’uomo che stava dichiarando una guerra di immani proporzioni, si presentava come un uomo fondamentalmente strafottente, dalle maniere spicce, incapace di una benché minima retorica (slancio, cordoglio, tensione, esaltazione…): si faceva riaggiustare i capelli prima di cominciare il grave discorso, come si è visto in un fuori onda. Ecco, appunto, che non soltanto io tra i vari brividi ne coglievo uno più nitido degli altri: la decisione di Bush (che stava con totale impudenza liquidando l’Onu, per potere mettere insieme la quale – pur lo straccetto che è oggi – quanti milioni di persone sono dovute morire?; che stava rielencando i pretesi casus belli da un elenco che aveva il valore di un ordine del giorno di lavori parlamentari; che nell’acme della paradossalità chiedeva ai bombardati di schierarsi dalla parte del proprio autoannientamento), non si stava insomma facendo scudo di nessuna ideologia: non stava dicendo noi siamo ariani, gli altri inferiori; non stava dicendo qui il liberalismo, lì il comunismo; non stava dicendo qui cristianesimo, lì islam. Il suo sembrava tutt’al più un problema di carattere pratico, e forse non sentiva nemmeno l’urgenza più di appoggiarsi a qualche stampella ideologica. Della serie: ci sono 300mila soldati in Irak, che li faccio tornare a casa? Mi sono incaponito su questa questione dell’ideologia di sopraffazione, di razzismo che fonda questa guerra, paradigmatica come non mai. Si dice, la guerra si combatte per il petrolio e si maschera da guerra di liberazione. Che sia così, è innegabile. Ma la maschera, come è ovvio che sia, non è solo una copertura: ha un valore suo che va indagato. Bush dice di voler esportare la democrazia, dove nella parola “democrazia” c’è sintetizzato tutto il papocchio di ideali patriottici o pseudotali che tiene insieme in mancanza di meglio il suo fomentato elettorato. Come capita in molte guerre questo ha del paradossale: nel momento in cui si vuole esportare la democrazia, si proclama un regime autoritario per sé (il Patrioct Act, lo schiaffo all’Onu, gli sputi sulla diplomazia). È la parabola che chissà quanti hanno messo in evidenza. A me ricordava quella che riconosceva come modello Camus nell’Uomo in rivolta. Dagli ideali democratici al terrore, da Danton a Robespierre: senza scampo. Se Adorno e Horkheimer parlano di dialettica dell’illuminismo, forse non si sbaglia troppo a parlare di “dialettica della democrazia”. Ma nell’ideologia becera (dico così in quanto insipientemente ammantata di una retorica quasi nulla) di Bush e dei suoi compari c’è almeno un elemento in più. Il segnale principale che mostra la sua politica è quello di una nazione paranoica, impaurita, assecondata al delirio del suo cowboy planetario. Di questa “paura nazionale” si è parlato diverse volte. Ma quel che è significativo è capire come questa angoscia diffusa (un trauma collettivo post-11/9 per una nazione che non riesce a trovare gli psicofarmaci ad hoc) e diffusa così capillarmente da diventare una ragione, e quella più determinante, sia al tempo stesso la causa e il risultato dell’ideologia di Bush: che è un tentativo di definire quell’identità, né più né meno, occidentale. Su questa battaglia si gioca chiaramente il destino del mondo, e che in questo senso sia scoppiata una guerra in Iraq ha un che di dolorosamente logico. Se già trenta anni fa Edward Said convinceva molti di noi su quanto fossero fallaci categorie come Oriente e Occidente e come ogni tradizione nel mondo tragga linfa e si riverberi su un’altra, è pur vero che queste categorie hanno avuto una fortuna sempre maggiore negli anni recenti. Io fino a poco tempo fa non ho mai pensato di dirmi occidentale, oggi (qui in Italia, questa fine di marzo) invece non posso con un semplice passo di danza chiamarmi fuori. L’essere occidentale è una definizione che è entrata nell’apparato categoriale delle persone molto più che l’“identità europea”, per dire. In questo contesto mi ritornava alla mente l’analisi di massima che faceva Hobsbawn nel Secolo breve quando scriveva che alla caduta delle macroideologie novecentesche si assisteva al proliferare di battaglie in nome di identità gergali, ristrette: lui nominava la Lega o gli indipendentisti del Quebec, o anche i gay priders. Il principio di autodefinizione si spostava verso un carattere recessivo, l’omosessualità per esempio invece del socialismo, o addirittura immaginario: l’essere padani, per dire. La battaglia ideologica di Bush, nonostante si svolga su grande scala, è dello stesso tipo. È uno scontro di retroguardia, il tentativo di definire e difendere a livello globale un’identità occidentale, che è formulato come uno concetto tra la pseudo-cultura e l’invenzione tout-court. Ragioniamo: io, cittadino italiano ventisettenne, abitante a Roma nel 2003, mi rendo conto che sono una forza e una debolezza del passato, e me ne rendo conto con sempre maggior ragione e coscienza. La mia facies culturale è un sovrapporsi di portati che non chiamerei neanche tradizioni se non per semplificare. E nel sangue e nella pelle e nella lingua ci sono compresenze tali, occulte o manifeste, che arrivare a darne una riduzione è un discorso sprecato. Questo è tanto più vero quanto molti di noi trovano quasi una moda abusata parlare di “contaminazione”, di “multietnico”, di “globalizzato”. La visione di Bush è allora, si spera, una prospettiva destinata a fallire, perché si basa con tutte le sue fondamenta su una logica autominata. Se a) è vero che il discorso politico oggi si fonda sempre di più sulla questione dell’identità (un concetto entrato in politica solo nel secolo scorso); e se b) è vero che ci siamo abituati a definizioni identitarie che si formulano per contrasto reciproco (in mancanza di altre ragioni d’essere), come esempio facile a cmapione quello tra le due Germanie prima del muro; capita oggi che c) il tentativo di Bush di trovare una definizione per antifrasi, contrastiva, sia un disperato e sempre più livido tentativo di rimozione. Se accusa di tradimento la Francia e ribattezza freedom fries le french fries, se tollera come se fossero una combriccola di seminfedeli l’Onu, se chiama a raccolta per questa guerra una serie di paesi senza nessun legame storico se non la contingente sudditanza economica nei confronti degli Stati Uniti, si capisce che bene che la dottrina Bush sarà un delirio propugnato forse fino al suo deflagrante sconfessamento, ma non avrà spazio tra le idee politiche (come del resto mettiamo, l’idea di Padania) se non come sintomo del disagio di un popolo che si sente assediato, che crede che l’Occidente sia un ranch a Dallas, e la democrazia un B-52. Inviato da giuseppe genna , Martedì 1 Aprile 2003
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