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Emanuele Trevi: I cani del nulla

trevicover.jpgRESTARE ALLIEVI PER ESSERE SAPIENTI
Uno sforzo eroico e solitario di cogliere il senso delle cose che ci circondano
di Sandro Veronesi

Proprio quando si comincerebbe a essere degli allievi perfetti si smette di andare a scuola. È davvero strano come sia inadeguato lo schema che dirige la nostra esistenza, nel mondo occidentale. E, a ben pensarci, l' inadeguatezza di questo schema deriva dalla volontà di mantenere un ritmo «naturale» nell' organizzazione di una civiltà che di naturale ormai non ha più nulla. Per stabilire gli orari d' inizio e fine delle nostre attività continuiamo a rispettare la scansione quotidiana descritta dal sole, senza che in quelle attività la luce del sole svolga più alcuna funzione necessaria. Allo stesso modo continuiamo a considerare finito il nostro apprendistato socio-culturale più o meno quando si è completato lo sviluppo fisico, senza che il pieno sviluppo fisico abbia più alcuna relazione con le cose che dobbiamo imparare.
Eppure è così, ed è terribile perché a vent' anni cominciamo inesorabilmente a smettere di imparare: ci ripieghiamo in noi stessi, in un' asinina ripetizione di gesti e abitudini disperatamente semplici, quasi vivessimo in una civiltà semplice e primitiva, mentre invece veniamo ogni giorno bombardati da una quantità pazzesca di nuovi stimoli e informazioni che in questo modo, per lo più, ci appaiono ostili e frustranti. Chiunque riesca a continuare a imparare anche da adulto, chiunque mantenga la mentalità dell' allievo anche quando non va più a scuola, in questo paradosso risulta un sapiente, un iniziato. Ed è proprio ciò che viene da pensare di Emanuele Trevi, leggendo il suo bellissimo libro I cani del nulla (Einaudi-Stile Libero), pervaso com' è in ogni pagina dallo strenuo, solitario, e dunque eroico sforzo di capire le cose che l' autore ha sotto gli occhi tutto il giorno, laddove lo schema sociale cui appartiene gli chiede solamente di accumularle e amministrarle. Trevi è l' allievo; sua moglie è la compagna di banco; la loro cagnetta Gina, con le sue misteriose manifestazioni di dio minore, è la maestra; il tinello di casa, la scuola. E l' abbecedario è una struggente poesia di D' Annunzio appesa al frigorifero, dalla quale si dipana un dedalo di illuminanti connessioni con tutto il piccolo mondo domestico circostante: una canzone su MTV, i medicinali nell' armadietto del bagno, l' amore coniugale, i libri, i dischi, le riviste, i diari del Pontormo, gli uccelletti in gabbia, le videocassette, i sandali, le felpe, le scritte sulle T-shirt, le suonerie dei telefonini. Infinite sono le materie per l' allievo adulto che non si arrende. Quasi mai egli riesce a cogliere il senso che unisce tutte quelle cose alla sua vita - eppure sono lì, già dentro la sua vita -, come non riusciva a coglierlo, al liceo, dell' algebra o del latino e tutto il suo studiare gli pare vano; ma la sensazione di entusiasmante ignoranza che ne deriva è salvifica, perché spiega la sofferenza, altrimenti inspiegabile, che lo accompagna in questo mondo ricchissimo e triste. «Progressivamente» dice Trevi, «da un anno al successivo, sento la mia intelligenza, la mia capacità di apprendimento e interpretazione del mondo circostante, ridursi a zero. Sono il pastore delle mie cose». È così per tutti: siamo solo pastori di cose, le accudiamo senza mai interrogarle; ma quanti hanno il fegato di riconoscerlo? A quarant' anni, per giunta - nel pieno della forza e dei mutui per la casa. Da vecchi sì, alcuni ci riescono, come D' Annunzio, vecchio, appunto, e sfranto, magistralmente immaginato da Trevi «in una mattina già fredda di ottobre, nel 1935, seduto nel suo ridicolo giardino monumentale» mentre annota a lapis sul foglio di guardia di un vecchio libro di viaggi in Cina i versi dedicati agli «inutili suoi cani», e in essi si definisce «uom da nulla». Ma a quarant' anni quasi nessuno ha il coraggio di pensare questo di sé, così sinceramente e radicalmente e laicamente come fa Trevi. E poi, ovviamente, non è vero che tutto questo studiare e connettere e credere di non capire nulla non porti a nulla. Che la fine della capacità di apprendimento degli uomini sia in qualche misteriosa maniera legata al matrimonio, questo Trevi lo capisce, se mette in esergo a uno dei capitoli questa lancinante frase di D.H. Lawrence: «Il suo sviluppo cosciente si era misteriosamente arrestato col matrimonio, interrotto completamente». Sorprenderà, a questo punto, affermare che I cani del nulla è un libro di narrativa. Ma lo è. Tutte le disperate offensive sferrate dalla ragione dell' autore contro le cose che lo circondano sono innescate dal racconto di quelle stesse cose, un racconto dal quale traspare una grande capacità compositiva; che è difficile da raggiungere quando il racconto non è fine a se stesso, ma serve, a cercar di limare «lo spessore dell' inconsapevolezza che s' indurisce di giorno in giorno, senza tregua». E la soluzione che viene data al libro, quel suo sfumare negli appunti di quaderno dai quali proviene, fa tornare in mente il meraviglioso finale di un video di vent' anni fa, Sledgehammer, nel quale Peter Gabriel fugge travestito da costellazione, e finisce per incastrarsi perfettamente nel cielo stellato, e scomparire. A quell' epoca avevo appena finito di essere allievo, ed ero ancora allenato a imparare le cose, e aspettavo la comparsa di quel video alla televisione per commuovermi ogni volta e chiedermi cosa si potesse imparare da quella bellezza, il cui senso mi sfuggiva. Ora, grazie alla tenacia di Emanuele Trevi di rimanere allievo, l' ho capito. Si poteva imparare a finire in modo splendido uno splendido compito in classe.

Emanuele Trevi - I cani del nulla - Einaudi - 8,50 euro

EMANUELE TREVI
Emanuele Trevi, uno dei critici più promettenti della nuova generazione, è nato nel 1964 a Roma, dove vive. Ha tradotto e curato edizioni di classici italiani e francesi: si ricordano testi dedicati a Leopardi, Salgari, autori italiani del Novecento. Fa parte del comitato editoriale della casa editrice Quiritta. Collabora al Manifesto (Alias) e alla trasmissione radiofonica Lucifero di Radio Tre, con una sezione dedicata alla poesia. Il suo libro Istruzioni per l’uso del lupo ha riscosso un notevole successo. All’uscita questo suo librello di sapore "steineriano" (da George, non da Rudolph, ovviamente...) ottenne un successo di critica sulle pagine letterarie dei magazine e dei quotidiani più engagé. Trevi proponeva un'uscita dalla sovrabbondanza e dallo specialismo dei saperi acquisiti e delle discipline critiche, per approdare a una "filologia del cuore", riscoprendo la disarmante impossibilità di avvicinare la letteratura e la vita, nonostante, a volte, nella fitta ombra si aprano radure e "chiari di bosco". La lettura che Trevi suggerisce è priva di pregiudizi, tutta interna alla letteratura e, al tempo stesso, tutta intrisa della vita stessa, della sua volatile ed effimera sostanza. Con Musica Distante, Trevi ritorna a meditare sul sapere. La sua meditazione non ha nulla di intellettualistico. Egli non pensa ai saperi: li pratica. Non struttura un metodo di lettura: legge. Legge le parole che un tempo di caduta ha offuscato. Sono le parole di una storia che opera dall'interno della cultura occidentale, occultamente attive nel cuore della spiritualità più palese: quella cristiana, che ha edificato due millenni di civiltà e di storia umana, passando attraverso i filtri dei paganesimi e delle gnosi dei secoli che ha attraversato, mutando configurazione e prospettiva. Emanuele Trevi è redattore di Nuovi Argomenti. Ha fatto parte della giuria del premio Calvino nel 2001, e del premio Alice 2002.
[dal Festival della letteratura di Mantova]

Inviato da giuseppe genna , Mercoledì 2 Aprile 2003
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