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(27/04/2004 - 15:53)
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Flavio Santi, il Pynchon italiano

santi.jpgConosco le poesie e gli scritti critici e narrativi di Flavio Santi da parecchio tempo. Se mi capita, frequentando amici scrittori, intellettuali, gente dell'ambiente editoriali, di esprimere una profezia sulla letteratura italiana, non ci penso due secondi: il futuro, a mio avviso, si chiama Flavio Santi. Nonostante la giovane età, il poeta e critico e narratore Santi dispone già dei requisiti che, volenti o nolenti, servono per un salto di qualità - direi continentale - che la letteratura del nostro Paese sarà obbligata a compiere negli anni a venire. L'opera di trascinamento della tradizione italiana in una più vasta tradizione europea - una tradizione che non coincide con quanto intendiamo per il momento, beninteso - passa attraverso l'esperienza di un presente allargato a stimolazioni critiche che recuperano e innovano, a saperi che per il momento appaiono bizzarri e invece, domani, risulteranno centrali. Flavio Santi mi appare come la sintesi di questa rinascenza letteraria che è annunciata e incarnata da scrittori tra loro apparentemente distanti, come Pincio, Evangelisti, De Angelis, Wu Ming, Moresco, Riccardi. Autori la cui capacità di incursione nell'allegorico, nell'emblematico, nel mitologico (però inteso non secondo le allucinanti categorie del metafisico) mi sembra un filo rosso da seguire, con passione e rigore.
Capace di entrare in àmbiti critici clamorosamente paralleli e convergenti, dalla poesia dialettale alla narrativa che sembra postmoderna alla critica su Zanzotto all'incursione nell'opera di Quasimodo alla traduzione da testi latini della decadenza o di epoca aurea, Flavio Santi è la personificazione della sprezzatura, un'ape mutina il cui volo incrocia altiforni e altitudini da catena himalayana. santidiario.jpgA 30 anni, questo pluriautore ha in curriculum un numero di testi impressionante, riconosciuti come prodromi di un'esplosione imminente, annunciazione dell'opus optimum che più persone si attendono da lui: per la poesia ha pubblicato Viticci (Stamperia dell’Arancio, 1998, Premio “Sandro Penna”), Spinzeris (in Sesto quaderno italiano di poesia contemporanea, Marcos y Marcos, 1998) e nel 2001 Rimis te sachete (Marsilio); per la narrativa Diario di bordo della rosa (peQuod, 1999); ha tradotto Kenneth Rexroth (Su quale pianeta, Marcos y Marcos, 1999); ha curato diverse pubblicazioni di classici della tarda latinità. Innumerevoli le uscite su periodici di assoluto prestigio, tra cui spicca Nuovi Argomenti.
Da tempo Flavio Santi lavora a un romanzo, di cui ho avuto la fortuna di leggere alcune pagine e di conoscere dall'autore le prospettive, la struttura, le ascendenze. Ne propongo qui un breve capitolo: una cicatrice celestiale, un maelstrom infingardo, un ordigno il cui timer è già in moto e pronto a fare esplodere tutto l'artificio e la concreta deflagrazione che sono inscritti nel dna spirituale di Flavio Santi.

Fosforo
di Flavio Santi

“Semaforo rosso…”
“Eh?”
“No, niente. La aspettavo. Fosforo non è venuto”.
Fosforo era il suo cane, un cirneco dalle orecchie rase di cui gli aveva parlato a lungo quella sera. Come nelle fiabe di Esopo, l’animale sembrava provvisto di raziocinio, meglio di un cuore raziocinante pronto a scoprire i sentimenti degli altri. Ne annusava le variazioni allargando le narici e stringendo il muso. Così si era espresso il racconto della bambina: ma si sa che i bambini hanno lo stesso difetto di certe bestie, un’alterazione della retina che li porta a sconquassi percettivi, gli oggetti che vedono diventano o troppo grandi o troppo piccoli. Boscogrande aveva tutta la giornata libera: aveva deciso che lei sarebbe stata per le prossime ore sua figlia. Per scacciare i cattivi pensieri.
“Il mio nome è Nervetta” gli aveva sussurrato la sera del loro primo incontro, sillabando il nome con fare adulto, inclinando verso sinistra le labbra e socchiudendo gli occhi, mimando le pose di una piccolissima Marylin Monroe di vetro.
Certo, “Nervetta dei baroni Boscogrande”: non poteva scordarselo, detto da lei fissando piedi e pavimento, con una certa pigrizia che stava alla base di tutti i suoi movimenti. Detto? Pensato, più esattamente. E per di più pensato non da lei ma da lui, pensato insieme all’unica cosa che lei aveva veramente pronunciato, quel nome: “Nervetta”. Ma era veramente sua figlia? poteva sperarlo finché aveva fiato nei polmoni e lume nel cervello. Creare dei legami di parentela con degli estranei lo eccitava. Lei aveva degli stivaletti sottilissimi, di cuoio rosso, e delle stecche al posto delle gambe.

“Andiamo?”
“Oh sì, andiamo. Com’è rassicurante la voce di questa donna…”: l’effetto di questo pensiero fu sancito dall’azione della testa che andò su e giù, per almeno due volte in un gesto affermativo. La domanda di Nervetta, che nascondeva tra le pieghe un invito, si addiceva al suo spirito scivoloso già intuito a casa di Tranchedini, uno spirito che si apriva senza riserve al mondo e agli uomini, tutto concentrato nella sua fronte brufolosa, stranamente attraente. I brufoli erano crepe su un piano liscio, piccole sfere e gocce di pus che screziavano il marmo della fronte e al tempo stesso lo insidiavano.
Presero una di quelle stradine dell’infanzia, che compromettono e i bambini le preferiscono, quelle tutte sassose, fatte come loro, non sono mai dritte e si perdono, quasi sprofondassero nella terra.
“Fosforo annusa e se il cuore è cattivo soffia tanto. Con tutto il vento che s’è creato attorno a lui adesso! Non fa che soffiare! Chissà se fosse venuto qui…”.
Di Nervetta non si poteva dire che non era donna, benché avesse l’età che aveva, fra i nove e gli undici anni. Era come un seme che, secondo i termini di quella specie di scienziato russo stalinista di Aristotele, mostra in enérgheia, palese e in atto, ciò che a rigor di logica e natura doveva stare ancora in dynamis, occulto e in potenza. Era una donna chiusa nel cellophane di una bambina. In compenso una lingua avvelenata avrebbe aggiunto tutto il resto: che era invadente, sconsiderata, troppo preziosa o saccente. E se anche tutto questo fosse stato vero, restava un fatto non sradicabile: sapeva parlare con grazia innata ed era a suo agio ovunque, a differenza della madre, una donna arida e nervosa, che metteva paura e congestionava le vene a tutti quelli che le si avvicinavano, compreso il suo attuale amante (il quale, però, si diceva, veniva pagato da lei per fare tutto quello che le faceva). Ma questo si sa: nelle famiglie il male difficilmente si accompagna da padre a figlio o da madre a figlia, ma arriva a una sola di queste due generazioni, per una specie di regola di riempimento e svuotamento che assicura la giusta dose di orrore al mondo.

“Poi Fosforo è un vero amico. C’è chi dice che somiglia a Lajka, la cagnetta dello Sputnik…”.
Una pausa per valutare il da farsi. L’ultima frase segnò una frattura che Boscogrande non riuscì a cicatrizzare.
“Non so se devo.” Un’altra pausa. Sul momento non si capì se era più lunga dell’altra. “…pensate… mi ha salvata…”. Pausa. Maledetta pausa. Un’altra. Come a non voler mai finire…
I denti di Nervetta spuntavano incurvati a dorso di collina. Denti bianchissimi.
Suscitavano in chi li vedeva lo stesso effetto di una neve che raggiunge un suolo mai toccato prima (cosa rara in Sicilia).
“…dal diavolo”.
Le labbra si inarcarono leggermente di traverso a mostrare la polpa del risvolto interno. Quindi, non solo sapeva parlare, e con molta grazia, ma si inventava storie per allungare con l’acqua della finzione il brodo del poco amore avuto in casa. E questa stessa finzione la portava poi fra le braccia dei maschi. Anche di questo avevano parlato il marchese di Regalmici, il giudice Artale della Gran Corte Civile e il notabile Minnisi, e per questo non avevano smesso di affilare gli occhi su di lei. Sperando e insieme disprezzando. Ma in lei non c’era quel trasporto che credevano, e dopo aver passato tutta la serata a fissarla da diverse distanze, conclusero che doveva essere cieca, lo si capiva dalla pupilla smunta e da come puntava le mani sui braccioli per paura del vuoto attorno, “Sì, puttana orba” disse infine il marchese.

Poi Nervetta precisò: “Tanto per voi cosa cambia? niente e allora? Oggi io speravo più che altro in una partita a scacchi”. Fu come parlassero solo i denti e non lei in quel corpo così levigato da sembrare vetroresina. Gli scacchi? forse era soltanto un’immagine per dire qualcos’altro.
“No, no, ditemi, abbiamo tutta la giornata davanti, una lunga scalinata e noi siamo sui primi scalini, ancora. Gli scacchi arriveranno, lo prometto”. Sapeva che trattandola come una dama e usando immagini di “poesia” poteva farle simpatia (“… la poesia straccia le vesti e la carne…” gli rimbombò, come anticipazione della sua emicrania): che fosse una simpatia colpevole, ah, ça va sans le dire, ma era anche una sua legittima aspirazione. E un’altra legittima aspirazione era farle passare una giornata indimenticabile, come il padre con la figlia: così le aveva promesso quella sera da Tranchedini. Oh ça va sans le dire… Mai però avrebbe immaginato che per diavolo lei intendesse…

La stradina sembrava una fessura del terreno. Appena accennata. Costeggiata a destra e a sinistra da spighe alte e bruciate. Loro due camminavano in bilico su questa fessura, con qualche disagio, soprattutto per le scarpe di Nervetta che di tanto in tanto scivolavano o si incastravano. Chi li avesse visti da lontano senza conoscerli, avrebbe detto che si trattava di due storpi, padre e figlia, in viaggio alla ricerca di un nuovo paese misericordioso.
Boscogrande dovette insistere ancora per farla parlare. Dopo l’immagine della scalinata e il sorriso lieve di lei, era tornato il silenzio. Un silenzio particolare però: non il vuoto dei suoni, ma il picco dell’attesa, come il silenzio prima della battaglia. Quando Boscogrande capì che la ragazzina taceva, capì anche qual era la parte sostenuta da lei, così in uso nei salotti, sempre più scenari di recite scettiche e insulse: tacere per umiliare, per far sentire agli altri come pesi la mancanza della propria parola.
Poi all’improvviso: “Sembrava una febbre, se ne occupò la mia balia Catena perché mamma… non poteva, era sempre con mio padre, prima quello morto, poi con quello vivo che avete visto anche voi. Io stavo male ma anche bene poi, a volte, bene e male, e quando stavo male mi sentivo delle manine dentro che frugavano e graffiavano, come tanti piccoli nani dentro di me e così via. Allora la balia Catena mi dava i baci, che i nani e le loro mani andassero via, e loro veramente andavano via. Poi mi metteva in mano una croce, me la faceva stringere forte che le unghie davano fuori a volte il sangue da dire poi insieme tante preghiere. Che cominciavano così: “Sangue nostro che sei nei cieli…”. No, queste erano le preghiere di un altro. Tutte non me le ricordo. Poi dentro però sentivo una vociuzza che mi diceva: Sputa! e io sputavo. Mi diceva: di’ Porca e io dicevo Porca. Mi diceva: I denti e io facevo vedere i denti. Mi diceva: Puzza e io, sì, perché vedevo Catena offesa. Ma anche io non volevo, avete capito, subito lì nel letto, non volevo”.
Boscogrande era stupito di come la bambina mostrasse una voglia di fingere quasi fanatica nell’estendere a verità disarmanti e risapute i particolari e i dettagli che raccontava, con aria a tratti petulante. Il demonio: ma cosa ne poteva sapere lei? Eppure adesso non aveva molto tempo per lei: certo, all’inizio si era dato una giornata intera, come aveva detto alla stessa Nervetta quando si erano salutati poco fa, ma ora si accorgeva che un’ansia montava in groppa alle parole che lei pronunciava, come per tenerle a bada, a terra. Questo significava che tutto era destinato a durare meno del previsto. Per di più una forte emicrania si stava impadronendo della sua testa.
“Se vi dico che un giorno ho sputato un topino, un topino appena nato, ancora con la pellicola della placenta? intanto le croci mi davano nausea e scottavano se me le mettevano in mano. Erano venuti anche molti preti a vedermi. Una di quelle notti allora ho sognato un asino peloso che scendeva da un monte, con un pelo lunghissimo che non finiva mai e nasceva dalla punta del monte e lui scendeva giù dal monte e non finiva mai il pelo, e lui soffiava anche molto vapore dal naso e mi diceva che ci saremmo sposati. Io non ero molto contenta, ma mia madre era d’accordo con lui, anzi ne era lusingata. Non l’avevo mai vista così contenta per me. Io invece no che ero schifata, ma neanche contenta. Aspettavo. Aspettavo che l’asino peloso e la mamma si mettessero d’accordo”.
Il sole si posava sui seni appena formati, esaltandone l’acerbità e dandogli vita a sé, tracciando due corone intorno.
“Questo e nient’altro, tomba alle tue parole, questo e nient’altro” si disse Federigo e si guardò bene dal soffiarlo a voce alta. Il come e il perché di quell’incontro non se li ricordava: c’era stato quello scambio di parole a casa di Tranchedini, ma tutto doveva fermarsi lì, a quella sera, a quelle parole. “Quella sera, quelle parole, voi non sapete, gli eventi ci hanno travolto” concluse Nervetta, cambiando improvvisamente discorso. Lui, per un attimo, fu come perso in mare, si sentì i denti grossi e salati. Lei forse l’aveva capito? Ma come poteva, lui non aveva parlato. Non vedeva l’ora di finire il sentiero. O forse era successo che il racconto sul demonio cominciava a fondersi con le sue sensazioni. Che fosse colpa del trapano sulla sua testa? … un colpo secco, caldo…

Intanto la stradina dell’infanzia era veramente finita. Adesso sbucava in uno spazio arido e davanti a quasi cento passi si vedeva una specie di locanda.
Il racconto iniziato in quella stradina che si districava fra i campi di graminacee finì nella locanda poco lontana, al primo piano, dopo aver preso un pasto veloce di olive e pane, in una stanzina di legno.
Fortissima emicrania in Federigo.
“Una volta messi d’accordo l’asino e mamma cosa accadde?” le aveva già chiesto mentre si mangiava e lei come risposta aveva estratto la lingua, attaccandogli addosso due occhi di fuoco. Era stato proprio un attimo. Ma in quell’attimo nella sua testa ferita dall’emicrania lingua e fuoco si erano mischiati in un manto rosso e nero, una specie di tappeto o addirittura serpente, umido e ronzante. Ma forse nel ronzio c’entravano le cicale, che premevano da fuori, non riusciva a capire bene. Aveva smesso di parlare.
Si sentiva in testa una piastra di marmo e il marmo aspettava di essere inciso con qualche importante sentenza. Aveva i testicoli e il ventre pesanti. Il senso di un’epilessia prossima ad arrivare. “Non ne posso più, ma com’è possibile? ho lasciato andare avanti le mie carrozze, in mezzo ai briganti, le mie carrozze in avanti per avere in cambio cosa? Lingue e tappeti, olive e pane, la speranza di una coscia, forse. Ma è questo che pensa un padre della figlia?”
È che le bambine (e Nervetta, in fondo, lo era, no?) in verità non esistono, sono dei giocattoli meccanici, fatti di capelli di stoppa, di visi di cera, di giunture di fil di ferro, di nodi, incastri e altre sventure simili. Centinaia di migliaia di bambole diffuse nei secoli dei secoli da una famiglia di costruttori che si tramanda la scienza di generazione in generazione. Anche Nervetta era una bambola, una poupée mécanique come dicevano i francesi, predisposta alla compagnia dei maschi, fatta come si doveva, non c’erano dubbi, con tutte le molle ben oliate e avvitate.
Se Nervetta avesse potuto immaginare nella sua testa di bambola che proprio la testa, in cui adesso fabbricava i suoi stupidi pensieri, proprio quella avrebbero ritrovato, staccata dal corpo e irriconoscibile per le fiamme e le bruciature, allora se avesse potuto immaginare tutto questo, non avrebbe rifiutato quella fine, anzi ne sarebbe stata orgogliosa, soltanto avrebbe misurato meglio le sue ultime ore, come ci si prova un vestito finché non cade in modo soddisfacente. Invece, non sapendo, se ne stette lì inebetita e inacidita come latte di capra, a tirare avanti e indietro la lingua. Perché non parlava più? di certo non poteva aver capito; a meno che… a meno che non leggesse nel pensiero, cosa tanto improbabile quanto la sua possessione demoniaca. Però quella lingua stesa fuori era pallida e preoccupante… lingue simili si dice che possono uscire dalle fessure della terra, nei pleniluni e in particolari periodi orbitali. Queste lingue poi frullano verso l’alto e non si sa di preciso a chi appartengono: spiriti di trapassati, amanti infelici, mostri dei boschi o dei vapori.
“La lingua del diavolo, del vero diavolo, ecco cosa accadde: accadde che la sentii sulla pelle, mentre ero lì a sognare l’asino e la mamma… Semaforo rosso… semaforo rosso…” sospirò, alzando a vette cristalline la sua voce. Poi successe cosa non riferibile a nessuno, tanto meno a te lettore. Cosa magica e insieme diabolica, che gli occhi di Federigo videro credendo e non credendo.
La lingua cominciò ad allungarsi.
Pezzo dopo pezzo.
Tutto era così dubbio e ridicolo, ma anche ovvio, in un certo senso: la faccia della bambina bloccata in uno sforzo tellurico, la bocca inclinata a sinistra, quel pezzo rosso e nero che andava srotolandosi, frusciando, cigolando clinc clinc. La lingua avanzava dritta. Tesa. Tesissima. Come una spina. Di più. Come un cavo elettrico. Di più. Come una lama. Di più, di più, al di là del puro nominabile, al di là di tutti gli oggetti tesi, tesissimi, contenuti nel mondo. Fin dove potè la lingua avanzò. A mente fredda due sarebbero state le ipotesi: fenomeno diabolico in corpo umano o invenzione meccanica in corpo di bambola.

Incatenato in questo sogno di bambola o di diavola, Federigo si alzò di scatto. Cercò la finestra della stanza. Nevicava. Ad agosto. Fiocchi grossi come pezzi di carne, scendevano veloci come rivoli di sangue. Giù a ingombrare la terra, fino al sottosuolo, fino all’inferno.

Inviato da giuseppe genna , Venerdì 11 Aprile 2003
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