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Rovatti: Guardare ascoltando
di Nicola Gaiarin
Sono anni che Pier Aldo Rovatti sforna libri inafferrabili che raccontano lo sforzo di chi cerca di mantenere la filosofia sui binari del senso pur contaminandola con qualcosa che la eccede (il non senso, il paradosso, il doppio vincolo), in una sorta di lunghissimo deragliamento controllato. Chi ha avuto la fortuna di seguire qualche sua lezione di solito oscilla tra due stati d'animo. Il primo è la sensazione di aver assistito a una cosa molto rara, cioè alla messa in scena di un pensiero nel suo nascere, con tonalità a metà tra l’ermetico (e sotto il segno di Hermes si incontrano come sempre la genialità e la truffa) e il seduttivo (per cui, per un transfert intellettuale, di Rovatti invariabilmente ci si innamora, salvo poi maledire l’innamoramento quando il paradossale mâitre si ritrae, di nuovo inafferrabile, proprio quando si credeva di averlo bloccato in un angolo). L’altra impressione è quella di un ineliminabile fastidio, che nasce dalla constatazione che Rovatti non vuole scrivere come parla.Troppo levigati i suoi libri, quando le lezioni sono un tagliente theatrum philosophicum in cui Brecht riafferma la sua necessità accanto a un passo di Lacan, oppure in cui Merleau-Ponty ricostruisce una genealogia sotterranea con l’ultimo Deleuze. Troppo controllata la scrittura, quando le lezioni sono piene di rumori di fondo e di distorsioni creative.
Almeno una volta, in ogni caso, Rovatti è riuscito a scrivere qualcosa di molto simile ad un testo necessario, vale a dire alla perfetta combinazione di paradosso e sistema, ed è stato proprio con questo libro. Già uscito nel 1988 per Marietti con il titolo Il Declino della luce, questo Guardare ascoltando, ripubblicato adesso da Bompiani, è un libro a suo modo definitivo, che permette al lettore di entrare negli ingranaggi di un pensiero che dell’aporia e del paradosso (e quindi dell’impossibilità della definizione) ha fatto il proprio marchio di fabbrica. Il viaggio di Guardare ascoltando è la discesa in un mondo in cui la filosofia sceglie di ricominciare ogni volta da una combinazione di immagine e parola, e perciò da una metafora. Il percorso potrebbe sembrare quello classico che va da Heidegger a Derrida passando per Nietzsche e Hans Blumemberg (anche se poi mette fuori la testa Bergson, e questo nome è molto meno ovvio). Ma l’esplorazione del rapporto tra filosofia e metafora è in realtà un viaggio attraverso l’idea di luogo, perché la domanda che risuona sul fondo del libro riguarda la topologia di un pensiero che vede i suoi confini dilatarsi e richiudersi in una continua lotta con l’esterno. E il pensiero si mette in scena attraverso una galleria di quadri filosofici, una collezione di emblemi che condensano il dire e il mostrare, il descrivere e il trascrivere, suggerendo che se qualcosa avviene, si insinua tra pieghe di un testo, nell’interstizio tra quello che si vuole dire e quello che continua a mostrarsi tra la parola e l’immagine. Perciò questo libro è in fondo una ekphrasis, un prova di scrittura che si consuma nella descrizione di quello che si mostra sotto forma di immagine. Ma naturalmente si tratta di un'ekphrasis paradossale, borgesiana, nella quale in fondo a contare è l’opacità di quella che con Derrida si potrebbe chiamare la luce nera, il buco del non senso rispetto al quale è poi la luce bianca del cogito cartesiano a prendere forma. In questa strana pittura di pensiero, in cui la luce declinando lascia spazio ad una forma altrettanto paradossale di ascolto, Rovatti lancia una sfida al pensiero paranoico che vuole dire sempre tutto e ci mostra i vantaggi strategici di uno sguardo che attenua la luce diretta, privilegiando gli interstizi, gli spazi paradossali, l’oscillazione tra dire e non dire, il gioco dei margini. All’immagine di un pensiero che si vuole circoscritto e definitivo, Rovatti oppone la mossa del trickster, il briccone junghiano che ruba l’immagine e lascia sul muro della galleria uno spazio bianco, aperto alla parola. E su questo spazio bianco rimane a fluttuare un concetto, per un attimo, prima di cadere nel vuoto e di sbriciolarsi come in un cartoon di Tex Avery. In fondo, quello che Guardare ascoltando ci dice è che solo attraverso un’attenuazione della luce diretta qualcosa dell’ordine del dire, della parola, può farsi strada nello spazio tra scrittura e pensiero. Come dire che il proprio della filosofia è sempre dell’ordine dell’espropriazione, dello sconfinamento e dello spaesamento. Una lezione che Rovatti condivide con i suoi autori di riferimento, Lacan e Derrida su tutti. Perciò, vorrei invitare a prendere questo libro dalla fine, dalle note, dai riferimenti sotterranei, evitando il rischio di fissare un’idea, e scegliendo piuttosto di smontarlo e rimontarlo in modo seriale (un po’ come con Deleuze). Oppure di seguire la mise en abîme dei rimandi testuali che proiettano sempre un altro testo possibile accanto a quello reale. Un’arte del virtuale raggiunta servendosi di mezzi non tecnologici, attraverso sottrazioni e aggiunte, amputazioni e innesti testuali, incroci sinestesici, cambi di ritmo, in una specie di continuazione della filosofia con altri mezzi che da sempre rappresenta il tratto, la curvatura inconfondibile dello spazio di pensiero di Pier Aldo Rovatti. Pier Aldo Rovatti – Guardare ascoltando - Bompiani - - 14.00 € Inviato da giuseppe genna , Lunedì 5 Maggio 2003
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