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Su Mario Luzi e Aldo Nove
DUE VOLTE VENT’ANNI
I versi giovanili di Mario Luzi e di Aldo Nove di Alessandro Zaccuri «O lapide pettegola della Verità / come sei pesante, / ordinata, imbellettata, / come una poesia di / Mario Luzi, come da / millenni uccidi per passare / il tuo non tempo, tu che splendi / e spendi / vite nel tuo nome /atletico» . Così, annunciato dalla frammentazione ironica e polemica dell’enjambement, il nome di uno dei massimi autori del nostro Novecento poetico faceva la sua comparsa nei versi di un autore poco più che ventenne. Era il 1989, la raccolta si intitolava Tornando nel tuo sangue e portava la firma, soltanto in parte elusiva, di Antonello Satta Centanin. Più che uno pseudonimo, un certificato anagrafico messo in bella copia: quello di Antonio Centanin (Satta è il cognome della madre), nato a Varese nel 1967 e in seguito affermatosi come narratore con il nom de plume – più drastico – di Aldo Nove. E sono proprio queste le generalità che l’ex Antonello Satta Centanin esibisce oggi per riproporre le sue «poesie 1984-1996». Il titolo, questa volta, è Fuoco su Babilonia!, un’apparente citazione biblica che nasconde in realtà il richiamo a un fortunato album di Sinéad O’Connor: Fire on Babylon, appunto. Siamo nei territori della ricerca, non c’è dubbio. Non potremmo essere più lontani dalla tradizione.![]() O, almeno, così sembra. Perché se davvero fosse possibile operare una distinzione tanto netta e serena, non ci sarebbe bisogno di richiamare in questo contesto l’esperienza di Aldo Nove. Né, del resto, lo stesso Nove avrebbe sentito la necessità di prendere a modello, sia pure negativo, il dettato lirico di Mario Luzi. Il quale, per una felice bizzarria editoriale, proprio mentre in libreria faceva la sua comparsa Fuoco su Babilonia! è tornato a presentarsi nelle vesti del tutto inattese di “poeta di vent’anni” grazie alla pubblicazione di una trentina di Poesie ritrovate. Si tratta di testi – dimenticati dallo stesso autore e fortunosamente ricomparsi presso un antiquario fiorentino – relativi al periodo di composizione de La barca, la raccolta che nel 1935 segnò l’esordio di un Luzi a sua volta poco più che ventenne (il poeta, com’è noto, è nato a Firenze nel 1914). Versi degli anni 1933-1935, dunque, che ci forniscono l’occasione – troppo allettante per essere trascurata – di un confronto sincronico fra il “giovane Luzi” e il “giovane Nove”. Ventenni tutti e due, anche se separati da mezzo secolo abbondante di storia civile e letteraria. Ma rimessi in gioco uno a fianco dell’altro, con il cronometro azzerato da una coincidenza forse più rivelatrice che fortuita.Che i due libri siano diversi tra di loro è fuori discussione. Ma è proprio la mancanza di analogie apparenti a sollecitare la ricerca di una trama di affinità più profonde, quelle in base alle quali, almeno all’esordio, i poeti si assomigliano un po’ tutti. La tradizione, tanto per cominciare. Nella prospettiva di oggi non c’è dubbio che le Poesie ritrovate di Luzi appartengano a pieno titolo a quello che potremmo definire il mainstream del Novecento italiano. Vogliamo parlare, tanto per intenderci, di ermetismo? Bene, facciamolo, ma ricordando che questa stessa definizione sottintende in realtà una frattura – meglio ancora: una volontà di frattura – con la tradizione che immediatamente la precede. Basta osservare il rapporto, tutt’altro che risolto, che Luzi (il giovane Luzi) intrattiene con la metrica. La diffusa, quasi naturale propensione all’endecasillabo rifiuta di strutturarsi in forma chiusa, l’assonanza è preferita alla rima, del sonetto sopravvive soltanto la misura germinale della quartina, ripetuta però in una successione di versi liberi che contraddice, nelle intenzioni, qualsiasi posa bellettristica. Il tutto al servizio di una visionarietà a tratti sconcertante, come dimostra per esempio l’attacco de “Le mamme”: «Le mamme conducono l’aurora / Nelle stanze ove i bimbi hanno sognato / Di non essere più i loro figli / Ma pesci, ma libere onde di fiume» . Tentiamo un’altra campionatura, su tema analogo: «Parole uguali a pietre / scagliammo, cieco // Epilogo, lunare // Deserto. // Madre» . La voce, questa volta, non è di Luzi, ma di Nove (il giovane Nove) e proviene da “Tornando nel tuo sangue”, la sequenza che fornisce il titolo alla già ricordata raccolta del 1989. Sì, lo stesso libro che contiene lo spavaldo attacco alla «poesia di / Mario Luzi», ma che in diverse pagine fa ricorso a una scrittura frammentaria e disaggregata che non può non apparire debitrice del lavoro di scarnificazione verbale compiuto dall’ermetismo. Il rapporto fra ricerca e tradizione (e “Tradizione”, non a caso, è il titolo di un’altra poesia di Tornando nel tuo sangue, nella quale orficamente si celebra «l’ombra della prima dizione» ) diventa ancora più contraddittorio ed emblematico nella successiva produzione di Nove, in particolare in quella che è ora la sezione “Santi, Pornostar &” di Fuoco su Babilonia!. Qui il compiaciuto ritorno alla forma chiusa è programmaticamente applicato a una materia vile, quasi ad accentuare l’esibizione di una consapevolezza formale ormai percepita come del tutto gratuita, se non addirittura inutile. L’esempio più evidente è fornito da “The New Burghy Adventures”, una surreale elegia del fast food che si fregia dell’ambiguo emblema di «Classic Italian Poetry»: «To’ questo Cheese, onor di primavera, / ponilo sul tuo vassoio, donna mia. / Prendi il Bacon, s’approssima la sera. / Scendi di sotto, afferra anche la mia / Coca. Io t’amo. La ketchup dov’era? / Sul mio vassoio? Vieni qui vicino, / ancora lungo è per noi il cammino…» . Il recupero della cantabilità metastasiana sembra riallacciarsi, almeno in apparenza, a un’altra esperienza-chiave del nostro Novecento, quella di Giorgio Caproni, ma l’orizzonte della composizione è volutamente più basso, degradato. È, ripetiamolo, la percezione di una sostanziale inutilità della tradizione letteraria rispetto al contesto sociale in cui il poeta agisce. Proprio qui, in definitiva, sta la vera differenza tra il Luzi del 1935 e il suo (quasi) coetaneo del 1989: nella convinzione che la letteratura goda ancora di un prestigio implicito, nella certezza che essere poeta possa significare qualcosa. Per il resto, fatte le debite proporzioni, Fuoco su Babilonia! e Poesie ritrovate rivelano una consonanza tematica che in alcuni passaggi sfiora l’identità. Luzi (il giovane Luzi) dedica un imbarazzato, ma a suo modo struggente elogio alle “Maddalene” chiuse nella case di piacere, scrivendo tra l’altro: «Da quel profondo pallore / s’è disciolto l’ardore / fremebondo di fendere il sole, / spenta la carezza d’un forte, // la tempra delle parole sue in cielo» . Per Nove (il giovane Nove) la scoperta della sessualità può invece essere descritta in modo meno ellittico, ma non per questo meno intenso, come dimostra per esempio “Classic & Television”, beffarda dichiarazione d’amore rivolta alle «ragazze di Non è la Rai (Tra quelle / scelgo le più famose, a me più care)» . Ma anche qui, in ultima analisi, non siamo troppo lontani dal Luzi che nella paradigmatica “Vent’anni” sogna «di andare con una fanciulla / Senza seni lungo l’Arno rosa» . Allo stesso modo, entrambi i ventenni – quello degli anni Trenta e il suo allergico gemello degli anni Ottanta – avvertono il fascino esercitato dalle attrici del cinema. Luzi si accontenta di trascrivere nel titolo di una sua poesia il nome “divino” di “Joan Crawford”, alla quale affida tuttavia un sorprendente ruolo salvifico: «Luce e danza come ali di vespe / su dai campi e dai mari viola / nel cielo a far aurora / muovete e in noi la dura certezza / che la bontà è nel fondo / di tutto il male del mondo» . Nel sovrabbondante “Poema dell’adolescenza” Nove ricorre a una convocazione più diretta, ma connotata anch’essa da un’arcana sapienza: «Similmente pensavo a molte attrici. // Sophie Marceau tra tutte mi colpiva, / protagonista del tempo mia visto / delle mele […]. // Ma anche Clio Goldsmith ne La cicala / di A. Lattuada mi tornava in mente / nel mattino che attorno rantolava / arbitrario come il flusso di gente / che sotto i miei occhi si formava / sfacendosi in rigagnoli di niente, / immagine e volti che in un secondo / dicevano e tacevano del mondo» . Un mondo che, anche in questo caso, può essere interpretato e forse perfino salvato dalla presenza numinosa della bellezza cinematografica Ma il paragone decisivo, che segna una volta per tutte la vicinanza e l’inconciliabilità fra l’esperienza di Luzi (il giovane Luzi) e Nove (il giovane Nove), sta nelle rispettive dichiarazioni di poetica. Tradizione e ricerca, a questo punto, non sono più categorie alle quali sia possibile fare appello. Pur avendo seguito percorsi diversi (ma avendo letto, in sostanza, gli stessi libri), questi due poeti di vent’anni si ritrovano in quella che si sarebbe tentati di definire, con il Goethe del Faust, la regione delle Madri. Ancora ottimista Luzi, che nei versi di “Alla poesia” esalta il potere di una parola letteraria in virtù della quale «le madri co’ ventri accesi d’amore / riconcepiscono i figli sepolti, / gaie e sorprese / muovono le laboriose mani spente / cantano con le grandi voci riemerse / le profonde canzoni dell’infanzia» . Ormai pessimista Nove, che si rassegna alla trappola concettuale nascosta nella lingua materna: «In certo idioma / lombardo “parola” vuol dire / insulto […]» . Offensiva e minoritaria, fuori posto nonostante il legame saldo con la tradizione da cui deriva e condannata, per questo, a una continua, interminabile ricerca: è la poesia come può apparire oggi a un ex poeta di vent’anni. Villasanta, 10 maggio 2003 Inviato da giuseppe genna , Mercoledì 7 Maggio 2003
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