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Carlo Betocchi

betocchi.jpgdi Giuseppe Cornacchia

Ciò che rende grande Carlo Betocchi (1899-1986) è soprattutto lo spessore umano dei suoi testi. È un maestro di vita che scrive versi e conquista l’ammirazione di Mario Luzi, di Carlo Bo e di altri intellettuali della Toscana dei primi anni Venti e Trenta. Da un modo "accademico" di vedere e fare poesia è lontano; si diploma perito agrimensore, lavora nel campo dell’edilizia e, in ambito culturale, si distingue essenzialmente per la fondazione e l’intensa collaborazione a "Il Frontespizio", rivista cattolico ermetica fiorentina del periodo.
La raccolta giovanile Realtà vince il sogno ha un fondo ideologico cattolico rurale, è scabra e figurativa, di gusto popolareggiante per ritmi e rime. Alcuni critici l’hanno intesa, fin dal titolo, contrapposta al coevo ermetismo alla Luzi. In realtà Betocchi afferma la semplicità delle cose e parla con il cuore, con tecnica spesso approssimativa.


Dell’ombra (da Realtà vince il sogno)

Un giorno di primavera
vidi l’ombra di un’albatrella
addormentata sulla brughiera
come una timida agnella.

Era lontano il suo cuore
e stava sospeso nel cielo;
nel mezzo del raggiante sole
bruno, dentro un bruno velo.

Ella si godeva il vento;
solitaria si rimuoveva
per far quell’albero contento
di fiammelle, qua e là, ardeva.

Non aveva fretta o pena;
altro che di sentir mattino,
poi il suo meriggio, poi la sera
con il suo fioco camino.

Fra tante ombre che vanno
continuamente, all’ombra eterna,
e copron la terra d’inganno
adoravo quest’ombra ferma.

Così, talvolta, tra noi
scende questa mite apparenza,
che giace, e sembra che si annoi
nell’erba e nella pazienza.


betocchicover.jpgCarlo Bo lo descrive così: "Egli canta cose umili ma che costituiscono il tessuto reale della sua esistenza: la povertà, la natura, la luce, i tetti delle case, il suono delle campane, l’amore, la colpa intesa come peccato, e soprattutto quella straordinaria fiducia nell’uomo e nel Dio della sua fede che ne fanno un testimonio di verità e mai un testimonio d’accusa". E Mario Luzi parla di lui come di un uccellino ferito, ricordando come la vita avesse messo a dura prova, negli anni a seguire, la sua forte fede, fino a farla tremare.

Tetti toscani, raccolta dei primi anni Cinquanta, acuisce il complesso di Betocchi nei riguardi del fare "moderno" da cui è per indole e formazione lontano. Ecco quindi esercizi manierati di sfoggio tecnico.

D’estate (da Tetti toscani)

E cresce, anche per noi
l’estate
vanitosa, coi nostri
verdissimi peccati;

ecco l’ospite secco
del vento,
che fa battibecco
tra le foglie della magnolia;

e suona la sua
serena
melodia, sulla prua
d’ogni foglia, e va via


e la foglia non stacca,
e lascia
l’albero verde, ma spacca
il cuore dell’aria


Il capolavoro è la raccolta L’Estate di San Martino, 1961, in cui il discorso autobiografico si fa spoglio e meditativo e vivissima è la commozione per il mistero della libertà, acuita dalla drammatica esperienza della fede. L’autore partecipa al mondo delle cose con pietà e carità e sublima la sua poesia concreta, fatta di oggetti e cose materiali, in un anelito di umanità sofferta e di sacrificio. Ancora Bo dice di lui: "La poesia gli viene dal consumare la pazienza, tutta la pazienza della vita". È di questi tempi la redazione della rivista "L’approdo letterario".


(da L’Estate di San Martino)

Guarda questi begli anemoni colti
l’altra sera ai colli di Settignano,
alcuni viola, altri più chiari; erano
mezzi moribondi, così sepolti

Quasi, fra le tue mani, quasi emigrati
di là, tra le cose che si ricordano,
e invece, vedili, come pian piano
si son ripresi, nell’acqua; esaltati

da una mite speranza di rivivere
si ricolorano su dal corrotto
gambo che la tua forbice recise;

fan come noi, si parlano nel folto
della lor famigliola, e paion dire
molto del breve tempo, molto molto.


Le ultime prove, fino Poesie del sabato, 1980, non aggiungono molto. Betocchi, per la sua umanità e ricerca cristiana di un senso della vita compatibile con le avversità dell’esistenza (fu duramente segnato dalla lunga malattia della compagna di vita), merita senza dubbio lettura e ascolto. È portavoce di valori universali che alleggeriscono il cuore e rendono l’individuo partecipe di un disegno superiore.

Bibliografia:
· Poeti italiani del Novecento, Mengaldo, Grandi Classici Mondadori
· Dal definitivo istante, Carlo Betocchi – poesie scelte e inediti, I libri dello spirito cristiano BUR
· Storia della letteratura italiana del Novecento, Spagnoletti, Grandi Tascabili Economici Newton

Autoritratto cristiano
di Leone Piccioni
Carlo Betocchi nasce a Torino nel 1899 ma si trasferisce a Firenze negli anni successivi. Si è diplomato come perito agrario. Nel ’17, con la storica generazione dei nati nel ’99, fu inviato al fronte e fu coinvolto nella rotta di Caporetto (c’è un libretto, uscito nel ’59 e poi nel ’67, intitolato appunto L’anno di Caporetto, che è scritto con grande maestria dando concretamente la possibilità di vedere in tutti i suoi aspetti il dramma, soprattutto delle popolazioni oltre che dell’esercito, in quella rotta disperata). Nel 1919-1920 Betocchi va volontario in Libia. Quando torna comincia il suo lavoro di geometra nelle costruzioni stradali: lavora in varie parti d’Italia. Fa delle comparizioni a Firenze via via, ma a Firenze si stabilisce definitivamente nel ’52. Esistono ancora le strade costruite da Betocchi su e giù per l’Italia. Ho una casa a Pienza e se m’affaccio al panorama che da lì si gode, vedo ancora la strada costruita da Betocchi che va fino all’incrocio sulla Cassia e precisamente a Gallina. Sullo sfondo l’Amiata. L’Amiata che fu caro a Montale, che è caro a Luzi e che Betocchi in vecchiaia rimirò quando veniva per brevi vacanze estive proprio a Pienza. Comincia l’avventura letteraria: con Lisi e Bargellini, suoi amici di sempre, fondò nel ’23 il Calendario dei pensieri e delle pratiche solari, collaborando poi, a partire dal 1930, alla gloriosa rivista Il Frontespizio con stretti contatti con Papini e Giuliotti. La prima raccolta di versi Realtà vince il sogno è del ’32: Betocchi perciò - un po’ come successe a Ungaretti - inizia a poetare in un’età abbastanza adulta: aveva 33 anni. Da allora i libri si susseguno e nello «Specchio» di Mondadori, uno dopo l’altro, abbiamo i suoi libri maggiori: L’estate di San Martino del ’61, Un passo, un altro passo del ’67, Prime e ultimissime del ’74. Betocchi muore a Firenze nel 1986. Poeta di «passo», come lo definisce Bo, guidato dalla pazienza, in un «continuo autoritratto cristiano» come dice Contini. De Robertis recensisce subito il primo libro di poesie di Betocchi e si dà a ricercare derivazioni metriche e musicali (nomina Parini, nomina Carducci), s’accorge di quel misto di «franchezza e di raro» che ha il suo nuovo modo popolaresco, che sa «cogliere a volo un’aria di canto. È un idillio scontento con solo le apparenze della felicità». Il tono della sua lirica è benissimo definito da Betocchi nella poesia 1946: «…ma se penso a mia madre / che lavava i panni, e a questi giovani / che dirottano sbandati, cuore di padre, / consiglio d’uomo mi suggeriscono / una somma di sforzi, di pietà, d’amore, / e scelgo una tristezza intimamente popolare». E si può meditare anche su questa frase di Betocchi detta in un’intervista del ’79: «Non sono un intellettuale. La mia poesia nasce dall’allegria e anche quando parla di dolore nasce dall’allegria».


Inviato da giuseppe genna , Giovedì 15 Maggio 2003
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