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Don DeLillo: Cosmopolis

delillocosmopolis1.jpgdelillocosmopolis.jpgNon esiste probabilmente un titolo più à la Don DeLillo di quello che il genio italoamericano ha dato al suo nuovo romanzo: Cosmopolis. E' da aprile in tutte le librerie degli Stati Uniti questa specie di ultimo inno a New York, 224 pagine in cui accelera la commistione tra prosa e poesia di cui DeLillo, a partire da Underworld e continuando soprattutto con Body Art, sembra essere al momento l'avanguardia estrema della letteratura anglosassone, ovviamente insieme a Pynchon. Questa esaltazione della parola e del ritmo nell'ultimo De Lillo, come anche da sempre è accaduto per Pynchon, ha fatto inarcare eminenti sopraccigli britannici e statunitensi. C'è anche un motivo profondamente politico nell'ondata - quasi un boicottaggio premeditato delle élites angloamericane - di stroncature che hanno riversato addosso al romanzo di DeLillo: qui viene formulato, con le eccellenze dello stile e dell'umanismo più verace, un attacco violentissimo al mondo del mostruoso capitalismo occidentale. L'avversione di inglesi e americani altro non fa che confermare che Cosmopolis è un romanzo di portata storica, un'ulteriore incursione da parte di DeLillo nelle microonde della modernità e nelle particelle subatomiche che determinano il grande gioco della storia umana e universale. Traduciamo la recensione che un prestigioso anonimo ha pubblicato sulla rubrica letteraria dell'Economist il 17 aprile scorso: una stroncatura sardonica, che ha il pregio però di farci intendere che razza di libro straordinario ha scritto DeLillo - non importa se irritando gli alfieri della finanza anglosassone.

Tutte le insidie di X-town

economist.gifdelillocosmopolis3.jpgChe cosa prendere per un miliardario che ha tutto? Eric Packer, il repellente antieroe del tredicesimo romanzo di Don DeLillo, è un tipo a cui è ben difficile trovare da regalare qualcosa. Tutto ciò che sta sotto la soglia del faranoico sembra inadeguato e sgradito a questo ventottenne padrone dell'universo, il cui giocattolo prediletto è un bombardiere nucleare in disarmo. Eppure una mattina, mentre sta per recarsi al lavoro, Eric trova davvero qualcosa di cui ha bisogno e che ancora non ha: un taglio di capelli.
Cosmopolis racconta la storia di quanto accade a Eric mentre sta andando dal parrucchiere. Dalla Quarantesettisima a Manhattan attraverso la città, per tutto il giorno - con la complicazione e la confusione della presenza in città del presidente Usa. Gran parte dell'azione ha per location l'interno della limousine in cui, accerchiato da schermi di computer, Eric gioca sul mercato azionario, all'intermittente presenza di vari guru con cui discute del suo benessere finanziario, fisico e intellettuale. Tra un meeting e l'altro, scende dalla lussuosa automobile per sciogliere le gambe, mangiare, fare sesso, entrare in una libreria, assistere a una sommossa violenta, piangere al passaggio di un corteo funebre, partecipare a un rave, commettere un omicidio e fare da comparsa nelle riprese di un film.
L'incedere della limousine è glaciale. Ma il romanzo, sotto la guida di DeLillo, zooma in avanti, sollevando nubi di polvere stilistica e retorica.
Cosmopolis trabocca di ruminazioni verbose sull'intreccio di legami tra tecnologia e capitalismo. C'è un punto in cui Eric lirizza assai poco profondo: "Era banale riflettere sul fatto che numeri e tabelle fossero la compressione gelida di energie umane prive di regole, sogni assoluti e sudore notturno ridotti a lucide unità nel mercato finanziario". E poi: "In effetti i dati, in sé, emettevano una concentrazione spirituale e irradiavano scintillii luminosi, un aspetto dinamico del processo vitale. Era questa l'eloquenza degli alfabeti e dei sistemi numerici, ora pienamente realizzata in forme elettroniche, nella riduzione del mondo alla binarietà di 0 e 1, l'imperativo digitale che definiva ogni respiro dei billioni di esseri viventi sul pianeta".
E' il pavoneggiamento stilistico di DeLillo, piuttosto che la sua posizione sul capitalismo, che rende Cosmopolis una lettura tanto avvincente. I godimenti e i perigli del farsi tagliare i capelli non venivano descritti in modo tanto brillante da quando Franck Churchill fece quel viaggio straordinario a Londra per sistemare le sue coltri in Emma della Austen.

Inviato da giuseppe genna , Mercoledì 21 Maggio 2003
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