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Pischedda: Carùga Blues

pischedda.jpgpischeddacaruga.jpgNon si può certo dire che Bruno Pischedda abbia viziato i lettori italiani. Dopo il suo splendido, potente, vibrante esordio (Com'è grande la città, Tropea) si sperava che gli affondi narrativi e saggistici di Pischedda si moltiplicassero, poiché questo critico e romanziere di origini sardolombarde ha la caratura, lo stile e la passione per risultare uno dei protagonisti del ritorno della letteratura civile in Italia. Invece abbiamo dovuto attendere sette anni per tornare a leggere un romanzo di Pischedda - beh, l'attesa è ripagata, straripagata. Carùga Blues è un libro bellissimo: canto civile e incivile, memoriale tragicomico, manuale a uso degli sciocchi che pensano che il passato conferisca una forma all'uomo e che la forma sia fluida e transeunte, recita di novena laica, schianto del cuore ed emissione di sudore - un romanzo finalmente umano. Con una cifra straordinaria: che è la scrittura di Pischedda. Credo, davvero, sia uno degli stili più esaltanti che mi sia capitato di incrociare negli ultimi anni: una prosodia perfetta, perfettamente sbagliata, il controllo sempre sottoposto a un'eversione sorprendente, l'impressione che sia un poeta (un poeta lombardo) che sta scrivendo in forma di romanzo.
Nonostante sia riottoso a parlare anzitutto di stile, la lingua che Bruno Pischedda governa in Carùga Blues impone un discorso serio e partigiano. Credo fermamente che sia una delle prose italiane contemporanee più belle (non trovo aggettivo più appropriato) che il nostro panorama letterario offra. Faccio alcuni esempi, in ordine sparso e in crescendo di densità stilistica: "Era un uomo magro costui, semicalvo e con la fronte coperta di rughe. Una testuggine era, soprattutto lento, fattivo ma lento. Accertata la mia identità e trascrittala in bella grafia su un registro, mi condusse in uno stanzino di due metri per due strapieno di cartelle e portafogli, banconote sparse, passaporti di ogni nazionalità; mi fece accomodare accanto al muro, a lato della scrivania, e mentre dava disposizioni a un sottoposto sfregò due o tre volte uno zippo, antiquato e forse di valore"; e ancora: "Spasi, spazio, ce n'era effettivamente per un drappello cospicuo e forse anche per uno squadrone, bastava incolonnarsi; in quanto alla strizza, la stremìda, andava esclusa senz'altro"; ancora: "A Tazio poi stavo per romperglielo in testa Come un vecchio incensiere all'alba in un villaggio deserto. La seconda facciata, duemilaseicento lire, era discreta; la prima, stesso prezzo, ma indivisibile, era un unico solco informe, che quasi alla lettera ricalcava i gargarismi e i raschi in gola del concerto al quale avevamo già assistito dal vivo. Senonché Marco De Vico, che allora tirava le fila di tutti i discorsi, lui in persona, lo stratega, adocchiatici in mezzo alla calca ci convocò entrambi alla storta, l'aula curva, a novanta gradi, che allora serviva da quartier generale del movimento"; e infine: "La privacy è un valore moderno e borghese. E' una maglia, una corazza che fa tutt'uno con la pelle dell'anima. Non lo compresi con tanta lucidità finché non lasciai la casa dei miei genitori, cioè la corte ristrutturata a ondate successive che stava sul fondo di via Romanò: il portico selciato e le file dei cavalèr con le foglie del gelso per i bachi da seta, le stanze al piano terra, i secchi di rame, il paiolo per la polenta appeso su, in alto, al confine tra la cucina economica e la vecchia stufa a carbone, e poi le scale, le camere grandi, nude, con il soffitto a travi che trasudava catramina, il letto di ferro coperto da un materasso di crine e ancora da uno di lana...".
Rileggetevi le ultime righe: è un procedere che, sul piano prettamente tecnico, configura una situazione di poesia contemporanea italiana. C'è una sapienza ritmica, coordinata e scoordinata ad arte con l'impiego di strategie foniche (le allitterazioni, esplicite poiché varianti sulle liquide) e retoriche (anticipazioni, iterazioni, anacoluti, zeppe): difficilissimo riscontrare nella narrativa italiana attuale un così alto grado di sensibilità linguistica. Questa sensibilità viene occultata dal tono che Pischedda adotta: pastoso, concreto, a volte abrasivo fino al grezzo (vedi l'uso dei dialettismi), perfetta maschera per mistificare una capacità ritmico-espressiva altissima. Il risultato: una trance ipnotica a mezzo del linguaggio, una sorta di cantata alla Olmi che include Petrarca ed evoca Monteverdi. Un pastiche che sembra tale e invece non lo è. Tradizione lombarda purissima: quella della sfortunatamente celebre "linea". Però non le seconde linee o gli sparring partner del minimo luminescente, questa specie di inquinamento poetico che hanno detto essere la linea lombarda. Una volta, a Nicola Crocetti, Vittorio Sereni recitò un verso, un endecasillabo perfetto: Crocetti era estasiato, Sereni diceva che non andava bene, Crocetti chiedeva perché, era un endecasillabo bellissimo, Sereni rispose: "Bisogna sbagliarlo, l'endecasillabo, sbagliarlo bene, sbagliarlo perfettamente". E' l'opera linguistica che Pischedda realizza in Carùga Blues.
Oltre le osservazioni stilistiche, c'è la grande capacità di affabulazione mnemonica, che a mio parere (forse per idiosincrasie personali) non avverto come elemento centrale del libro di Pischedda: sarà perché il romanzo di formazione esercita su di me l'antifascino irritante di tutto il coté borghese. Non so: non mi pare l'elemento primario di Carùga Blues. Di cui sintetizzo la trama, comunque: Carùga è il protagonista, Carugati, reduce da anni gloriosi intrisi di amori e politica e vita di paese (Cesate: lombardia bosìna, profonda), che dopo un lungo arco di tempo incontra, in una sorta di sfida all'OK Corral dei sentimenti, la storia mancata della sua vita: storia amorosa, ma anche storia individuale e collettiva, in un rimando continuo di memorie e ansie presenti, mentre si delucida lo scenario e incede la figura luminosa a contrasti di Clara, la Donna.
pischeddacitta.jpgPiù che sulla formazione, sulla memoria ripiegata che dovrebbe incanalare verso il futuro, il romanzo di Bruno Pischedda fa perno su un ben diverso elemento: che è la resistenza. Le scintille che comporta lo sfregamento tra individuo e comunità (sia quella paesana sia quella politica e perfino quella erotica, in una memorabile scena di orgia mancata) determinano una specie di anarchismo singolare e collettivo: postazione da cui Pischedda non manca di praticare uno spietato cecchinaggio sul presente, su se stesso e gli altri. In questo riprendendo l'epica vena polemica, neoproletaria, contestatrice di Com'è grande la città. La vocazione all'assalto, anche iracondo, mi pare una delle corde fondamentali di questo autore.
La precisione a volte asettica del Pischedda critico mi ha lasciato talora perplesso. Avevo avanzato forti dubbi soprattutto su un suo intervento a proposito dell'ultimo romanzo di Tommaso Pincio. Però attendo con ansia il suo prossimo lavoro, che uscirà presso Aragno, su letteratura e apocalisse. Mi pare che proprio il massimalismo (in senso virtuoso) sia l'ideale amnio del Pischedda critico e anche di quello narratore: la sua scrittura sposta masse emotive, coordina idee, provoca il cozzo tra sentimenti contrastanti. Mi parrebbe idiota il grande editore che non si muovesse immediatamente per fare un contratto a Pischedda: questo è uno degli scrittori italiani più ammirevoli, bisogna mettere i suoi romanzi in cortocircuito con la scena narrativa di oggi.

Bruno Pischedda - Carùga Blues - Casagrande - 16 euro

Inviato da giuseppe genna , Venerdì 23 Maggio 2003
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