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Chiudere Società delle Menti?
di Giuseppe Genna
Società delle Menti sull'orlo della chiusura. Colpa di questioni aziendali? Per nulla. Piuttosto per colpa di una telefonata...Non che sia bellissimo scendere nei dettagli di questioni private, ma questa volta è necessario. Non desidero tediare nessuno, per cui, se vi annoia un intervento personale circa l'esistenza di questo blog, proseguite oltre. Per chi invece fosse motivato a una simile meditazione, ecco una cronaca significativa del week end trascorso dal gestore di SdM. In un recente passato mi sono occupato di un grande scrittore vivente, di cui non intendo fare il nome, intervenendo a proposito del suo ultimo libro. Già da tempo i "commentatori" di SdM hanno sottolineato che l'impostazione di quest'area è sgradevolmente mutata: niente più stroncature, troppo entusiasmo nelle recensioni, utilizzo smodato della parola "capolavoro" - il tutto, spesso, interpretato come atto di leccaculaggine del sottoscritto. All'apice di queste lamentazioni, le pubbliche scuse avanzate dal sottoscritto a Wu Ming. Non è questo allegro carnevale, tuttavia, a spingermi a raccontare di una telefonata di 45 minuti, sabato sera, con il suddetto autore. Al quale la recensione apparsa su SdM ha causato oltremodo irritazione. Il suddetto autore mi ha messo nella posizione di discutere addirittura della legittimità all'esistenza del Web, oltre che del mio parere letterario. Abbattuto anzichenò, la notte tra sabato e domenica ho pensato di chiudere Società delle Menti e, alla pari di altre zone di Clarence, trasformarlo in qualcosa di ben diverso da quanto è ora. Se la cosa può interessare qualcuno, si tratta di un buon emblema per comprendere cosa sia il dibattito culturale in Italia, nel 2003. Dice lo scrittore in questione che rileva alcune storture nel pezzo che ho dedicato al suo libro; inoltre avanza irosi dubbi circa il lavoro che si tenta di fare in Rete. Le obiezioni sono riassumibili in breve:
1) Trapela dalla recensione (ma, più in generale, dalle recensioni) una sorta di desiderio di inquadrare la letteratura secondo griglie ideologiche precostituite, del tutto personali (personali del signor Genna), piuttosto superficiali; 2) Il desideratum critico che si esprime nelle recensioni è riconducibile a quest'ideologia: il signor Genna desidera una spiritualizzazione della letteratura che abbia, come riflesso, una sorta di strutturazione fortemente antilaica della letteratura stessa; 3) Questa ideologia si converte immediatamente in un atto di forzatura nei confronti dell'autore in questione, con l'implicita richiesta di cose da fare e da dire, di modalità d'espressione e di cambiamento radicale dei risultati letterari; 4) Il tutto è espresso in uno stile new age improprio e d'accatto; 5) Questo atteggiamento, che non ha nulla da spartire con la critica seria, è una cifra generazionale: quella della generazione del signor Genna; 6) Il fatto che esistano commenti anonimi espone a una serie di autentiche vigliaccate, gente che nascondendosi dietro l'anonimato si permette di gettare merda su persone che, comunque, svolgono alla luce del sole un'opera creativa. Vista l'impossibilità assoluta di convincere lo scrittore in questione dell'infondatezza di simili obiezioni, devo ammettere che uno scoramento radicale mi ha preso per tutta la notte. Ero tra l'altro reduce dal racconto di una conferenza in cui, al solito, pochi giorni fa venivo implicitamente additato nemmeno più quale fascista: ero addirittura un nazista.Ora, Società delle Menti è una zona di Clarence, portale che mi stipendia per produrre contenuti, la cui natura non deve essere forzatamente letteraria. Posso scrivere di cinema, di spettacolo, di televisione, di politica. E' uno sforzo personale non indifferente aggiornare con due interventi quotidiani il blog letterario del portale. In passato, inoltre, è chiaro che la virulenza di certi attacchi pubblicati su queste pagine meritava - direi anzi che invocava - prese di posizione altrettanto virulente da parte delle persone attaccate. Francamente, a distanza di anni, avverto una certa stanchezza a muovermi tra le insidie dei salotti, nelle secche del gossip editoriale, tra voci e giudizi spesso avventati rispetto al lavoro che faccio (a dirla tutta: che facciamo) in queste pagine. La speranza, sin dall'inizio, era di riuscire a utilizzare un nuovo medium - la Rete - per dare una scossa a una società letteraria che, più che autoreferenziata e avvolta dalla camicia di forza delle solite pratiche recensorie, mi sembrava addirittura inesistente. Confortava queste speranze la massa di lettori di Società delle Menti: avendo la possibilità di conoscere le statistiche di accesso, ero felicissimo di constatare che una media giornaliera di 10.000 lettori unici accedeva alle pagine di SdM. Ho tuttavia constatato che non era certo grazie a SdM che il dibattito culturale in Rete avrebbe compiuto un salto quantico rispetto a ciò che si verifica al di fuori del Web: la crepa è comunque già larga e c'è gente che, molto meglio di quanto faccia il sottoscritto, opera da anni in questa direzione (il sito dei Wu Ming su tutti: è quello il modo in cui il dibattito culturale diventa reale, cioè diventa politico; ma anche eymerich.com ha i suoi meriti non trascurabili; senza parlare di quel che fa Christian Raimo su minimumfax.com). Qui su Società delle Menti, l'unica opzione alternativa è quella di stravolgere una retorica del discorso culturale mediante l'impiego di stilemi: cioè qui si parla o sopra o sotto le righe. Qui, anche e soprattutto perché SdM fa parte di un portale irriverente e portatore di una cultura eminentemente antistituzionale, si grida e si procede a strappi. Si tratta di una posizione editoriale che rende omogeneo un sito fatto di molti siti. Si tratta, per chi lavora a Clarence, di un modo di stare in Rete. Come era prevedibile, Società delle Menti non ha smosso alcunché. Nonostante ciò che nell'organizzazione aziendale viene detta "mission", la missione stessa di SdM è risultata identificata ai personali interessi del curatore: cioè io, Giuseppe Genna. Il quale curatore è parecchio masochista: sono infatti molti più gli strali e le torte che si preso direttamente in faccia, rispetto ai vantaggi che avrebbe garantito la gestione di quest'area letteraria. Ma non è tanto della missione aziendale che qui importa parlare. Piuttosto di una missione che, secondo valutazioni del tutto soggettive, considero molto più politica e utile a una comunità. Questa missione si riassume nel tentativo di fare vedere il più possibile che la letteratura di oggi esiste ed è molto significativa; nella proposta di titoli e autori che il rumore di fondo dei media, di solito, obnubila o rende non percepibili; nella costruzione non di una comunità, bensì di uno sfondo per una comunità che voglia occuparsi di letteratura. Utilizzare nelle sue specificità il medium su cui SdM opera è fondamentale: la Rete, senza volere enfatizzare troppo, offre una molteplicità di vantaggi sociali, stilistici e teoretici sconosciuti fino al suo avvento. E' ciò che qui si è tentato di fare. Si è tentato anzitutto di sbalzare il genere recensione dal suo opaco sopravvivere. Lo si è fatto attraversando errori, affermazioni equivoche, sbavature e irrazionalità varie. Si sta tentando di farlo evitando offese personali, cercando di lavorare il più possibile sul positivo. Lavorare sul positivo è, a questo punto, fondamentale rispetto a quanto crediamo sia richiesto da un esame minimo della realtà secondo i canoni della sociologia della letteratura e dell'analisi politica. Proprio perché si tenta di lavorare sul positivo, è certamente l'imposizione sgrammaticata di un'ideologia letteraria che vorremmo evitare. Ci sembra stupido fare i ciechi e dire che non esprimiamo un'ideologia letteraria: ogni respiro è un atto di ideologia. Nel caso dello scrittore in questione, che tanto ha contribuito ad abbattere i miei entusiasmi, la sua stessa posizione "laica" è ideologica: aggressivamente ideologica. Assicuro però che è soltanto ai testi che si deve andare: non quelli delle recensioni, intendo proprio i testi letterari. Coagulazioni mitiche, i testi irradiano un plus di ideologia quando entrano con potenza nella storia dell'uomo - quando, cioè, sono grandi testi. E' assurdo richiedere a un testo o a uno scrittore qualcosa: che senso ha domandare alla prassi di essere qualcos'altro quando già è avvenuta? Poiché, se esiste un'ideologia che corre lungo Società delle Menti, è questa: la letteratura è prassi, una prassi che spalanca il sogno di molte compossibili prassi. Come ogni prassi, quella letteraria è collettiva e individuale. Se c'è un'antideologia che corre lungo Società delle Menti, è questa: l'ispirazione è una fandonia da cazzari. Detto questo, il che potrà forse aiutare qualcuno ad allargare lo spazio dell'incomprensione, vengo alla Rete. E' indubbio che la società culturale italiana non ha capito, nella sua fascia più privilegiata e perciostesso anagraficamente più avanzata, che la Rete è un medium a se stante, che non può essere letta: va usata, vissuta, esperita, amata e odiata. E' un amnio: bisogna starci dentro. Ho provato a spiegare all'autore in questione che certi giudizi si iscrivono in un discorso che è più lungo di quanto possa apparire alla lettura di un singolo pezzo. Egli mi ha detto: ma sei scemo?, vuoi che mi metta a leggere tutto Clarence? Una simile risposta in forma di domanda esige una puntualizzazione. La Rete, che è fatta anche di linguaggio e linguaggi (però, sia chiaro: non solo di linguaggi!), si forma attraverso l'esplosione di zone in continua mobilitazione linguistica: non dico progresso, ma certo mobilitazione. Non la si può affrontare pensando agli standard di cristallizzazione e deposito del medium cartaceo. Mi pare piuttosto sintomatico che, discutendo di un testo, io attraversi il paradosso di trovarmi nella posizione di difensore... di Internet. Sono sempre più incline a valutare una sorta di impatto biologico e anagrafico quale categoria interpretativa privilegiata circa la rivoluzione della Rete. Sarà una banalità di base, ma è indiscutibilmente una verità storica. Specificato ciò, ecco la verità: sono scoglionato. Sono stufo. Non ne posso più di difendere posizioni dai rissosi narcisismi di salottari e scrittori in piena panne creativa, poetica, identitaria, personale. Non sopprto più le critiche ingiuste, formulate senza tentare una benché minima dialettica. Non tollero più l'ignoranza, la pochezza culturale di intellettuali aggressivi e livorosi. Ne ho piene le palle di gente che arriva senza avere fatto niente o vergognandosi di ciò che ha fatto e decide la notte di contestare il mio stipendio, offendere in maniera ingiustificata, interpretare autoritariamente ciò che faccio io insieme ai miei colleghi. Ogni pezzo di Società delle Menti viene letto da circa 8.000 visitatori, di cui scrive commenti sconfortanti soltanto un'irrisoria percentuale di poetini frustrati, editori dimessi, cazzoni col desiderio di pubblicare, incompetenti o monomaniacali d'ogni natura. Questo per annunciare che sto valutando, non ovviamente da solo, bensì col mio direttore, di chiudere i commenti di Società delle Menti. Tornino nel forum gli allegri compagni di brigata che, beninteso, conosco per nome nella maggior parte dei casi. Quanto alla chiusura di Società delle Menti, ecco cosa accadrà per il momento. Smetto di occuparmi di italiani contemporanei, salvo casi di assoluto interesse. I casi di assoluto interesse si riassumono in pochi nomi, che elenco in ordine alfabetico: Benedetti (Mario), Dal Bianco, Evangelisti, Mozzi, Moresco, Pincio, Riccardi, Scarpa, Wu Ming, Zanzotto. Società delle Menti non si occuperà più di altri narratori e/o poeti contemporanei italiani. Rimarrà comunque aperta, per chiunque lo desideri, la possibilità di inviare contributi, articoli, interventi, interviste - direttamente alla mia mail. Mi occuperò quindi io di impaginare e segnalare interventi e autori. Va da sé che non si accetteranno contributi su autori italiani contemporanei che non rientrino nell'elenco fatto sopra. Infine una richiesta di scuse: è imbarazzante e poco professionale, per il curatore di questo blog, prendere simili decisioni e comunicarle in questo modo. D'altronde è la grammatica del blog a imporlo e, avendo scelto questo medium come strumento espressivo, volentieri mi piego a questa imposizione e a questa sintassi in prima persona. Inviato da giuseppe genna , Lunedì 16 Giugno 2003
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