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Beppe Fenoglio

fenoglio1.jpgdi Gianluigi Beccaria

Se nel nome di Fenoglio noi ci ritroviamo qui attorno a questo tavolo, e se voi siete venuti ad ascoltare quel poco o tanto che abbiamo da dire, è perché crediamo fermamente nella letteratura. Non so se siamo ancora in tanti a crederci. Sempre di meno, ci dicono alcuni. In realtà oggi più che mai, in una civiltà che promuove l'oggetto di consumo, l'oggetto-lusso, ciò che è destinato a cambiare e ad essere utilizzato, ciò che è utile e insieme effimero, proprio il più inutile degli oggetti, la letteratura, è quanto continua e continuerà a permanere, a durare nel tempo. Dura nei secoli e conta, proprio perché è un'operazione (al limite) gratuita, nel senso che opera senza scopi immediatamente pratici e di immediato impegno. Ma ruota eternamente intorno ai soliti fondamentali nodi della vita, e li approfondisce; quelli sono e quelli restano. Di quanto c'è al mondo, potremmo ben dire che la letteratura è ciò che è cambiato di meno, da Omero a oggi. Ed è il caso delle pagine di Fenoglio, che muovono quasi tutte intorno ai problemi ultimi, fondamentali, variati e variamente approfonditi lungo i secoli: il destino, la morte, la pace, la violenza, il cielo e gli inferi, l'eden e il caos, l'amore e il tradimento, il bene e il male.

FEN_04.gifDi tutto un secolo che sta per finire, se ci sono dei classici che resteranno e dureranno, questi saranno di certo i romanzi di Fenoglio, volumi che nella loro consistenza, nella loro altezza suprema, dimostrano quanto stavo appena dicendo. Libri come La malora, come Una questione privata, come Primavera di bellezza, come Il partigiano Johnny non ne sono usciti poi molti in Italia, nel Novecento. A questi libri è delegata la dimostrazione della tenuta grandiosa che ha la letteratura alta di fronte a quanto è destinato a cancellarsi e a sgretolarsi, seguendo il vento delle mode. Fenoglio è già un classico.

Fenoglio è stato anche un esempio di quella pianta uomo di cui sono sempre più rari gli esemplari. Se n'è andato in sordina, conosciuto da pochi, una trentina d'anni fa. Ma più il tempo passa più la sua grandezza si fa assoluta. Se penso agli alti clamori che spesso si levano per molte insignificanti pagine di narrativa decostruita e minimalista in voga in questi decenni, e per contrasto al silenzio col quale quest'uomo grandissimo è scivolato via, silenzioso come le comete, trovo allora che c'è un'immediata coerenza tra il suo vivere e il suo fare letteratura: pagine di narrativa che si sono tenute fuori dei circoli, delle mode, e anche fuori, direi, di una ideologia istituzionalizzata, vulgata. Si pensi alla tanta retorica sulla Resistenza, e alla presentazione fenogliana di una Resistenza per un verso senza retorica, e per altro verso pura: non pensata e raccontata in termini immediatamente politico-ideologici, se è vero che il tema di fondo delle pagine di Fenoglio è il guerriero resistente, del passato e del presente, dall'Ettore troiano («la mia ettorica preferenza per la difensiva», come ricorderete) ai partigiani contemporanei. Potremmo forse dire, paradossalmente, che non la Resistenza storica è il tema dei suoi romanzi, ma piuttosto il tema dell'esistenza umana nella sua totalità. Quando gli portano avvolto in un lenzuolo il cadavere di un compagno, Johnny «ci vide un sigillo di eternità, come fosse un greco ucciso dai Persiani due millenni avanti».

Ma parte di queste cose le ho già dette e scritte. Dire qualche cosa di nuovo oggi su Fenoglio, almeno da parte mia, non è facile. Le ultime novità sono l'edizione Isella e la scoperta di Lorenzo Mondo, il quale meglio di me potrebbe parlare della fortuna che ha avuto e dell'emozione che ha provato nello scoprire e pubblicare quei quattro taccuini autografi: quelle umilissime carte, commoventi al solo vederle, con l'intestazione «Macelleria Fenoglio Amilcare, Piazza Rossetti, Alba», e in ogni pagina le caselle con le voci "Data", "Carne", "Prezzo", "Importo". I registri di conto del padre, un formato tascabile su cui, a penna e in bella grafia (leggibilissima, rispetto a quella che sarà l'ardua e difficile successiva), Fenoglio scrive nel 1946 i suoi primi racconti di guerra, gli Appunti partigiani.

FEN_06.gifQueste carte disseppellite a più di trent'anni dalla morte (in modo fortunoso, dopo che erano state per caso recuperate fra cartacce destinate alla discarica) costituiscono dei bellissimi, freschissimi incunaboli dello scrittore, di quello che sarà poi. Per un lettore di Fenoglio scorrere queste pagine mutile è un entusiasmante viaggio nel paese del riconoscimento. Per ogni dove personaggi, spunti, accenni brevissimi, spesso schegge, che saranno utilizzati nelle opere successive, e ampliati, e riscritti. Qualcosa non ritroveremo più, ma molto ritornerà nei Ventitre giorni della città di Alba (ci sono prelievi letterali) e in alcuni Racconti, molto nel Partigiano Johnny. Qui c'è la loro stesura più immediatamente autobiografica: il protagonista è Beppe e non ancora, anglicamente, Milton o Johnny, i nomi sono quelli veri, dalla sorella Marisa al partigiano Moretto, il fucilatore. Siamo, è vero, nel cuore dell'officina giovanile di Fenoglio. Ma è un Fenoglio godibilissimo, tutt'altro che acerbo; il racconto già scorre senza soste con l'intensa tensione narrativa che conosciamo, rapido, asciutto. Sono pagine che hanno il profumo della giovinezza, la sua spontanea grazia. Non si tratta di avvii mediocri.
Tutt'altro. La cronaca è magari più dispersiva, ma nello stile già riconosci la zampata dello scrittore a venire: per esempio le prime tracce del forte neologizzare non affidato ancora, in via preliminare, all'inglese, come sarà poi nel Partigiano.

E già siamo fuori dal neorealismo: ci sono tessere dialettali e regionali, che però non sono mai macchia di colore paesano, specificazione locale o abbassamento della lingua, bensì già dialetto come forza letteraria ed evocazione.
Fenoglio qui come dopo, ancora fino al Partigiano Johnny, ha sempre avuto col reale un rapporto non realistico, non mimetico; sono sempre state più forti, in lui, le ragioni della letteratura, nel senso che una delle componenti che caratterizza la sua scrittura molteplice è davvero la preminenza del discorso mentale e delle mediazioni letterarie su quello della immediata verosimiglianza descrittiva. Lo si vede dalla determinazione sua a foggiare la lingua in obbedienza alle ragioni letterarie piuttosto che a quelle dell'efficacia mimetica e della fedeltà rappresentativa; la tendenza, insomma, a istituire sempre un altro senso e un altro piano del discorso. Fenoglio è una sorta di scrittore che ha posto il diaframma della distanza tra il narrare di un presente, di avvenimenti "reali", e la lontananza, la separatezza, l'invenzione di una scrittura e di una rappresentazione assolutizzanti. Basterebbe pensare alla Malora, romanzo dove Fenoglio ci lascia numerose tracce ascrivibili alla cultura orale, dove ci dà una versione importante dei contenuti antropologici del mondo contadino. In questo romanzo Fenoglio propone un testo straordinario, totalmente intonato sulle cadenze della tradizione orale, in cui molti sono i modi propri della lingua parlata, dagli incisi che mimano la linea accidentata del parlato ai molti tratti informali: e nella Malora, per questa via stilistica che è una scelta di un tono narrato secondo parlato, Fenoglio ci dà un testo di straordinaria omogeneità linguistica. Eppure la mimesi, nella Malora, raggiunge effetti non di naturalismo ma di arcaicità e di assolutezza: di arcaica semplicità ed essenzialità.

FEN_10.gifParlavo della Malora come esempio di quel carattere della scrittura fenogliana che sempre pone, come fanno del resto gli scrittori grandi, un diaframma della distanza tra il "reale" e la sua rappresentazione. Ma per continuare la dimostrazione seguendo altre vie, basterebbe pensare (ma sempre si arriva allo stesso risultato) alle sue Langhe, al paesaggio. Vasto, immobile, pietrificato paesaggio primevo, che nel Partigiano gli appare «apocalitticamente ondoso», come dice. Sono onde di colline di un mare da tempi della creazione, solidificatesi d'incanto, come ad un cenno: colline lunari, desertiche, grandi dune vertiginose e possenti su cui l'umano fruscia silenziosamente e grandiosamente veleggia, sotto il grande vento superiore, in una dimensione esaltante, eroica. Colline non pettinate dai vigneti e feconde, ma luoghi dove la natura ha violenze primigenie, notti infernali, vortici di vento che fischiano: il vento-fiumana che incessante soffia, l'eterno vento collinare, il vento nero di notti totali, demoniache e sinistre.

Ma spesso anche il silenzio è una dominante, come nella Questione privata. In questo romanzo il privato silenzio della ricerca, il silenzio di una natura vuota, è rotto soltanto da rari segni umani, soltanto da qualche lontano guaito di cani. Ci sono uccelli che pigolano nella nebbia, rigagnoli sepolti in fondo alle valli, suoni di campane che non hanno eco; perché ogni suono ed ogni vuoto, anche nella Questione privata, non hanno valore naturalistico ma simbolico, sono segni, anch'essi, di difficoltà.

Natura e simbolo, natura e vicende umane sono intrinsecamente intrecciati nelle pagine di Fenoglio. Le vicende di guerra del Partigiano Johnny, con il perpetuo alternarsi di battaglie, di eventi rovinosi, di toghe vertiginose e di paci improvvise, trovano regolarmente il loro commento nell'alternarsi, sulle colline, di violenze e di paci sul/nel paesaggio, nella natura: flagelli di piogge e temporali, e silenzi improvvisi e stregati che preparano insidie, fatali eventi rovinosi. E ci sono pagine che rimandano a bibliche immagini del diluvio universale, come nel Partigiano 2, cap. VIII: «Il sole non brillò più, seguì un'era di diluvio. Cadde la più grande pioggia nella memoria di Johnny: una pioggia nata grossa e pesante, inesauribile, che infradiciò la terra, gonfiò il fiume a un volume pauroso ("la gente smise d'aver paura dei fascisti e prese ad aver paura del fiume") e macerò le stesse pietre della città». Caos e Eden si alternano anche sulla terra e nei cieli, che ora si torcono nella gestazione di temporali, ora si liberano in calmi laghi d'aria.

Altro carattere inimitabile, inarrivabile, della pagina di Fenoglio: la capacità di scrivere romanzi filmici e tutti d'azione, da Una questione privata a Primavera di Bellezza al Partigiano Johnny. In particolare Una questione privata è interamente dominata dal movimento e dall'azione: in un suo recente lavoro in corso di stampa, Marinella Pregliasco ha puntualmente mostrato come tutto, in questo romanzo, sia apparizione e sparizione, narrazione filmica di avvenimenti con campo-controcampo, stacchi, tagli, piani dall'alto a zoomare in basso, su dettagli di uomini o di natura. Anche la lingua è una lingua filmata, tutta azione, in totale assenza di vibrazioni patetiche. In essa poco è concesso al piacere della descrizione, all'uso lirico; il paesaggio stesso, cui si dedicano rapidi eccezionali momenti, ha un carattere soltanto funzionale per l'azione, tanto è stilizzato, raccorciato al massimo. Così, nel Partigiano, abbiamo la natura che commenta e che partecipa al pathos degli eventi, ma non è mai oggetto di meditazione a sé, di contemplazione individuale. Essa non vive a sé stante, con connotazioni sentimentali che un personaggio vi immette, come specchio d'anima; al contrario, si anima nella conflittualità tra gli elementi primi della costituzione fisica del mondo (acqua, aria, terra), che conferiscono a quell'epos partigiano un'inconfondibile forza primigenia. Sono indimenticabili quei cosmogonici caos d'acqua e di fango; quel vento animato, che ha mani poderose, un vento personificato; e il fiume che è belva, drago-mostro, che si rizza in piedi come un Dio del mito, o è manso come un agnello; e i paesi bruciati, col fumo che sale dai ciglioni come serpente, e torreggia in pilastri alteri; e Castino che brucia, ridotto a un atro tempio di deità infere. L'elemento naturale, descrittivo, trascende con una forza straordinaria la dimensione della mera descrizione cronachistica, per trasfigurarsi nel simbolo; la pioggia stessa è sempre castigo, pena celeste, flagello. Un'interpretazione morale e metafisica pervade il reale. Basterebbe leggere certe descrizioni della notte e del buio, con incubi spettrali (ricorderete: «La notte precipitava: sul paese era un inconsutile nero, ma sulla città rompevano quel velo slabbrate occhiaie e gorghi di luce spettrale»). O basterebbe pensare ai tramonti, alle ombre incombenti della sera: a quei tramonti che celano insidia, che sono come un naufragio del sole, il precipitare della notte e la perdita del giorno, lo sfarsi del creato nella notte. Oppure basterebbe pensare alle nebbie, alle brume e ai vapori di questo peculiare regno delle nebbie, come Fenoglio chiama le colline: la nebbia che inghiotte, annega e divora uomini e cose, quell'oceano di nebbia che così spesso invade le pagine del Partigiano o di Una questione privata. È una nebbia che convoglia sensi di agguato, di insidia e sepoltura («Svegliandosi, ebbe un'immediata, socchiusa sensazione di nevicata, ma poi vide la nebbia. Ma tale una nebbia quale aveva mai visto sulle più favorevoli colline: una nebbia universale, un oceano di latte frappato, che restringeva i confini del mondo a quelli dell'aia [...]. Là dove la nebbia era meno compatta, poteva a stento vedere i suoi piedi veleggiare sognosamente su un lontano mare di terra ed erbe gelate»).

Insomma, non finirei di elencare questa indicativa qualità di elementi primari ritornanti. Essi però ci mostrano anche un altro aspetto dello scrittore, il modo singolare di lavorare che aveva Fenoglio. Ho ricordato prima gli Appunti partigiani: ebbene, in essi ritroviamo pagina per pagina situazioni, figure, immagini, frasi, stilemi riutilizzati in seguito, secondo la ben nota maniera di lavorare di Fenoglio. Che economizza, che ama variare l'identico, riprendere nuclei già configurati, riscrivere e ampliare blocchi preordinati, come definiti per sempre. Carmencita degli Appunti è descritta con le identiche parole nel racconto L'andata, il Raoul degli Appunti è ripreso ne Gli inizi del partigiano Raoul, la fucilazione del repubblichino ritorna nel racconto Il trucco con alcuni episodi identici; e così la storia del vecchio Blister o Pinco, il gigantesco mitragliere che morirà nel Partigiano.

Ritroveremo accanto a Nord, nel Partigiano, le stesse guardie del corpo che negli Appunti sono «magnificamente nutrite e muscolate», vestite con accessori tedeschi, «armigeri [...] ben pasciuti e prepotenti». Nel Partigiano avrà una più diffusa riscrittura l'episodio della maestrina che, negli Appunti, è «così brutta che anche i partigiani la lasciano in pace». E negli Appunti c'è già l'indimenticabile, solitaria Cascina della Langa, «così alta e sola che dietro non ha che il cielo», che «porta un'idea di tramontana e solitudine»: un luogo letterario che diverrà un grande tema, poi, del Partigiano. E negli Appunti c'è già la lupa del Partigiano, descritta quasi con le stesse parole (Appunti: «Nel buio pesto un anello corre vertiginosamente lungo un fil di ferro sospeso in aria. Ho tempo di fare un passo indietro, e una palla pelosa e fetente mi sfiora a volo»; Partigiano: «Sentì la rugginosa vibrazione del fildiferro, il veloce raschio sul ghiaccio e l'infuocato ansito, si scansò appena e lo sfiorò la palla di cannone villosa e latrante»). E negli Appunti ci sono già, anche se appena in accenno, le diciotto torri di fumo che si levano da Castino incendiato, le stesse che si stemperano con mutazioni, subito dopo, nel racconto Nella valle di San Benedetto, e che ribolliranno poi maestose nella riscrittura del Partigiano: «Diciotto torri di fumo, compatto, inscuotibile anche da vento forte, sorgevano dal paese di Castino facendone un atro tempio di deità infere», eccetera.

Fenoglio è come dato tutto da subito: non perché è subito grande, non perché riprende varia pota amplia gli stessi grumi e nuclei tematici, ma perché anche ideologicamente lo riconosciamo già impostato a tutto tondo, da subito. Penso alla visione antiretorica della Resistenza che dicevo, già tutta data negli Appunti: dove c'è il partigiano Riccio «armato di un moschetto da cavalleria», che «imbraccia male e lo tiene rugginoso perché se ne vergogna»; e Piccard che gira per le colline con «la testa mascherata da quel casco da volatore stratosferico»; e c'è l'episodio del partigiano Delio, che tira fuori cartine e trinciato: tutti gli volano addosso per la voglia di fumo, e finiscono col raccattare il tabacco per terra, «filo per filo, come le galline», con Nuvolari che fa la raccolta delle cicche; e c'è Catone, che continua a esibire i calzoni sforbiciati da una raffica («per gli strappi gli vedi i mutandoni d'un incredibile color viola»); e c'è l'episodio della pistolettata che scappa durante il passeggio in piazza al partigiano vanitoso, e il colpo finisce contro l'insegna dell'albergo.

Ma altre rilevantissime costanti della narrativa fenogliana qui stanno a germinare: la felicità del camminare («stacco il mio bel passo da campagna»); il grande vento-ostacolo che prende di petto, segnale di una dimensione esaltante ed eroica; la collina-mare («ondate di colline»); la nebbia come «lago di latte»; la notte che precipita («poi la notte calò come un coperchio»); i silenzi spettrali («Sia a destra che a sinistra, le cascine son molte sull'alture: ma non hanno lumi, non danno suono, come se in ognuna fosse capitata una disgrazia»), silenzi rotti dagli ululati premonitori dei cani («i selvaggi, incorruttibili cani delle colline»). Come sarà nel seguito, già qui, tra fughe ed agguati mozzafiato, predomina un mondo di soli guerrieri, che vagano tra colline e paesi. Essi sono attorniati, a tratti, da una folla anonima, ora muta ora inferocita, che sparisce dietro porte che sbatacchiano o imposte che si chiudono, oppure fa rapida comparsa in certi tipici affondi che, negli Appunti, già hanno la grazia di tante pagine del Partigiano («C'è un marmocchio, fuori, che gioca con la terra. Una donna s'avventa da una porta, lo abbranca per un braccio e lo ritira a volo, come un uccellino per un'ala»).

Quello di Fenoglio è stato un modo di lavorare singolare, uno scrivere per accrescimento o riduzione o variazione di blocchi preordinati, ritornanti, definiti per sempre, che sottolineano un'accensione particolare per la struttura e per la fattura dello stile. Ogni racconto, ogni pagina, ogni tema è come se fosse il ritaglio di un ciclo, un blocco riscritto e rimontato, una perenne variazione dell'identico. Fenoglio ha un senso grandioso e oggettivo dello scrivere, l'oggettività che sta nei movimenti e nei fatti che si susseguono scanditi e inesorabili, nell'avvenimento fatale o nel momento critico (agguato, fuga) che succede in modo istantaneo, si manifesta improvvisamente. Si pensi al finale di Una questione privata. C'è qui, come spesso nel Partigiano, un tendere verso una pace finale, con quella corsa che chiude il romanzo: Milton corre e corre, si fa angelo e cavallo insieme, alia nell'aria, galoppa sul selciato; poi l'ossessivo mondo dei suoni si allontana per sempre, tace, e Milton riconquista coscienza di sé, della «solitudine, del silenzio e della pace». È anche questa una dinamica costante: penso ai tanti silenzi che, nel Partigiano, ritornano dopo essere stati rotti dalle fucilerie. Sono come un Eden profanato da truppe nemiche all'assalto, con gli scoppi che violano l'immoto della notte: finché, dopo la fuga dal caos e dal rumore che lacera l'aria «sabbatica», dalla fucileria e dagli scoppi, il protagonista approda in «una sollevata distesa d'asfodeli», in boschi «silenti e incalpestati».

Ho detto prima che di tutto il Novecento, se ci sono dei classici destinati a restare, a durare, questo è certo Fenoglio. Uno dei massimi, che ci viene incontro già con un tratto grande, monumentale, perentorio come il suo modo di scrivere. Ha vissuto un momento straordinario, la Resistenza, lo ha visto, e a quello ha dato la parola. Una parola che ha sublimato la cronaca, l'ha liberata dalla casualità; e si è subito rivolta alle cose fondamentali, ai problemi estremi, ai nuclei essenziali: il destino, l'amore, il tradimento, la morte, la violenza, il bene, il male, la libertà, la pace. Fenoglio si è rivolto all'uomo di tutti i tempi, «perché» - ha scritto - «partigiano, come poeta, è parola assoluta, rigettante ogni gradualità»

Inviato da giuseppe genna , Giovedì 26 Giugno 2003
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