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Vacis: su Jerzy Grotowski

grot0.jpgvacis.jpgAwareness (Holden Maps, 14.50 euro) è il libro intervista che Gabriele Vacis ha dedicato a uno dei massimi artisti e teorici dell'arte del Novecento: Jerzy Grotowski. A partire dal titolo, che approssimativamente significa "consapevolezza", si comprende come il lavoro di Vacis, una sorta di memorabile pietra miliare nella cultura italiana dell'ultimo decennio, declini il lavoro teatrale di Grotowski in una traiettoria che centra il cuore stesso dell'opera creativa umana: cioè lo spirituale nell'arte. L'ininterrotto dialogo, che testimonia non soltanto di dieci giorni trascorsi con il genio polacco, fa emergere le zone sensibili che predispongono l'artista a un lavoro di intercettazione del profondo - lavoro compiuto grazie a uno sforzo di estensione della coscienza, verso illimiti territori che hanno ancora a che fare con l'io, ma soltanto nel senso che lo costituiscono. Quest'attenzione allargata, questa precisione che conosce la maschera e, al tempo stesso, il volto che si cela al di sotto di essa, è l'awareness che Jerzy Grotowski ha imparato magistralmente a esercitare e a fare sperimentare a chi lo ha, in qualunque modo, avvicinato. Riproduciamo la piccola prefazione di Vacis al suo libro.

Grotowski, Awareness
di Gabriele Vacis

grot.jpgJerzy Grotowski è uno dei più grandi registi del Novecento.
È lui che ha fatto l’ultima grande rivoluzione nel teatro: ha capito perché vale la pena di continuare a farlo, ha scoperto che c’è ancora bisogno di teatro nonostante sia arrivato il cinema.
I suoi spettacoli proponevano un rapporto diretto tra l’attore e lo spettatore, un rapporto senza mediazioni tecnologiche. Hanno dimostrato che per fare il teatro sono necessari solo l’attore e lo spettatore. La presenza di entrambi nello stesso tempo e nello stesso luogo è l’elemento che distingue il teatro. Il cinema o la televisione avvengono sempre in un altro tempo e in un altro spazio. Ecco perché vale ancora la pena di fare teatro: perché, nell’epoca della comunicazione mediatica, il teatro è uno dei pochissimi posti in cui bisogna essere fisicamente, e non è poco.
Grotowski è nato a Rzeszów, in Polonia, nel 1933. Ha creato i suoi spettacoli tra il 1959 e il 1968 con un gruppo di attori che lo ha seguito per tutto il percorso. Si chiamava Teatr Laboratorium e aveva sede in Polonia, prima a Opole, poi a Wroc aw. Oltre agli spettacoli il Teatr Laboratorium ha elaborato un metodo di allenamento per l’attore basato sull’esercizio fisico e sulla memoria. Questo metodo è l’ideale approfondimento di ricerche precedenti e, al contempo, l’invenzione di qualcosa di nuovo. È quanto di più tradizionale e quanto di più rivoluzionario si possa immaginare.
Nel 1970 Grotowski ha abbandonato il teatro per dedicarsi alla ricerca di forme parateatrali. Nel 1985 ha fondato, a Pontedera, vicino a Pisa, un Workcenter in cui si è occupato di quello che lui stesso chiamava arte come veicolo. È morto a Pontedera il 14 gennaio 1999, quando non aveva ancora sessantasei anni, e una cosa è certa: chiunque faccia teatro oggi non può prescindere dalla sua lezione.
Nel 1991 Grotowski ha tenuto un seminario a Torino.
Il seminario durava dieci giorni. Dieci lezioni di quattro ore in ognuna delle quali Grotowski parlava di teatro e raccontava la sua storia. Il pubblico era formato prevalentemente da attori, registi, organizzatori, studenti e professori, ma credo che chiunque, di qualunque cosa si occupasse nella vita, avrebbe avuto qualcosa da imparare.
Con il Laboratorio Teatro Settimo avevamo organizzato quell’incontro insieme all’Università e al Teatro Stabile di Torino. Ho avuto quindi l’occasione, per le due settimane della sua permanenza a Torino, di occuparmi di Grotowski e del suo seminario.
Durante le lezioni Grotowski parlava francese, per frasi brevi che la sua assistente, Carla Pollastrelli, traduceva in italiano. Grazie alla lentezza di questa esposizione ho potuto prendere appunti, quasi una trascrizione delle lezioni. Sulla base degli appunti vorrei raccontare quelle due settimane di Grotowski a Torino. Chi lo conosce sa che era molto geloso del proprio pensiero. Teneva alla fedeltà e all’esattezza. Sopportava poco soprattutto chi parlava a nome suo. Allora voglio precisare che quanto segue non ha alcuna pretesa di riportare il pensiero di Grotowski.
È solo quello che io ho capito delle sue lezioni.

Inviato da giuseppe genna , Mercoledì 2 Luglio 2003
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