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Moody: Col pianoforte ero un disastro

moody.jpgmoodycover.jpgUna delle chicche imperdibili che l'editoria italiana concede di godersi è la collana macchine da scrivere di minimum fax. Chi fosse interessato alla teoria della letteratura ha l'obbligo di farsi risucchiare da Col pianoforte ero un disastro, l'intervista che Rick Moody ha rilasciato a David Ryan, editor di Paris Review e Post Road, nel 2001. Rick Moody è una delle voci dell'ultimo postmoderno americano che, qui in Italia, attende adeguata celebrazione. Recentemente, dopo la parziale sortita di Demonology, sono usciti per Bompiani i Racconti di demonologia, curati dall'adrenalinico Simone Barillari, che ha firmato un'imperdibile prefazione alle storie allucinate di Moody, e che ora è curatore anche del colloquio tra lo stesso Moody e Ryan, con ulteriore imperdibile prefazione. Sottolineo: imperdibile.
Ecco perché ciò che Barillari dice di Moody è imperdibile: è proprio uno dei migliori esempi della critica letteraria che auspiachiamo vada a travolgere i residui post-strutturalisti e iper-stilistici della più recente e fossile teoria e critica della letteratura. La mossa di Barillari, che è poi la mossa di tutta la critica avantpop - a partire da McCaffrey -, sostituisce di colpo la critica della letteratura a una critica dell'umanità. Sembra una mossa illegittima, invece è la virtù del contemporaneo fattasi carne. Nessun autore, probabilmente, risulta congeniale a questo genere di affondo critico più di Raymond Moody. Non è un caso che Barillari parta da una celeberrima stroncatura che quell'idiota di Dale Peck, uno a cui la letteratura di genere ha dato alla testa, scrisse l'anno scorso su The New Republic, recensendo The Black Veil, l'ultimo romanzo di Moody, il quale si trovò così etichettato: "Rick Moody è il peggior scrittore della sua generazione". Il perché è molto chiaro: Moody è uno scrittore improbabile - o meglio: è un romanziere improbabile. Chi legge i testi di Moody ha l'impressione di leggere un romanzo - un cattivo romanzo. Che cavolo di dialoghi sono quelli che scrive Moody? Dove sono finite le Buone Vecchie Norme? E che fine ha fatto la Nuova Sacra Norma, quella che trasgredisce per benino a tutte le norme della tradizione narrativa? Ecco la feritoia in cui Moody va a infilarsi per finire in un limbo di mezzo che ne fa, con tutta probabilità, una specie di angelo ribelle che abita una zona di mezzo, apparentemente ineffata, della letteratura. Se devo pensare a un riferimento prossimo a Moody, penso a quanto deve essere stato, per un lettore di metà Novecento, Robert Walser: la stessa tensione teologica calata nel farsi della lingua, sconcertante, obliqua a priori, inetichettabile per qualunque prospettiva tenti di approcciarne la scrittura. Rick Moody, ovviamente, ha sulle spalle un secolo americano di cui Walser non disponeva. Però è certo che la letteratura secondo Moody è una potenza di frequenze che lasciano attoniti, che scavalcano qualunque sistema normativo e analitico di comprovata e solida efficacia. La prosa di Rick Moody esige un tipo diverso di critica. Simone Barillari ha risposto a questo appello. Vediamo come.
Il richiamo all'umanità, che va a sostituire la pluritestualità come oggetto centrale della critica richiesta dai romanzi e racconti di Moody, è una teoria del mondo come espansione della retorica letteraria. Fa bene Barillari a richiamare Foster Wallace, che già in Una cosa divertente ammoniva: il mondo contemporaneo irradia fiction più che la letteratura e la narrativa ne esce spiazzata. Il racconto delle storie, che è soltanto una delle attività incantatorie su cui si è costruita la tradizione della letteratura, abbisogna di un lavoro strutturale e ritmico che ciò che si considera "l'extraletterario" ora sta compiendo con scientifica determinazione, spodestando la letteratura. C'è una concezione umanista che fondamentalmente alimenta questo atteggiamento di Moody e Foster Wallace: l'uomo è la letteratura, ma la letteratura si è schierata contro l'uomo. Le storie sono divenute indipendenti, si sono ribellate, si sono fatte strumento di un'affabulazione con cui il Potere tiene a bada i sogni di libertà e superamento che sempre l'umanità ha mitologizzato. E ora? Cosa rimane della letteratura? Foster Wallace e Moody tentano una risposta.
Ecco perché il libretto di minimum fax si intitola Col pianoforte ero un disastro: a un certo punto Rick Moody dice all'intervistatore che si è educato "ad ascoltare. A pensare al suono che avrà quello che scrivi, piuttosto che a come appare alla vista. La mia tesi è che gran parte della letteratura americana contemporanea sia molto orientata verso l'osservazione, verso l'aspetto delle cose. Non ho molta memoria per le apparenze, ma ho buona memoria per i suoni". Moody non ha appreso dalle lezioni di piano a sentire la letteratura in questo modo, poiché col pianoforte era un disastro. Allora di cosa sta parlando Moody? E' un formalista? Un bellettrista? Gli interessa che le sillabe compongano una bella melodia? No. Questo va ripetuto fino allo sfinimento, per evitare equivoci: no. L'atteggiamento narrativo di Moody è più profondo. Non si tratta tanto di restare alla superficie delle storie. Gli apici e gli avvallamenti, i pieni e i vuoti delle storie rischiano una sconfitta rispetto alla fiction di regime: tutto è previsto, normativizzato. Questo è l'enorme rischio che corre la letteratura di genere, soprattutto quella thriller e noir: un thriller cinematografico dispone delle regole di genere e le esegue più efficacemente di quanto ormai accade nei libri. E allora a quale suono inerisce Moody? Al suono che permette tutto. Che genere di suono è questo? Un suono che prescinde dall'idea - prescinde dall'ideologia. Esattamente come ciò che, di Walser, ha detto Deleuze e, dopo di lui, Agamben: il suono celestiale di cui le idee sono fatte. Il passo decisivo di Moody è mettere quel suono nei libri. I libri di Moody vanno letti proprio così: cercando di intercettare una vibrazione di fondo che costituisce il nucleo di fusione della sostanza narrativa.
Non che questo atteggiamento - Barillari, sulla scorta delle dichiarazioni dello stesso Moody, richiama Beckett - non abbia una sua tradizione: questa, anzi, è la tradizione della letteratura, l'infinito scacco della letteratura stessa, che tenta di superare i nomi e le forme attraverso i nomi e le forme. Nulla di nichilistico, in tutto ciò. E nemmeno la paventata espulsione del mondo della vita: basta leggersi l'intervista di Moody per comprendere fino a che punto quest'uomo sia radicato nelle cose, negli odori, nei sentimenti. E' che la sua demonologia è un'antropologia. La sua metafisica è una fisica. Il suo romanzo non è il romanzo che, purtroppo, se continua a essere ciò che è, è un po' meno letterario delle puntate di Friends o di Alias.

Rick Moody - Col pianoforte ero un disastro - minimum fax - 5.50 euro

Inviato da giuseppe genna , Lunedì 7 Luglio 2003
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