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Anticipazione: il caso Cristini

di Sergio Garufi
adelphi.jpgcitati.jpgDopo il caso Dante Virgili, forse sta per irrompere, sulla scena letteraria italiana, un nuovo revival, inatteso e dai contorni drammatici. L'editore Adelphi, su consiglio di Pietro Citati (nella foto a destra), sta per pubblicare Bibliografia di un amore di Massimo Cristini, morto nel 1963 a Firenze. Sergio Garufi, per una curiosa sincronicità, sa di cosa si tratta e ce lo racconta.

Mi si chiedeva tempo fa se esiste lo spirito dei luoghi. Non credo sia solo un'espressione da ciarpame new age, tipo ciò che spinge tante persone a riunirsi al solstizio d'estate fra i menhir di Stonehenge; e non è nemmeno la fesseria su cui si basa gran parte dei film horror. Il genius loci è una sorta di memoria profonda, che conserva e tramanda le tracce mnestiche di un passaggio, la testimonianza di una presenza, qualcosa che lascia un segno sulla materia inerte e con quel segno le infonde vita. Ricordo certi tratti della via Francigena, oggi miseri ruderi abbandonati in mezzo alla campagna, un tempo strada maestra solcata da milizie, pellegrini, straccioni e mercanti i cui passi hanno consunto il lastricato. Ruderi che, come le vite che li hanno attraversati, attendono ora qualcuno che li legga, li spieghi, li racconti.
E mi viene in mente una casa a Firenze di un'amica, dove fui ospite in diverse occasioni, un appartamento del '400 disposto su due livelli collegati fra loro da una scala in pietra serena, forse l'unica parte integralmente autentica della casa, sopravvissuta nel suo stato originario a tutte le ristrutturazioni dei proprietari che si succedettero.
Quei gradini leggermente consunti da tante mute e anonime esistenze - ognuna racchiusa nel proprio angolo di tempo, in frammenti temporali che non comunicano fra loro e non condividono niente, se non il fatto di essere stati depositati lì, nello stesso spazio angusto, dal capriccio della sorte - mi parvero la dimostrazione di come la nostra presenza modifichi, seppur in modo quasi impercettibile, lo spazio che abitiamo; e di come quei passaggi, che si perdono nel tempo e di cui non si è conservata alcuna memoria, rivendichino una loro segreta necessità, diano senso ai passaggi successivi; un po' come capita per l'etimo delle parole, i cui sedimenti semantici si sovrappongono con gli anni fino quasi ad occultare il senso originale, che costituisce il primo gradino di una lunga scala che giunge fino a noi, fino ad oggi.
In quell'appartamento fiorentino, per quegli stessi gradini che videro i miei e tanti altri passi, visse per alcuni anni (dal 1958 al 1963) Massimo Cristini, figura curiosa e tragica di antiquario ed erudito. Alla sua morte, quarant'anni fa, il nipote scoprì un diario che fu pubblicato postumo da un piccolo editore locale (Caravel), e che ora verrà ristampato, su indicazione di Pietro Citati, da Adelphi.
Io ne venni in possesso casualmente l'anno scorso, perché mi fu donato dall'attuale inquilina della casa, ma l’ho letto solo pochi giorni fa, in seguito alla notizia dell'interessamento della casa editrice di Calasso. Bibliografia di un amore (così s'intitola) è un diario intenso e struggente come la vita, forse uno dei libri più belli che abbia avuto la fortuna di leggere, che ripercorre gli ultimi anni della breve esistenza di Cristini (morì a 45 anni). Si tratta di una serie di appunti, note, bozze di lettere, commenti a letture, disegni e riflessioni in forma di confessione che ruotano attorno a pochi temi centrali.
Il lavoro di antiquario (l'autore acquistava e vendeva principalmente dipinti del '600 toscano), l'ossessione per la figura paterna, che non conobbe mai (era figlio di una ragazza madre che morì quando lui aveva solo 15 anni, e fu cresciuto dai nonni materni), l'amore per l'arte e la letteratura e la relazione con Regina Terville, una pittrice di origine francese che incontrò in una libreria di Firenze e assieme alla quale visse gli ultimi tre anni della sua vita.
Quello che colpisce in questo diario - al di là dello stile levigato come una lirica, al di là dei pensieri lucidi e commoventi sugli incontri e le situazioni -, è il fondo di disperazione che lo sorregge e lo anima sempre, perfino nel periodo di grande felicità che trascorse con Regina.
Il leit motiv che spiega e illustra una personalità, un evento, una relazione è sempre l'arte (da cui il bel titolo). Una citazione svela un carattere, una finzione romanzesca illumina una contraddizione (Cristini la chiamava Regina Rossa, come il personaggio di Lewis Carroll che si sposta inseguita dal paesaggio circostante, a simboleggiare il falso movimento, l'impossibilità di fuggire da se stessi), un quadro famoso rivela l'intima essenza della donna amata ("altera e spietata come la Mazzafirra di Cristofano Allori").
Il ritratto di Regina e la storia del loro amore sono senza dubbio la parte più emozionante di questo diario. Dall'incontro che pare segnato dalla sorte, fra due spiriti liberi che si riconoscono complementari e necessari, che decidono di darsi vicendevolmente perché ciascuno è la cura della solitudine dell'altro; alla passione che li porta a desiderare di risvegliarsi accorgendosi di aver fatto entrambi lo stesso sogno; fino ai primi segnali di stanchezza, alla routine della convivenza, agli sguardi che cercano altrove e ai sospetti terribili; per finire con l'inevitabile tradimento e la fuga di lei con un altro; la storia di Regina e Massimo cerca, nelle penna di quest'ultimo, un senso che non trova, una risposta che non c'è, e in qualche modo il loro destino si compie e si realizza proprio nel vuoto di questa sospensione.
La scrittura di Cristini - così come le lunghe passeggiate per le vie del centro di Firenze, alla ricerca di benefici bains de multitude che lo distraggano dalle sue pulsioni autodistruttive - è una forma di igiene mentale, il vano tentativo di elaborare un lutto sentimentale che lo angoscia e annichilisce. Le ultime annotazioni di Cristini sono appelli strazianti a Regina, lettere mai spedite in un'alternarsi di suppliche, accuse e rinfacci che tradiscono un misto di smarrimento e rassegnazione. Ma lei è altrove; non può, o forse non vuole, ascoltare quelle grida di aiuto.
L'ultimo suo appunto è una dichiarazione di resa incondizionata, il fallimento di tutti i suoi sogni, lo scacco finale. Dice: "Non esiste dio, il destino, l'anima gemella. A muovere i nostri passi c'è solo il bisogno di amare e di essere amati, il desiderio di felicità, la paura di restare soli." Con queste parole il diario si chiude, il 2/9/1963, e il giorno dopo Massimo Cristini, preda del suo isolamento e delle sue ossessioni, si toglie la vita.
Leggendo e rileggendo quelle pagine, mi veniva da pensare che il diario è, probabilmente, il genere letterario che garantisce la minor distanza fra arte e vita; il nobile e disperato tentativo di colmare l'abisso insondabile che separa l'una dall'altra. La scrittura non ha salvato Massimo Cristini, perché la scrittura non è il salvacondotto di niente; eppure, paradossalmente, quel poco che si salva di tutta un'esistenza risiede proprio lì, nella pagina diaristica, nelle semplici e illuminanti note di un taccuino privato, nell'umile gesto di registrare, giorno dopo giorno, la cronaca dei nostri pensieri e dei nostri affanni.

Inviato da giuseppe genna , Martedì 8 Luglio 2003
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