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Dante Virgili: La distruzione

virgilicover.jpgE' prevista per settembre l'uscita per i tipi peQuod de La distruzione, ormai mitologico romanzo di Dante Virgili, il caso editoriale del 2003, riaperto dal romanzo di Antonio Franchini Cronaca della fine, dopo che già ne I Demoni (del sottoscritto, di Monina e Parazzoli) Virgili compariva quale demiurgo abissalmente malefico. E' attesa l'uscita di un saggio su apocalisse e letteratura di Bruno Pischedda, con significativa appendice interpretativa su La distruzione. Infine sta per essere pubblicata per Holden Maps una collettanea di saggi che scrittori italiani contemporanei dedicano a testi del Novecento dimenticati, sottovalutati o da rileggere secondo nuove categorie critiche. Uno dei saggi è dedicato a La distruzione di Virgili. Eccone un passaggio.

La distruzione di Dante Virgili: la letteratura antiumana
di Giuseppe Genna

Quando il revival Virgili è giunto al suo acme, con la pubblicazione presso Marsilio di Cronaca della fine, lo splendido romanzo avantpop di Antonio Franchini, è divampato un dibattito, le cui modalità e i cui snodi erano a priori ipotizzabili. La questione, in parole molto povere, era: Dante Virgili è realmente esistito? Il disseppellimento della salma letteraria di Virgili, così postumo e sospetto, ha coinciso con il boom dei blog, tecnologia Web che ha permesso un accesso pressoché illimitato a chiunque. I blogger amano, in questa fase iniziale che corrisponde a una nuova origine della Rete, accanirsi su questioni spesso marginali, inventando tormentoni che comunque esercitano un fascino esotico anche su chi, come me, opera sul Web dai primordi. Uno dei tormentoni, che ha coinvolto praticamente l’intera comunità dei blog, è stato proprio Dante Virgili. Il dibattito, serrato e ricco di una retorica sbilenca e comunque magnetica, ha avuto un suo esito, uno scioglimento improvviso. Luca Sofri, giornalista culturale e gestore di wittgenstein.it, forse il più seguito tra i blog italiani, ha scoperto che Dante Virgili è realmente esistito e che il libro di cui tanti parlavano, La distruzione o, secondo una lectio difficilis, Il nazista, era reperibile nelle biblioteche pubbliche italiane di dieci località. Dieci copie per una leggenda metropolitana che, a differenza di progetti metamediatici come Luther Blissett, sembrava pure inventata con povertà di fantasia. Nulla di più improbabile di quel nome accanto a quel cognome. Nulla di più improbabile di quel titolo, Il nazista, e anche di quella trama, il delirio di un folle hitleriano patologicamente sadomasochista e votato al sogno della fine nucleare dell’umanità. Viene da sorridere rileggendo quale dedica personale ad Antonio Franchini lo stesso Dante Virgili avesse inciso su una fotocopia de Il nazista: “Lettura utile, fra diciannove anni (nel 2000), per i Figli (se ci saranno)”. I Figli c’erano, ma l’utilità di una simile lettura non era certo quella auspicata da questo sulfureo autore, il cui nome e la cui opera, per trent’anni, erano stati sepolti in un oblio privo di qualunque ambiguità.

Alcune tappe del revival Dante Virgili. Dopo vent’anni di silenzio, la sua figura ottiene un’improvvisa, inattesa ribalta. Nell’arco di sei mesi, in ordine di apparizione editoriale ma non di cronologia inventiva, escono: un saggio di Bruno Pischedda ripreso da un lungo articolo di Paolo Di Stefano sul Corriere della Sera; un romanzo labirintico a sei mani, quelle di Ferruccio Parazzoli e di Michele Monina e del sottoscritto, che, con la scusa di ambire a essere il rifacimento postmoderno dei Demoni di Dostoevskij, racconta una plausibile storia del Male assoluto, incarnatosi nella figura metafisica di tale Dante Virgilio, evidente calco dell’autore de La distruzione, di cui ampi passi vengono citati; il romanzo reportage di Antonio Franchini, tutto dedicato, seppure con abissale profondità allegorica, ai pochi splendori e alle molte miserie di Dante Virgili, caso editoriale fallito. L’editore peQuod sta per ristampare la versione definitiva de La distruzione. Bruno Pischedda, presso Aragno, sta per pubblicare una serie di saggi dedicati a letteratura e apocalisse, il sesto dei quali concerne proprio il caso Virgili.
Prima domanda a cui rispondere è dunque: perché il caso editoriale di Dante Virgili, anziché esplodere all’uscita del suo romanzo, deflagra nel 2003?

Perché Dante Virgili è il male e non si tratta soltanto del male che, carsica sostanza che intride di sé la letteratura, è annoverabile nella casuistica del controumanesimo. Qui, ne La distruzione, spira un’altra grana d’aria. La rarefattezza della sua prosa, che procede per singulti che non hanno nulla di avanguardistico, l’apicalità e la precisione delle visioni che fanno da occhio del grande maelstrom virgiliano, e infine l’ossessività compulsiva con cui il delirio medesimo torna sempreidentico su di sé – tutto ciò lascia al lettore l’attonito terrore di una grave imminenza: quella che il tragico promette con instancabile pervicacia nell’arco di tutta la storia umana – e cioè di realizzarsi concretamente. Sull’imminenza di questa autorealizzazione del tragico, a proposito delle cupissime evocazioni di Dante Virgili, si è scomodata un’antica figura retorica: quelle di Virgili, a trent’anni dalla pubblicazione del suo romanzo, sono diventate profezie. Due, essenzialmente: la visione di New York in fiamme mentre crollano le Torri, e l’accenno alla centralità futura del suo amico Saddam Hussein. Non sarà per verificare un’ipotesi parareligiosa che il passo in questione va citato, quanto per renderci conto fino a che punto la letteratura sia antimimetica, quando tesa all’estremo a irradiare un male extraletterario – l’annientamento dell’uomo:

“E’ di moda il martitologio ebraico. Tant’è, non si può andare contro il proprio tempo. Come se fossero vittime solo i morti gassati non quelli arsi con le bombe al fosforo. E gli atomizzati in Giappone. Già, non fu un crimine. Ma quei lanci si ritorceranno presto su di loro, eh eh ALTRE Enola Gay. Mi lecco le labbra pensando all’ammasso di pietre cui si ridurranno le loro città. Colonne di fuoco alte come i grattacieli torri crollanti in un orizzonte sconvolto il cielo brucia sopra New York”

E già non basta più, dal momento che questa scena è stata per l’appunto vista nel 2001. Delle due, l’una: o questa scena non è più letteratura oppure la letteratura è qualcosa di più ampio della rappresentazione storica della realtà.
A contatto con l’immonda blatta Virgili, si propende per la seconda ipotesi. La distruzione non è semplicemente un controcanto dell’immaginario scatenato. C’è un differenziale che allontana il satanismo alla Crowley dalla maniera romanzesca di Dante Virgili: e si tratta di un differenziale tutto a favore dello scrittore de La distruzione. Che differenza esiste tra il desiderio luciferino di trasformazione ascetica dell’uomo e il desiderio umano di annientamento dell’uomo? La differenza sta in questo: nella realtà. Il puntiglio quasi scientifico con cui la storia pare costretta a realizzare le visioni di Virgili e non quelle di Crowley, con tutta probabilità, è un effetto ottico dovuto a un’antica furbata dello scrittore. Lo scrittore è l’antimetafisico per eccellenza: egli lavora soltanto all’interno del cerchio magico che è il regno dei nomi e delle forme. Fuori dai nomi e dalle forme, l’uomo continua a esserci, ma lo scrittore non c’è più. A differenza dell’autentico metafisico, uno scrittore come Virgili sa – e lo sa con certezza algebrica – che non il male opera nella realtà storica – nella storia opera l’uomo. L’uomo è un vecchio animale che lo scrittore conosce da sempre. Le sue più fosche profezie altro non sono che travestimenti della legge arcaica con cui l’uomo fa la storia: nascita, acme, decadenza, morte e trasformazione. E poiché Virgili prende di petto la questione storica per eccellenza, che è quella che il poeta Celan riassume nel verso in forma di domanda “Chi regna?”, sarà ancora più facile fingersi profeta prevedendo la fine dell’Impero che, dalla saga di Gilgamesh all’Antico testamento al ciclo omerico ai sesti canti danteschi al Riccardo shakesperiano all’Inghilterra di Hugo è, comunque, la medesima storia – una storie di storie su cui la letteratura modula declinazioni tonali, ma non sostanziali.

A controprova di ciò, chiudete gli occhi. Siete cresciuti nella letteratura. La letteratura, che è tutto l’uomo, è tutto di voi. Evocate quest’idea: fine dell’umanità. Ora svolgetela in immagini: immaginate la fine dell’umanità. E poi confrontate il tutto con questo passo de La distruzione:

“In ultimo un conflitto nucleare mi salverà. E’ fatale che scoppi prima o poi. DEVE scoppiare. Si strazieranno a vicenda bruceranno vivi nel loro calderone da streghe. Si macereranno in un’orgia di fuoco. La fissione di un chilogrammo d’uranio Bomba H. Pari a tutte le bombe esplose sulla Ger. Mi farò grasse risate. Dieci minuti prima di morire. Morire ridendo. Die RACHE la sola cosa che importi. Il più alto destino dell’uomo. Le loro città dilaniate. Incenerite. I loro bambini carbonizzati i treni pieni di bimbi a Dresda. Un lungo fiume di fuoco solo fuoco fuoco dappertutto fuoco e ceneri ceneri ceneri e fuoco e ancora ceneri. Emetto singulti ho come un principio d’estasi. E urla inumane il terrore atomico fra i popoli. Poi il silenzio ovunque sullo sferoide terrestre. Un gelido chiarore violaceo. Ora tutto è grigio. GRIGIO. Nero chiaro”.

Ecco una verità importante della letteratura: tutto è immaginabile in letteratura e, in quanto immaginabile, non è soltanto possibile che accada: accadrà. Non c’è una pensabilità della fine collettiva che esuli da questa visione generalista, alla fin fine prosaica e scontata, con cui Virgili invera il teorema che decreta il vantaggio della fantascienza su tutti gli altri generi letterari.
E questo è il tragico che si incarna: diventa storico. Questo è l’assoluto male della letteratura. L’assoluto male della letteratura, che è il male assoluto, è un assoluto soltanto inrelazione all’uomo. La letteratura può fare di ben peggio. La letteratura, quando fa peggio, aspira a non essere né storia né letteratura. Aspira a conquistare tutta la realtà prescindendo dal soggetto che la percepisce. C’è un assolutismo del male letterario che è questo: la letteratura, macchina celibe e assassina, desidera sostituirsi all’uomo, farne a meno, vedere l’universo facendo a meno dell’uomo. E’ già capace di pronunciare questa orripilante parola che viene dopo lo sterminio umano. Prendete il passo di Virgili, che è emblematico da questo punto di vista: egli sa che, dopo l’apocalisse dell’uomo, ci sarà silenzio e un pallore nerochiaro.
Quest’ambizione frustrata è l’istinto antiumano della letteratura. Pochi lottano sull’orlo di questo abisso. Lottano spesso senza volerlo.
Sono gli scrittori.

Inviato da giuseppe genna , Mercoledì 9 Luglio 2003
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