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Affinati intervista Hillman
di Eraldo Affinati
![]() Che cosa significa diventare vecchi? Lo chiedo a James Hillman, 75 anni, uno dei grandi filosofi contemporanei, il più illustre esponente della psicanalisi di matrice junghiana, in Italia per presentare il suo ultimo libro-intervista con Silvia Ronchey (Il piacere di pensare, Rizzoli, pagg. 172, lire 22mila). E lui mi risponde così: «Rispetto a quand'ero giovane, sto più attento a dove metto i piedi. Entro ed esco dalla vasca da bagno con maggiore attenzione. Alcune cose sono rimaste le stesse. Ma c'è una grande differenza».Si ferma qualche istante per formulare bene il suo pensiero. Siamo seduti nella terrazza dell'albergo romano in cui alloggia: la giornata è stupenda. All'orizzonte la cupola vaticana sembra l'elmo di un cavaliere misterioso. Sarà per questo motivo che le parole di James Hillman scendono su di me come una grande benedizione: «Amo il mondo con maggiore intensità. Capisce che cosa intendo? Natura, edifici, esperienze. Ma non voglio più possederlo. Non ho neanche bisogno di sapere a che cosa tende. Ecco ciò che cambia con gli anni: l'acquisizione». Non è doloroso, chiedo, sperimentare su se stessi che al diminuire dell'energia corrisponde una superiore profondità? Il mio interlocutore sospira: «Per nostra fortuna l'aumento della qualità percettiva compensa la minore forza vitale».
Una volta Vladimir Nabokov dichiarò di non credere che tutti i malanni mentali si possano guarire con un'applicazione quotidiana di vecchi miti greci alle parti intime. E' un assunto che mi ha sempre colpito. Ipotizzo che Hillman sia diventato ciò che è perché la pensa in modo opposto rispetto al grande romanziere: infatti mostra di essere molto interessato alla citazione. Si scrive sul foglietto il titolo dell'opera da cui l'ho tratta: Intransigenze, un volume edito in Italia dal suo editore, Adelphi. «Secondo me - aggiunge - Lolita resta comunque uno dei grandi libri psicologici dei nostri tempi». Ma questa, conveniamo, è un'altra questione. L'uomo che ho di fronte sembra saggio, come si può esserlo oggi, dopo le rivoluzioni novecentesche, con l'elasticità e il disincanto di cui tutti noi vorremmo disporre nei momenti di crisi. Che cosa significa fare bene il proprio lavoro? «Rispettare lo spirito guida che abbiamo. Il nostro carattere. Gli antichi lo chiamavano il dàimon. Le voglio raccontare un episodio. La prima volta che venni in Italia, nel 1947, incontrai uno scultore. Eravamo in treno. Lui mi disse una frase che non ho dimenticato: il sudore puzza. Per tornare alla sua domanda, bisogna trovare una sintesi equilibrata fra piacere e impegno, gioia e dovere, come accadeva nelle botteghe fiorentine del Quattrocento». E' possibile compiere oggi un'esperienza integrale come quella del Rinascimento? Lo chiedo a uno dei più importanti studiosi di Marsilio Ficino. «Dovremmo realizzarla in modo diverso. Il compito dell'artista contemporaneo è immaginare nuovi ambienti in cui vivere, reinventare lo spazio e i rapporti umani». Chi è lo scrittore in una società primitiva? «Un uomo legato ai riti, alle tradizioni. Colui che intrattiene un rapporto con gli dei». Ora ci siamo scaldati. Hillman è pronto a sparare i suoi colpi. Come potremo superare il trauma delle Twin Towers? «D'ora in poi dovremo essere meno innocenti e meno arroganti, allo stesso tempo». Quindi , condivide l'opinione di Saul Bellow, Iddio lo protegga: l'11 settembre ha fatto capire agli americani che la nazione in cui vivono non è più il Paese dei Balocchi. «Sì, ma seimila morti non fanno bene a nessuno. Abbiamo pagato un prezzo troppo alto per raggiungere questa consapevolezza, ammesso e non concesso che ci riusciremo». Qual è il problema dell'America, oggi? «Stiamo facendo un errore clamoroso: crediamo nella nostra propaganda. Rifiutiamo la ferita. Del resto, il confronto col diniego è uno dei lavori più duri da compiere in termini psicanalitici». Mister Hillman, le cose accadono per caso o per necessità? «Non c'è modo di appurarlo. Possiamo imbastire congetture». Allora mettiamola così: il fatto che lei sia nato ad Atlantic City, città del gioco, ha influito sulla sua vita? «Molto. E un luogo pieno di immagini e fantasia. D'inverno appare vuoto, grigio. D'estate arrivano milioni di persone: gangster e famiglie con bambini». Pensare miticamente vuol dire credere nelle congiunture inesplicabili, nei campi magnetici? James Hillman s'avvicina al tavolo dove sto prendendo appunti: i suoi occhi di ragazzo videro il vecchio Jung, a Zurigo. E come se mi facesse i raggi X: vuole sapere chi sono, perché gli rivolgo queste domande, a che cosa miro. Devo scoprire le carte. Gli racconto qualcosa di me. Questa serietà, da parte sua, mi rassicura. Lo ascolto con attenzione: «Dobbiamo accettare non tanto l'inesplicabile, quanto ciò che non si può misurare, quello che la scienza non spiega. Le divinità greche chiedevano all'uomo una sola cosa: non essere dimenticate. Nella religione ebraico-ortodossa i ricci che contornano il viso sono così proprio per sottolineare la presenza di Dio: dovunque rivolgi lo sguardo, ti ricordi di Lui. E questo è tutto». No, signor Hillman, mi permetta, vorrei dirgli, qui tutto comincia. Ma mi trattengo. Però non demordo. E insisto: gli dei orientano la vita degli uomini? «Non lo sappiamo. Dipende da noi. Se non la pensi in questo modo, puoi diventare un umanista, oppure un nichilista». Lei come la pensa? «Io credo che Ares-Marte, Afrodite, Venere, Apollo e tutti gli altri siano con noi, sempre, benché invisibili». Vuol dire dalla nostra parte? «Oh no! lo mi limito ad affermare la loro presenza. Aggiungo che essi sono molto primitivi». Perché l'arte è una cura? «L'arte, la religione e, probabilmente, anche la politica appaiono legate. Devono essere molto grandi». A quale scopo? «Per contenere la follia umana. La differenza fra gli uomini e le altre specie è che noi siamo pazzi. Abbiamo bisogno di grandi scatole dove sistemare i nostri deliri. L'arte è uno di questi container». Qual'è il pericolo maggiore? «Quando c'è una passione esclusiva, l'uomo rischia di perdere il controllo. Come lei sa, gli dei ritornano. Guardi il vecchio Ermes-Mercurio: oggi governa la Borsa ed è sovrano della Rete. Fa tutto lui: crea il mercato e lo butta giù». Insomma, è il solito ladro? «Si, ma non dobbiamo pensare che sia colpa sua. Siamo noi ad esserci intossicati, avendolo messo su un piedistallo». E' vero che una scuola senza eros non può insegnare nulla? «In America esistono ottime scuole. Bravi insegnanti. Persone in gamba. Ma l'istruzione, dobbiamo ammetterlo, non è il punto forte degli Stati Uniti. Nella mentalità americana conta solo il risultato. Basta vedere il nostro presidente. Non si può certo definirlo un uomo colto, dispone di un linguaggio appena sufficiente. Ma ha successo». Lei quindi la pensa come Norman Mailer che, durante la campagna elettorale per la conquista della Casa Bianca, definì George Bush junior «un utile idiota»? «In effetti - conclude ridendo James Hillman - sono d'accordo solo con metà di questa dichiarazione: non credo che sia utile». [da Il Giornale, 20 ottobre 2001] Inviato da giuseppe genna , Giovedì 10 Luglio 2003
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