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(27/04/2004 - 15:53)
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Eraldo Affinati: Nove

affinatitext.jpgE' nato nel 1956 a Roma. Scrittore e giornalista, collabora a numerosi quotidiani e riviste. Tra le sue opere narrative e saggistiche ricordiamo Veglia d’armi. L’uomo di Tolstoj (1992), Soldati del 1956 (1993), Bandiera Bianca (1995), Patto giurato. La poesia di Milo De Angelis (1996), Uomini pericolosi (1998), Campo del sangue (2000), Il nemico negli occhi (2001), Il teologo contro Hitler. Sulle tracce di Dietrich Bonhoeffer (2002). Vive a Roma, dove insegna presso una scuola media superiore.

Nove lo chiamavamo così non perché facesse parte di una numerosa e fantastica stirpe: a giudicare dall'aspetto, questa era proprio l'ultima cosa che avremmo potuto pensare. La scelta di quel soprannome affonda le sue radici nel tempo della prima adolescenza, quando ci sentivamo, senza eccezioni, migliori di adesso e il luogo che aveva visto nascere le nostre misere ambizioni era uguale, in tutto e per tutto, a quello di secoli fa. Una volta i monaci di questo convento, procedendo in righe allineate sul circuito d'asfalto che, attraverso i ripidi tornanti della Via Crucis, sale verso il cimitero, recitavano il rosario inanellando i versetti delle preghiere come se fossero poesie imparate a memoria. Noi, qualche metro più in là, li prendevamo in giro imitandoli: «DUE E DUE QUATTRO, CINQUE E DUE SETTE, SEI E DUE OTTO!». Finché, giunti sotto i grandi pini, dove la strada diventa un sentiero sassoso, prima ancora che i religiosi ci scacciassero via come mosche ronzanti, con straordinaria puntualità dal piccolo cortile adiacente ascoltavamo un irato, incontenibile motto finale: «SETTE E DUE NOVE!».
Col passare degli anni, il grido stizzoso si trasformò in una parola d'ordine per chi, come noi, era alla costante ricerca di una legge da rispettare; colui che lo pronunciava, presto ne assunse l'identità. Così quel tronco d'uomo, privo di vere braccia e gambe, col viso butterato e la voce roca, quella minuscola sembianza che sin da piccoli eravamo abituati a vedere trascinarsi in terra, alla stessa stregua dei lombrichi feriti, acquistò un nomignolo pressoché definitivo. Come d'altro canto si chiamasse davvero, non si seppe mai, né potremmo dirlo ora che siamo tutti invecchiati e lui è tornato nelle terribili grinfie del suo perlomeno bizzarro creatore.
Nove emergeva da una specie d'abbandonata autorimessa posta accanto alle tombe dove, per così dire, abitava, senza che nessuno si chiedesse chi fossero i suoi presumibili familiari o soccorritori. Da quale sorprendente genealogia spuntasse il residuo umano, che storia avesse alle spalle, questo per noi contava quanto un due di coppe a briscola. Eravamo ragazzi, nemmeno adolescenti fatti: a quell'età certe domande restano nell'anticamera del cervello. Soltanto oggi, col senno di poi, ragionando sugli stracciati ricordi che restano, si potrebbe supporre che fossero i monaci a prendersi cura di lui: chi altri in paese, anche considerando le miserabili opere di cui Nove si rese protagonista, ne avrebbe avuto il coraggio? Ci voleva proprio una dura scorza, e fegato a prova di bomba, per affrontarne solamente la vista. Immaginate una pelle che striscia e un naso e una bocca tagliati di sbieco e un cranio quasi più grande del busto, coi maglioni scuciti che indossava come panciotti di manichino, le stecche di legno agganciate sui fianchi per superare gli sbalzi del terreno; immaginate tutto questo e non avrete ancora l'idea precisa dell'individuo che il destino ci pose di fronte. I lamenti da lui prodotti per lo sforzo di avanzare centimetro dopo centimetro assomigliavano a quelli di un uomo mentre defeca. Eppure, malgrado ciò, chi gli avesse negato legittima cittadinanza nella comunità civile, avrebbe preso un grosso abbaglio, perché Nove, come presto ci rendemmo conto, non solo era uguale agli altri uomini: ne riassumeva anche, in proporzioni del tutto normali, desideri, vizi e virtù; il che, nelle sue condizioni, non faceva che drammatizzare l'impotenza fisica in cui era costretto a vivere.

La nostra è sempre stata una valle ermeticamente serrata, quantunque il progresso e l'invasione turistica dei torpedoni l'abbia ultimamente lasciata affacciare all'esterno, come una bocca d'uccellino in cerca di pappa. Dollari e marchi pesanti sono affluiti improvvisi, rovesciati su di noi al pari di manna dal cielo, facendo scoppiare gli inconfondibili segni del benessere: ville, automobili, locande a quattro stelle, escursioni con segnavia, impianti di sci, campi da tennis e calcetto, superfici ghiacciate per il pattinaggio; foruncoli di pus, secondo i monaci del convento, i quali si chiusero le porte alle spalle, votati sin d'allora alla totale estinzione. Eppure neanche adesso i paesani autentici tradiscono le loro origini sposandosi con gente di fuori. Gli affari sono affari: vanno tenuti distinti dagli affetti. Sarà per questo motivo che diversi individui tarati hanno trovato, presso di noi, naturale riparo, a volte frutto di unioni quasi consanguinee? In ogni caso, nessuna deturpazione che ci fu dato conoscere superò mai quella, sconvolgente, di Nove, il cui cervello peraltro, seppure entro un certo limite, funzionò sempre in modo ineccepibile.
Quanti anni sono trascorsi dal giorno in cui, secondo il nostro giudizio infantile, egli dimostrò tutta l'insana protervia da cui si sentiva spinto, che oggi interpreterei piuttosto come un'oscura protesta contro il suo corpo amputato? Erano tempi sicuri, laboriosi: tutti incassavano l'onesto compenso per il lavoro svolto, senza lasciarsi distogliere dai vizi e dagli svaghi che attualmente insidiano i nostri figli, cresciuti respirando il fumo delle trazioni integrali inerpicate su vette prima inaccessibili. Chi poteva lamentarsi? Chi avrebbe trovato l'ardire di piangere sul latte versato? S'andava a letto allo sfiorire del giorno, pronti a riprendere con lena l'azione al canto del gallo. Se qualcuno avesse avuto bisogno d'aiuto, doveva solo chiederlo. Le case erano poche, attaccate alla roccia dei monti come croste sulle ferite. Quando il sole declinava dietro il picco più alto, nella valle trionfava il silenzio. Di notte vedevi le piccole luci spegnersi a una a una: sembrava la messinscena del presepe. A chi veniva dalle metropoli pareva uno spettacolo fuori dal mondo. Per gli scarsi abitanti era tutta la realtà: quelli che partivano, presto o tardi, ritornavano. Ancora oggi si contano sulle dita i nomi dei rari emigrati che hanno rotto per sempre i rapporti con la terra d'origine. Nessuno può staccare le proprie radici senza recarne in viso le indelebili conseguenze. E questa casa spirituale, queste vecchie mura dissestate, dove i religiosi pregavano invocando la comprensione del Signore, chi fra noi può dimenticarla? Non certo io che, nella mia qualità di funzionario comunale, sono stato incaricato di venderla.
Ne faranno un grande albergo alpino, ristrutturando celle, saloni e corridoi. Gli orti a gradoni sottostanti, trascurati e invasi dal fogliame, diventeranno orti botanici. Nella conca davanti al gruppo principale costruiranno una piscina olimpionica. Là, dove c'era il giardino, hanno arrangiato il percorso del minigolf con ponti, casupole e cancelletti. L'autorimessa di Nove sarà trasformata in un garage a più livelli con silos sotterranei governati da circuiti elettronici in grado di accogliere centinaia di veicoli. Tutto questo l'accetto per il bene comune; sarebbe assurdo, specialmente in chi, come me, grazie a studi lunghi e cocciuti, si è faticosamente emancipato dall'umile condizione dalla quale proveniva, voler contrastare il progresso che avanza. L'accetto ma non lo condivido. Senza moralismi (non ne sono il tipo), mi rendo conto che la ricchezza ci ha tolto più di quanto ha dato. Il paese dove abbiamo vissuto, in pochi anni di rapido, improvviso sviluppo, è diventato irriconoscibile. Adesso incassiamo i proventi degli investimenti effettuati, siamo proprietari di confortevoli automobili, abitiamo in ville da cinematografo, mangiamo pomodori tutto l'anno, facciamo palestra due volte alla settimana. Chi è il pazzo che potrebbe contestare questo benessere? Eppure, nel calcolo, qualcosa non mi convince. è come se ci avessero sottoposto a un trattamento di chirurgia estetica: la pelle splendida di cui facciamo mostra non ha rughe, ma sembra d'acciaio metallizzato.
Osservo l'ex convento: da quando l'ultimo dei monaci, un vecchio ansante e corpulento, se ne andò via, qui non c'è più stata anima viva. La scorsa settimana abbiamo terminato le perizie e gli inventari; non resta che stilare il documento ufficiale necessario per indire l'asta pubblica. Con il mazzo di chiavi, apro e chiudo, m'affaccio ai balconi, sistemo le tende, getto le cartacce. Il sindaco ha lasciato a me tali incombenze. Forse aveva paura di tornare sul luogo del delitto?
Non potrà negare, almeno di fronte alla sua coscienza, d'aver fatto parte della compagnia: era uno del gruppo, quella sera, anche se non certo il caporione, quando decidemmo di agire immediatamente, senza perdere neppure un minuto. Sarebbe stato difficile prevedere per lui un futuro di primo cittadino. E sua moglie? Non creda di potersi tirare indietro come se niente fosse accaduto! O dovrei essere piuttosto incline a pensare che solo io, dei tanti che, in un modo o nell'altro, contribuirono all'impresa, ho avuto in sorte il peso del ricordo? Alla nostra età, non è possibile fingere: i nodi vengono al pettine nel sorriso ingenuo dei bambini che stiamo allevando, nel frastornante ritmo di battuta che caratterizza, come un din-don ironico e allusivo, l'attività quotidiana, durante i brevi momenti di pausa e rilassamento, quando c'illudiamo di essere riusciti a mettere una pietra sopra le malefatte del passato; cosicché il fatidico istante della resa dei conti che, da perfetti incoscienti, pensavamo di poter differire all'infinito, si ripresenta dinanzi a noi ancora più grave rispetto a come lo avevamo lasciato, chiedendo un'udienza improcrastinabile. Sì, tutti i partecipanti, ne sono sicuro, stanno vivendo le mie stesse ansie, anche se non lo ammetteranno mai: per assurdo, qualcuno di loro potrebbe giungere alla risoluzione cruciale di rivelare l'azione compiuta, disponendosi con il cuore sereno ad affrontare lo scandalo pubblico; ma infangare la reputazione della famiglia, dei giovani inconsapevoli, questo no, sarebbe insopportabile. E poi, ecco la controrisposta che tanto spesso mi sono dato: a chi potrebbe interessare la sorte di un essere così indegno e spregevole? Perché scoprirsi totalmente, fino al punto di rischiare il linciaggio, in onore suo?

Dall'alto della torre getto uno sguardo sui tornanti della Via Crucis dove facemmo rotolare Nove come un bob impazzito. Di notte nessuno poteva vederci. Ne trovammo il mezzo corpo sfracellato al suolo, rantolante. Qualcuno lo finì scalciando nelle parti ancora vitali. Io stesso diedi un colpo fortissimo: ebbi l'impressione di affondare la punta del piede dentro un pagliaio di noci. Avevamo, me lo ripeto come una nota musicale protratta all'infinito, dodici, non più di tredici anni. Siamo diventati proprietari d'alberghi, maestri di sci, guide alpine, sindaci, assessori. Non abbiamo mai detto niente a nessuno. I monaci, come tutti, pensarono si fosse trattato di una disgrazia. Al funerale il sacerdote alzò le braccia al cielo, invitando le quattro persone presenti a rassegnarsi al volere di Dio. Tutto il paese parve sotterrare il misero corpo come fanno i gatti coi loro bisogni. Soltanto le ragazzine sapevano quello che era successo: ma esse disponevano di una ragione in più della nostra per tenere cucita la bocca. Nove le aveva insidiate. Almeno questa era stata la nostra versione, quella che ognuno della banda aveva immediatamente condiviso pregustando, nel momento in cui ciò avveniva, la giustizia sommaria che sarebbe stata compiuta. Ricordo come fosse ieri lo sguardo in transito, come una saetta guizzante, dall'uno all'altro fra quelli che invece sapevano di più, gruppo minoritario di cui facevo parte anch'io. Non mettemmo a disposizione dei compagni tale supplemento informativo considerandolo d'istinto un potenziale ostacolo alla sete di sangue che sentivamo seccarci la gola. In seguito le ragazzine sposarono molti del famigerato gruppo, implicitamente aderendo a un patto d'omertà: quando l'andamento reale dei fatti divenne, anche se mistificato dai racconti che ne fecero le protagoniste, patrimonio comune, era già troppo tardi per essere svelato.

Questa cappelletta verrà trasformata in una sauna finlandese attrezzata di tutto punto; me l'ha detto uno degli impresari che, assai probabilmente, vincerà l'asta, aggiungendo subito dopo con ghigno spavaldo: «Mens sana, in corpore sano». Pare che gli operatori turistici abbiano già stilato accordi con diversi gruppi di potenziali visitatori, provenienti soprattutto dall'Europa del Nord. Dove un tempo c'era la stanza del padre guardiano, fra un paio d'anni farà bella mostra la più avveniristica delle reception, con l'impiegato pronto a incassare gli assegni dei nuovi clienti. Il refettorio scomparirà, al suo posto costruiranno la sala giochi dei bambini, mentre per il ristorante è previsto l'ampliamento di un'ala del monastero. Il chiostro, così ho saputo, si chiamerà garden-party e ospiterà una serie di gazebo con tavolini inchiodati nel terreno. Tolgo le ultime suppellettili sistemandole nel cassone che sarà presto ritirato dall'azienda dei traslochi. Nella residua scia sacrale da cui mi sento invaso, ripeto fra me e me i termini della vecchia domanda: di chi è stata la colpa? Da sempre ci burlavamo di Nove: lui in pratica non si poteva muovere da solo. I mezzi bicipiti che aveva al posto delle braccia gli consentivano soltanto di reggersi agli spigoli, come un immaginario atleta alle parallele: in tali precarie condizioni non è che potesse fare più di qualche misero avanzamento; comunque, privato di supporti, era fuori gioco. Il corpo infatti finiva all'attaccatura delle gambe con un tappo di carne sotto il bacino: incomprensibile nequizia genetica.
Sarebbe stato solo un mutilato se avesse preso in considerazione l'idea di starsene buono e tranquillo per tutta la vita davanti al finestrone della sagrestia dove talvolta veniva posto dai religiosi, come un vecchio pupazzo di Bambin Gesù. Ma quella era proprio l'ultima cosa che gli sarebbe passata nella testa. Nove (lo ripeto forse per giustificare l'accaduto?) evitò sempre di nascondersi dietro la sua terribile deformità; non dico se ne compiacesse, però tendeva a usarla come un'arma impropria. Siccome aveva curiosità di vedere il mondo esterno, chiedeva a noi ragazzi di essere trasportato in giro per il paese sulle cassette di frutta legate alla corda: un'irripetibile occasione di divertimento alla quale, dal nostro punto di vista, non avremmo mai rinunciato. Oggi Nove disporrebbe della carrozzella elettrica, ma quella in cui ebbe la sfortuna di vivere era proprio un'altra epoca. Ce lo tiravamo dietro come un balocco rotto che rideva sprezzante verso chi lo guardava inorridito. Urlava: «Forza, spingete più veloce, non fermatevi, lasciatemi scivolare!» cercando in tutti i modi di restare in equilibrio, mentre noi gli facevamo affrontare curve strepitose, sballottandolo qua e là, nemmeno fosse un'anguria sul camion. Ci litigavamo il capo della corda in due o tre: quelli che non tiravano correvano accanto pronti alla sostituzione. Diverse volte, a causa della nostra imperizia, lo perdemmo durante la corsa. In quei tristi frangenti Nove gridava: «Aiuto, siete matti! Cosa vi è preso? Non mi lasciate andare così, salvatemi!».
La sua voce disperata non ci faceva né caldo né freddo. In ragione dell'inerzia che aveva accumulato, il tronco umano rotolava su se stesso fin quando non trovava un ostacolo in cui impigliarsi: allora lo andavamo a riprendere. Se avevamo altri impegni, che so, quattro calci al campo, un lancio di sassi al laghetto, capitava che lo lasciassimo per strada, simile a un giocattolo di cui c'eravamo stancati. Nove doveva tornare a casa strisciando come un verme finché qualche adulto non aveva la bontà di raccoglierlo in braccio consegnandolo ai monaci di questo convento.
Eravamo spietati. Eppure anche Nove non poteva dirsi innocente: bastava guardarlo negli occhi per capire che, se avesse potuto, ci avrebbe uccisi all'istante. E poi, il modo come fissava le donne! A quei tempi almeno noi ragazzetti capivamo ben poco dei suoi appostamenti sulla strada del cimitero, uno dei rari luoghi in cui poteva osservare il passaggio delle gonnelle, dal momento che in paese la sua presenza era mal tollerata. Oggi ogni cosa risulta chiara. Mimetizzato nel fossato, Nove si concentrava sulle figure femminili, come se dovesse ricavarci chissà quale apprendimento. Faceva paura, certo, e anche una certa dose di pena. Si dirà che nel suo caso si trattava di una logica reazione alla vulnerabilità fisica, ma avrebbe potuto crearsi cento altre maschere rispetto a quella che scelse come la più congeniale per sé: il mostro cattivo che mangia le bambine. O furono loro che si presero gioco di lui?
Esco in giardino, cercando di respirare aria pura, come se queste stanze mi avessero occluso i polmoni. Siedo sulla panchina di fronte al massiccio montuoso che conosco a menadito perché l'ho sempre avuto davanti, sin da piccolo. E' composto da una serie di minuscoli triangoli dai bordi irregolari, smangiucchiati dalle intemperie nel corso dei secoli: la maggiore sommità a quest'ora sembra venata d'azzurro, mentre la sera diventa un chiodo arrugginito; le vette che digradano intorno sono più opache, nodosi balzelli di roccia scura. Tutto l'insieme dà l'impressione di una mano di vecchio sul punto di chiudersi a pugno, come se fra poco piombasse sul paese distruggendolo: sono trascorsi millenni e, per nostra fortuna, non è ancora accaduto.
Nove aveva una testa di toro. Nel corso degli sballottamenti cui andava soggetto, le pupille si rovesciavano nelle orbite facendogli assumere l'aspetto del cieco, la bocca schiumava e, di tanto in tanto, un lungo pene fuoriusciva dalla patta scucita che qualche spirito amico gli aveva applicato sotto il sedere, suscitando la nostra irrefrenabile ilarità. Lo avrebbe potuto infilare dovunque avesse voluto, voglio dire in qualsiasi pertugio, essendo comprensibilmente un suo punto d'orgoglio quello di possedere un simile arnese: nell'innegabile catastrofe fisica in cui pure viveva, quella specie di potenziale unica zampa doveva costituire per lui la piccola, inconfessabile rivincita nei confronti del genere umano altrimenti dotato. Non fu proprio il futuro sindaco, insieme a quattro o cinque di noi che, durante gli assolati, allora deserti mesi estivi, prese a spiare Nove le ore pomeridiane in cui restava da solo, nei dintorni dell'autorimessa, immobile con le spalle al muretto, dove i monaci lo appoggiavano prima di ritirarsi nelle celle a pregare? Ci mettevamo al riparo, dietro la cinta del cimitero, per vedere cosa avrebbe fatto quel soprammobile scheggiato di fresco, oltre che sbarrare gli occhi a destra e sinistra, nell'istintiva difesa dell'invalido, come se l'acuito senso visivo che lo caratterizzava, uno dei pochi ancora disponibili, potesse essere in grado di sostituire le funzioni mancanti.
Alla fine lo spettacolo era sempre il medesimo: Nove, con la tempestività di un appuntamento ancestrale, inclinava la testa in terra facendosi forza col tronco. Non raggiungeva subito la verticale cui evidentemente mirava. Erano necessarie numerose spinte, dal basso verso l'alto, per trovare il giusto punto d'equilibrio. Spesso e volentieri Nove ricadeva in terra, dall'una e l'altra parte, senza tuttavia demordere. Ma quando, dopo una serie di goffi tentativi, raggiungeva la magica sospensione, emetteva il suo caratteristico urlo di gioia rauco e selvaggio. Non appena riusciva a piantarsi sulla testa, coi moncherini all'aria, cominciava ad avanzare nel cortile in una stramba corsa sbilanciata.
Non si capiva se fosse una cosa naturale. Il pover'uomo sembrava un bambolotto meccanico, azionato elettricamente. Procedeva a piccoli salti puntellandosi sul cranio e, quando necessario, ricorreva all'aiuto delle spalle utilizzandole come strampalate stampelle. Perché si dedicava a questo assurdo esercizio da circo? Camminare sulla testa lo faceva star meglio? O era un modo per sentirsi più forte? Ancora adesso non saprei cosa rispondere. Ricordo soltanto la stravagante varietà di uno storpio. I muri pieni di vecchie croste che delimitavano le sue tristi evoluzioni, le macchie d'olio e benzina disseminate a terra, i gemiti prodotti dall'uomo: tutto questo accresceva il nostro sgomento impedendoci di ridere e scherzare come di norma accadeva; chi provava a farlo, a stento tratteneva un grugnito sforzato. Quello che poi, dopo qualche attimo, puntualmente si verificava sotto il nostro sguardo d'ancora imberbi ragazzini, ho cercato di scacciarlo dalla mente per anni, tanto ancora mi disturba: Nove, a un certo punto, cadeva a terra sfinito, come se avesse deciso all'improvviso di mollare la presa; apriva la bocca mostrando i denti neri e si lasciava andare in un pianto desolato, talvolta convulso, che pareva interminabile e ci spingeva alla fuga.

Scendo i ripiani dell'orto, animato dalla dolente accortezza che l'individuo non più giovane tiene in riserva per i momenti in cui sente di dover salvaguardare la propria incolumità. Calpesto l'erba marcia, le radici secche, le zolle di terra percorse dalle formiche. Tutto compreso nella funzione professionale che esercito, raduno gli sgabelli di ferro rimasti disseminati lungo i canaloni dove i monaci si fermavano a meditare in piccoli gruppi prima che facesse scuro. La vallata sottostante, sprofondata in un leggero pulviscolo, si apre al mio sguardo simile a un album dai frequenti buchi, come se qualcuno avesse rubato le fotografie che ricordavo: sono i nuovi cantieri di lavoro, laboriosi e attivi, attraverso i quali passano gru, rimorchi carichi di cemento, squadre di operai. L'intera zona verrà dotata dei nuovi impianti di risalita promessi nel più recente Consiglio Regionale; di conseguenza si stanno potenziando le ricezioni alberghiere con l'obiettivo di articolare meglio le infrastrutture urbanistiche. Dalla prossima stagione invernale entreranno in funzione le due seggiovie sugli altipiani. Dal fondovalle la funivia centrale sin d'ora raggiunge i bastioni.
Sento il rumore di qualche motorino da cross che gira nei sentieri qua sotto, avvicinandosi e allontanandosi, come una macchina tagliaerba. All'epoca in cui mi recavo in città per studiare, la nostra valle era ancora selvaggia, poco urbanizzata. Quando la sera tornavo a casa con l'autobus avevo l'impressione di entrare dentro una grotta: mi sentivo protetto. No: nessuno avrà dimenticato quello che è successo. Dei genitori coinvolti, chi resta? Quelli in grado di ricostruire gli eventi sono quasi incapaci d'intendere: e poi, avrebbero a disposizione soltanto pochi spezzoni. A poter mettere insieme il puzzle completo di ciò che veramente accadde è la minuscola classe dirigente del paese, l'unica generazione protagonista del passaggio dai costumi millenari di stampo contadino al cosiddetto mondo moderno: i cinque o sei che mi tennero compagnia nascosti dietro il cimitero, il giorno della vergogna.
Le ragazzine si avvicinarono a Nove in un drappello vivace e sparuto, mentre lui era, come al solito, ripiegato su se stesso. Noi, nel vederle comparire in quel luogo, restammo quatti quatti al coperto, sorpresi. Fino a quel giorno, senza rendercene conto, avevamo creduto Nove nostra prerogativa esclusiva: il fatto che le ragazzine invadessero il campo in modo così sfacciato creò qualche malumore estemporaneo. Avrebbero dovuto avvertirci, pensammo istintivamente: avremmo provveduto alla bisogna, organizzando anche per loro il gioco della cassetta di frutta, da esperti quali ci consideravamo.
Nove fu circondato dal gruppetto: il resto d'uomo cominciò a vacillare, se così posso dire, arrancando scomposto, come un turacciolo che sta per essere stappato: intanto gli si formava in viso il ghigno del caprone. Le ragazzine facevano soltanto schiamazzi, nient'altro, ma per Nove vederle girare intorno, sparuti folletti che emettevano striduli gridi, rappresentò un tremendo colpo di mazza all'equilibrio già dissestato della sua psiche. Col sangue alla testa, mentre quelle danzavano a debita distanza, prima mandò bacini volanti che, in altra circostanza, sarebbero stati ridicoli, poi cercò di afferrarne una lanciandosi contro di lei. Mi parve di assistere al guizzo dell'alligatore in riva al fiume nel momento in cui tenta di azzannare un gruppo di gazzelle impegnate a bere. Il torso umano si produsse in un formidabile scatto di reni che gli fece raggiungere una bambina senza tuttavia riuscire ad agganciarla.
Ci guardammo in faccia stupiti, sì, ma non troppo: chi, come noi, lo aveva visto saltellare sul cranio, avrebbe scommesso più d'una cicca sulle sue capacità ginniche. Le fanciulle, nostre coetanee, parvero invece piuttosto disorientate, quasi si fossero rese conto soltanto allora di star giocando col fuoco: maledizione, avevano di fronte un uomo vero, per quanto orrendamente mutilato! Quanti anni avrà avuto, Nove, a quell'epoca? Trenta? Quaranta? Cinquanta? Sembrava senza età. Mentre il poveraccio cercava di rimettersi in posizione utile per tornare a colpire, le ragazzine fuggirono via impaurite. Nove strisciando gridò: «Dammi la tua tegamina, dammi la tua tegamina!».

E' inutile girarci intorno: io non lo so di chi sia stata la colpa. Nove, provocato, aveva reagito a modo suo, ma in fondo non era successo niente. Urla, strepiti, lamenti. Noi partimmo all'attacco come se ci avesse sterminato l'intera famiglia. Qualche anno fa, al tempo in cui ebbi una specie d'infatuazione mistica, provai ad accennarne qualcosa perfino al prete in confessione. Non fu proprio qui, nella sagrestia del terzo piano? Finsi di essere entrato nel convento per motivi di lavoro: una volta dentro, furtivamente chiesi l'udienza. Fui attento a non scoprirmi troppo col religioso, che peraltro conoscevo anche personalmente. Mi limitai a fare pochi rilievi, chiedendogli lumi. Egli accennò a un paio di idee sulla responsabilità delle scelte alle quali tutti, nessuno escluso, siamo costretti. Ebbi un bel dirgli che tale consapevolezza mi lasciava assolutamente insoddisfatto: quello s'intestardì nella sua posizione e, visto che non demordevo, volle saperne di più; a quel punto fui costretto a compiere rapidamente marcia indietro: ci tengo alla mia reputazione, senza badare che ormai, noi del gruppo, siamo legati mani e piedi. Se sbaglia uno, pagano tutti. Anche se poi, a ben guardare, abbiamo già versato interessi a usura.
Esco nel piazzale: stanno scaricando il furgone dei gelati che rifornisce il bar qui accanto. Il cielo comincia ad assorbire dalle rocce quella vampata di blu che sa di corteccia e foglie schiacciate. Le montagne hanno perduto solidità: sono ombre, sagome; fra poco diventeranno invisibili lasciando nell'aria il senso di una presenza gigantesca. M'avvicino alle rampe della Via Crucis: conosco bene queste pietre a scala un po' rotte, coi ciuffi d'erba qua e là, i pini irregolari che fiancheggiano la ripidissima discesa, le valli nereggianti come mantelli precipitati sul terreno. Sembra ieri: sono passati trent'anni. Oggi i ragazzi parlano e si comportano come i loro coetanei di città: capigliature bizzarre, chincaglierie, tatuaggi, discoteche. Hanno i soldi in tasca, la televisione nella testa. E allora? Forse che noi, i ginocchi sbucciati, il tozzo di pane con l'olio, eravamo più puri, più belli? Potevamo dirci migliori? Precoci sanguinari, ecco quello che siamo stati, aguzzini perversi, senza giustificazione alcuna, che non fosse quella che s'alimentava dal nostro stesso desiderio d'uccidere.
Afferrammo Nove per la collottola sputandogli addosso: ce lo lanciammo uno contro l'altro senza badare al suo sguardo terrorizzato. Ragazzi che giocano. Una voce nel mezzo propose di gettarlo sui lastroni della Via Crucis per fargli imparare la lezione: tutti acconsentirono. Eravamo lucidamente determinati. Quando giungemmo sulla cima, dove è posto il tabernacolo quattordici, l'ultimo in ordine di successione, intitolato Al sepolcro, lo ponemmo in terra sganciandogli le stecche di legno con l'intenzione di farlo rotolare nel sentiero. Vidi la serie di tabernacoli sulla sinistra illuminati da piccoli ceri, come fari di una pista: Inchiodato, Dispogliato, Caricato di croce e via di questo passo. Qualcuno di noi andò sul curvone, altri si sparpagliarono lungo il circuito. Un paio si prepararono a riceverne i resti, al numero uno, davanti al Gesù condannato, prima del parcheggio e delle case.
Quando capì quello che stavamo per fare, Nove urlò chiedendo di essere risparmiato: «Perché? Fermatevi!».
Le sue imprecazioni non ci toccarono. Volevamo togliergli la vita. Poi si vide perduto, sbatté la testa sui sassi, andò giù a piombo, scalciato, nei punti in cui era necessario disincagliarlo, da chi, fra noi, s'era appostato in attesa del passaggio. Appena superava i singoli tabernacoli, tutti gli correvano dietro. In pochi minuti arrivò sul fondo: il suo corpo era diventato un grumo di sangue. Lo gettammo nel fosso scappando.

Apro il cancello del cimitero con la chiave di ferro lasciata accanto al vecchio lucchetto. Percorro la strada di ghiaia sentendomi fuori dal mondo. Ai lati, le file dei morti, davanti il muro di cinta. Ho l'impressione di una rovina. S'è fatto scuro: i monti espongono il profilo confuso delle medaglie insabbiate. I mazzi di crisantemi secchi dentro le scatole di plastica sembrano essere lì da un'eternità. L'aria rinfresca. Alzo il colletto della giacca. In famiglia m'aspettano. Domani terrò una relazione all'assemblea comunale: mi basterà rielaborare gli appunti. Ho la testa piena di cose. Il tumulo che cerco è qualche metro più in là. Nella valle i lavori sono finiti: da quassù pochi saprebbero distinguere i depositi dalle case prefabbricate. Il silenzio è totale. Non si sentono più i motorini salire i tornanti. Ho impiegato un pomeriggio per compiere i rilievi di cui ero stato incaricato. A questo punto non si può fare marcia indietro. Il convento verrà davvero trasformato in una struttura ricettiva. Cammino un altro poco verso il punto che m'interessa. Lo conosco a memoria. Sulla tomba non c'è nessuna scritta, bastano una croce e la data. Accanto, sulle altre sepolture, mazzi di fiori, fotografie, nomi, qualche verso poetico. Chi deve sapere, sa. Inutile aggiungere altro. Resto in piedi pensando alla cena che m'attende. Mia moglie è troppo giovane per conoscere qualcosa: non mi sono mai confidato con lei. Ho le mani nelle tasche dei pantaloni, sottobraccio un fascio di documenti, le chiavi dell'edificio che ho visitato attaccate alla cintura con un moschettone d'acciaio. Il vento fruscia tra i cipressi. I fili di fumo dei lumini si disperdono nell'aria. Non è la prima volta che sono qui. Ho un'età in cui necessariamente certi pensieri vengono: non puoi scacciarli via; sarebbe peggio. Pentito? E di cosa? Non sapevo ciò che stavamo facendo. Oppure non ero in grado di capirlo sino in fondo. Nel nostro gruppo d'amici (amici? diciamo compagni di giochi) dovevamo comportarci così. Nessuno di noi era un individuo eccezionale, capace di affermare il contrario rispetto alla tendenza, di volta in volta, emergente. A scuola m'hanno insegnato che nella storia gli uomini fanno massa, bisogna che qualcuno li guidi, li indirizzi o perlomeno stabilisca regole valide per tutti. Nessuno di noi, lo ripeto, aveva la stoffa del leader. Eppure, mentre Nove franava giù chiedendo aiuto, eravamo coscienti di star violando un codice. I giorni successivi all'azione non ci vedemmo neppure per commentare l'accaduto. Dopo un paio di settimane dal fatto sembravamo averlo dimenticato. Ne parlammo un poco, in seguito, ma lentamente la vicenda scomparve dai nostri discorsi. Il tempo agì come terriccio sui cadaveri, pure non riuscì a cancellare quello, dalle ridotte dimensioni, di Nove.
Ecco la sua tomba, inconfondibile: una croce piantata di sbieco, un po' storta. Mi vengono in mente strani pensieri: da dove sbucò quest'uomo? Era soltanto il povero sciancato che credevo, oppure dovrò considerarlo più vicino a me di quanto, ragazzo, non avrei osato immaginare? Una specie di larva, come se quelle atroci mutilazioni non testimoniassero tanto l'assenza degli arti, quanto piuttosto la mancata crescita di un organismo non sviluppato. Se fosse così, uccidendolo, avremmo tagliato il ramo secco che ognuno si porta dentro, magari senza rendersene conto: la memoria primordiale. Avremmo gettato sabbia sulle nostre stesse tracce per nascondere il bozzolo atrofizzato, il primate che è in noi. Questo non si deve mai fare! Bisogna conoscere tutto di se stessi: strade maestre, piste sbagliate, viottoli, scorciatoie. Dopo trent'anni posso dirlo.

Ho sentito un colpo dietro di me, forse il cancello? Mi volto con stizza, quasi fossi stato scoperto in flagranza di reato, arretro sulla ghiaia fino a gettare lo sguardo verso l'entrata: sembra tutto normale. Perlustro il cimitero per verificare se è entrato qualcuno. Da una parte all'altra degli scomparti non vedo anima viva. Che ore saranno? E' tempo di tornare a casa. Ho sistemato la macchina nel parcheggio a strisce davanti alla chiesa. Devo sbrigarmi, altrimenti i miei saranno in pensiero. Ogni volta che sono venuto da queste parti, per un motivo o per l'altro, ho sempre avuto l'impressione di svignarmela. Mentre richiudo il cancello, non posso fare a meno di notare un'ombra che sta saltando il muretto di cinta. Grido qualcosa: chi è là? Sento il tonfo della ricaduta e, immediatamente dopo, un rumore di passi affrettati. Faccio il giro nel tentativo d'individuare l'intruso, ma quello, chiunque sia, vistosi scoperto, s'è gettato fra i cespugli lungo il sentiero che porta in paese.

Inviato da giuseppe genna , Giovedì 10 Luglio 2003
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