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Ricordo di Pierre Bourdieu

di Anna Tito
bourieu.jpg[Un anno e mezzo fa, settantunenne, moriva Pierre Bourdieu, filosofo e sociologo e massmediologo - uno degli ultimi grandi intellettuali del nostro tempo. Affidiamo il ricordo di questa straordinaria figura di umanista alle parole di Anna Tito, che pubblicò questo ritratto su L'Unità]

Considerare, al giorno d'oggi, l'opera, il pensiero e le teorie di Pierre Bourdieu equivale a infilare due dita in una presa elettrica: se ne può uscire illuminati o carbonizzati», scriveva un paio d'anni orsono il Magazine Littéraire in apertu­ra del dossier dedicato al grande studio­so. «Lo si può definire un intellettuale dominante?».
Figura controversa, senza alcun dub­bio, quella di Bourdieu. Tuttavia all'unanimità lo si considera fra gli intel­lettuali francesi più influenti degli ultimi anni e, insieme con Jacques Derrida fra i più citati e i più tradotti nel mon­do: trattando di svariati argomenti - dai costumi dei berberi della Cabiria al lavo­ro in Algeria, agli studenti e ai loro stu­di, alla sociologia della cultura e dell'educazione, alla linguistica e all'arte moderna - ha rilanciato la figura dell'intellettuale organico, o impegnato, met­tendo le sue conoscenze al servizio del «sociale». Alla sociologia non spetta sol­tanto spiegare le strutture della società, ma contribuire a cambiare il mondo. Insomma, non basta aggiornare la rap­presentazione che hanno gli individui delle strutture della società, ma agire su queste rappresentazioni stesse. «Gli intellettuali non possono più soltanto analizzare e denunciare, ma affermare la loro appartenenza a un campo specifico, indipendente dal politico e dall'eco­nomico». Controcorrente quindi, ben lungi dal proclamare la fine degli intellettuali, Bourdieu si è appellato a un impegno «internazionale, interdisciplinare e collettivo». E' stato studioso e militante al tempo stesso.
La sociologia di Bourdieu può dirsi innovativa in quanto propone «un modo non consueto di studiare il mondo sociale» attribuendo un ruolo non poco rilevante alle strutture simboliche. E questa volontà di «superare le false antinomie» della tradizione sociolo­gica - tra interpretazione e spiegazione, fra struttura e storia, fra libertà e determinismo, fra sog­gettivismo e oggettivismo ­che rendono originali le sue opere. In Le sens pratique (1980), spiegò ciò che riteneva fosse il compito del sociologo: dare a vedere che vi è di nascosto in queste strutture, in­somma dimostrare che la società non è mai trasparente co­me si crede.
Far parlare gli algerini fin da Travail et tra­vailleurs en Algérie (1963), gli emargina­ti francesi in La misère du monde (1993), sostenere gli scioperanti del dicem­bre 1995, significa per Bourdieu comprende­re la logica sociale im­mergendosi nella par­ticolarità empirica e significa tentare di trasformarla. E in questa logica ha sostenuto Solidarnosc, gli studenti nel 1986, gli accordi di pace per la Nuova Caledonia nel 1988, gli intellettuali algerini perseguitati dagli integrali­sti.
Negli ambienti accademici lo si conob­be nel 1964, allorché, in collaborazione con Jean-Claude Passeron, pubblicò Les héritiers. Les étudiants et la culture: ben quattro anni prima del maggio '68, criticò duramente l'insegnamento supe­riore in Francia, il sistema scolastico e universitario chiuso ed «elitario». Inten­deva per gli héritiers i figli delle élites. Sull'incapacità di garantire il ricambio tornò nel 1990, sempre con Passeron, in La reproduction. Eléments pour une théorie du systè­me d'enseignement.
Negli anni '90 tentò di portare all'attenzione delle cronache il movimento sociale e di incarnare quella che per lui era «una sinistra di sinistra», contro il neoliberismo, che rifiutasse i compromessi consentiti, a suo avviso, dal Parti­to socialista, la «blairizzazione» della si­nistra al governo. Contro il silenzio dei politici, chiamò a mobilitazione gli in­tellettuali: «Intendo difendere la possibi­lità e la necessità di un intellettuale criti­co» spiegò. Poiché «non vi è vera demo­crazia senza un reale contropotere criti­co. E questo è l'intellettuale». E nella rivista da lui fondata, Actes de la recher­che en sciences sociales, fu passata al se­taccio l'innocenza degli intellettuali e degli scrittori, e i loro fatti e gesta ri­collocati nei rispettivi interessi indivi­duali.
Alla battaglia contro il neo­liberismo Bourdieu ave­va dedicato tutte le sue energie, attaccando i mass-media, che ri­teneva sottomessi a una crescente lo­gica commercia­le e ai quali rim­proverava di da­re la parola a «saggisti chiacchieroni e incompeten­ti». In uno dei suoi ultimi interventi, nel 1999, si era rivolto ai responsabili dei grandi gruppi di comunicazione: «questo potere simbolico che, nella maggior parte delle società, era distinto dal potere politico ed economico, è adesso tutto insieme nelle mani delle stesse persone, che detengono il control­lo dei grandi gruppi di comunicazione, cioè dell'insieme degli strumenti di pro­duzione e di diffusione dei beni cultura­li».
Per dare spazio a voci denuncianti il liberismo e la corruzione dei mass-me­dia aveva fondato nel 1996 L'Associazio­ne «Liber/Raisons d'agir», che pubbli­cava volumi socialmente impegnati. Sur la télévision, primo testo apparso, metteva in evidenza i meccanismi della censura invisibile esercitata sul piccolo schermo, analizzava i procedimenti di fabbricazione delle immagini e dei discorsi televisivi, e spiegava anche la ma­niera in cui la logica dell'audience ha alterato le diverse sfere della produzio­ne culturale.
Ancora nel 1998, mentre appariva La domination masculine, - ispirato al rac­conto di Virginia Wolf Passeggiata al faro, in cui torna sul rapporto uo­mo-donna, tentando di esplorare le «strutture simboliche di quell'incon­scio androcentrico che sopravvive al giorno d'oggi negli uomini e nelle don­ne».- sosteneva la causa dei disoccupati e, in un intervento all'Ecole Normale Supérieure della rue d'Ulm, definì: «Il movimento dei disoccupati un miracolo sociale».

Inviato da giuseppe genna , Lunedì 14 Luglio 2003
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